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C’è una lista di tutte le organizzazioni, iniziative e progetti musicali che devolvono i loro incassi in beneficenza a Gaza L'ha fatta Crack Magazine e si intitola "In solidarity with Gaza: A guide to the music and resources that support the humanitarian effort".
Si è sciolto A23, il più grande iceberg del mondo, ed è una buona notizia (anche se non sembra) Era grande quasi 4 mila km quadrati e pesava mille miliardi di tonnellate. Il suo scioglimento farà bene all'oceano, dicono gli scienziati.
Un pantalone di Zara è diventato famosissimo per la sua capacità di far inciampare e cadere le persone Soprannominato "The deadly Zara trousers", a causa della sua fattura ha causato migliaia di infortuni diventando il trend più divertente degli ultimi tempi.
Ford aveva licenziato centinaia di ingegneri per sostituirli con l’AI, ma poi ha scoperto che l’AI non è capace di fare il loro lavoro ed è stata costretta a riassumere gli ingegneri I dirigenti hanno ammesso di aver sopravvalutato l'AI e sottovalutato l'intuito e l'esperienza degli ingegneri.
I membri del nuovo governo di Gaza non possono entrare a Gaza perché Netanyahu glielo vieta Sono 13 palestinesi riuniti nel Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza che da gennaio sono bloccati al Cairo su ordine del Primo ministro israeliano.
Four Tet ha fatto uscire un nuovo album ma non se ne è accorto nessuno perché l’ha firmato con uno pseudonimo illeggibile e inscrivibile Se volete trovarlo sulle piattaforme musicali, dovete cercare: ʅ͡͡͡͡͡͡͡͡͡͡͡⣎⡇ꉺლ༽இ•̛)ྀ◞ ༎ຶ ༽ৣৢ؞ৢ؞ؖ ꉺლ.
Del matrimonio di Taylor Swift e Travis Kelce i newyorchesi si ricorderanno soprattutto Manhattan completamente bloccata e inaccessibile Il bilancio: Penn Station chiusa al traffico veicolare e pedonale, ristoranti, botteghe, negozi chiusi, ambulanti scacciati per questioni di "decoro".
Die Linke, la sinistra tedesca, si è inventata un evento per premiare i peggiori padroni di casa di Berlino I "vincitori" dei sei trofei vengono scelti in base alle denunce dei cittadini: al primo posto di quest'edizione c'è il colosso svedese Heimstaden.

Togliamo l’arte ai bambini

Uno dei presupposti dell'arte è di farci regredire al mondo infantile: non significa affatto che sia adatta ai bambini o rivolta a loro.

02 Marzo 2018

Questo mese, l’Hangar Bicocca, la galleria d’arte contemporanea gratuita dei Pirelli, propone la mostra di Eva Kot’àkovà, The dream machine is asleep, e già nel promo sull’home page del museo, si vedono dei guappetti minorenni impomatati distesi sotto a un’installazione. Si tratta di un progetto immersivo, che alterna accrocchi stupefacenti a momenti performativi. Come ogni mese, io e mio marito ci siamo guardati e ci siamo detti: e che, non ce li vogliamo portare, i bambini, a sfasciare pure questa mostra, mentre noi fingiamo di non conoscerli?

La tendenza recente dell’arte contemporanea alla giocosità e all’interattività ha permesso a molte famiglie di frequentare i musei dedicati, non tanto perché esisteva un percorso di avvicinamento all’arte children-friendly, quanto perché i loro figli vivevano le montagne di cartapesta e i neon colorati come un luna park. Certo, è brutto lamentarsi anche di fronte alle conquiste: ormai, infatti, penso che i Sette Palazzi Celesti di Kiefer per i bambini di Milano siano un po’ come il banco focaccine dell’Esselunga, il che parrebbe essere una buona cosa. Immagino anche, però, che, per i frequentatori dell’arte, attraversare questi spazi che dovrebbero immergerci in sacre riflessioni, scavalcando marmocchi tarantolati distesi nelle opere, sia piuttosto frustrante.

L’ultima mostra che ho visitato all’Hangar è stata Take me, I’m yours. Il presupposto dell’esperienza era quello di potersi appropriare di qualsiasi “pezzo d’arte” esposto, anche se il regolamento prevedeva di pagare una quota di 10 euro per poter empire la propria shopper, e di lasciare un oggetto al posto di un altro. Tutto ciò si è un po’ perso nell’orda barbara della domenica, e la situazione è degenerata quando bambini di ogni risma hanno cominciato a farsi i selfie in cima ai cumuli di stracci e in mezzo ai totem di cannucce, e a fare man bassa di oggetti, lasciando in sostituzione una cicca sputata dentro una carta di chupa-chups.

Non era andata meglio con Doubt, di Carsten Höller, nel 2016: l’artista tedesco, con giochi ottici e specchi deformanti, invitava il pubblico al dubbio sulla direzione da intraprendere. Questo concetto complesso si complicava ulteriormente quando erano i bambini a tracciare il percorso per i loro genitori, per esempio imboccando un tunnel metallico buio, per poi scoppiare a piangere a metà strada, costringendo la fila degli adulti a invertire la rotta.

A differenza di una lettera di protesta inviata poco tempo fa a Repubblica, il mio non è un dito puntato contro i bambini in un museo in particolare, che anzi apprezzo molto, ma una riflessione su un effetto collaterale dell’arte contemporanea. La domanda che mi è venuta in mente, dopo anni di simili visite in Italia e in Europa, riguarda l’opportunità, per i bambini, di intraprendere esperienze come il ribaltamento di prospettiva o il baratto, quando sono essi stessi, nell’età evolutiva, così naturalmente vicini all’arte, così inclini a mettersi a testa in giù per guardare il mondo sottosopra, o a scambiarsi piccoli oggetti micragnosi, che per loro sono colmi di senso.

Spesso, l’arte contemporanea è un invito a regredire al mondo infantile, per supplire alla perdita dell’immaginazione. Credo, però, che il presupposto dell’arte di farci tornare bambini non significhi affatto che quest’arte sia adatta ai bambini o rivolta a loro, ma venga scambiato, dai genitori, per un invito ai figli a fruirne liberamente, come all’interno di un sovradimensionato gioco Munariano. Ancora, se l’intento dichiarato dell’artista contemporaneo è quello di provocare nello spettatore stupore ed euforia, dovremmo tenere a mente che questi sentimenti, nel bambino, caratterizzano anche il percorso casa-scuola, quando ci sono le pozzanghere. E in quelle, a differenza che nelle opere d’arte, ci puoi pure saltare dentro (se hai gli stivali).

Eppure, il messaggio dell’arte contemporanea è veramente ingannevole. Mi vengono in mente una quantità di situazioni in cui, da genitore, ho preferito utilizzare un’opera come un parco-giochi per i miei figli: è capitato all’Expo, quando abbiamo fatto ore di coda per arrampicarci sull’altissima rete elastica del padiglione Brasile, molto simile alle piramidi di corda dei giardinetti. E ricordo distintamente di famiglie che, all’epoca, proposero l’uscita alle classi della scuola materna. In parte, la colpa era anche di quelle enormi e invitanti strutture morbide, dei neon colorati, dei cuscinoni dove stendersi, degli ascensori trasparenti che come giostre andavano su e giù attraverso le serre.

Non è sempre più sottile, mi sono chiesta, la differenza tra rotolare dentro a una stanza di Lucio Fontana, o spruzzarsi l’acqua nell’area kids della Villette di Parigi? Tra gattonare sospesi in una bolla di plastica, o correre tra le opere di Van Gogh proiettate su pannelli luminosi? L’offerta, insomma, è tentatrice. Ma dobbiamo tenere presente che, se far razzolare i piccolissimi nei musei ci fa molto comodo, i bambini sono probabilmente più vicini all’arte quando giocano sul tappeto con le costruzioni, che quando ammorbano i visitatori di una mostra.

E noi, tutti contenti di offrire ai nostri figli esperienze migliori di quelle delle nostre infanzie di provincia, dobbiamo accettare che un’installazione a forma di letto gigante è vissuta dai bambini similmente a un lettone Ikea. E che le loro domeniche alla Fondazione Prada non sono tanto diverse di quelle a saltare sui gonfiabili. Per di più, ricordiamo che i nostri figli godono dei musei nello stesso modo bulimico e disordinato con cui passano da un video di Youtube a una puntata di Bake Off Junior a una mostra sui dinosauri del Mudec: perfino questi ultimi, allestiti apposta per loro, alla fine di un sabato qualunque, perdevano squame e ossa sotto i colpi dei visitatori minorenni, che tanto più di noi sono abituati a frequentare i musei. Io, da piccola, andavo solo alla Standa.

Foto Getty
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