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14:35 venerdì 9 gennaio 2026
Per impedire ai manifestanti di organizzare altre proteste, il regime iraniano ha spento completamente internet in tutto il Paese Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.
Su Disney+ arriveranno brevi video in formato verticale per gli spettatori che non vogliono vedere film né serie ma solo fare doomscrolling L'obiettivo dichiarato è quello di conquistare il pubblico il cui unico intrattenimento sono i contenuti che trovano a caso sui social.
I fan di Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.

Chi è davvero Antonio Capuano, il maestro di Sorrentino

Anche se fisicamente non ha nulla a che fare col personaggio di È stata la mano di Dio, condivide con lui il temperamento veemente e il ruolo di mentore: un ritratto del regista di Pianese Nunzio, 14 anni a maggio.

22 Dicembre 2021

È vero, Antonio Capuano ha sempre fatto il bagno in tutte le stagioni, a tutte le ore. Proprio come nel film di Sorrentino, È  stata la mano di Dio. L’ho incontrato molte volte a Marechiaro, in costume, asciugamano in spalla, pronto al tuffo. Del resto con i tuffi aveva conquistato in gioventù l’amatissima moglie olandese, Willye. È lui, con il suo sguardo sghembo e ironico, il geniale eccentrico padre della nouvelle vague napoletana, nata negli anni Novanta. Un regista senza censure, senza ipocrisie. Del suo cinema si è occupato anche il Moma di New York, ma Capuano non è mai stato divo ed è rimasto ostinatamente a Napoli, la città che lui ama, «anche se è un po’ zoccola, ma che ci vuoi fare?», va ripetendo da anni.

Paolo Sorrentino è andato un po’ oltre, lo ha trasformato in uno Sgarbi partenopeo, tutto parolacce e veemenza, del resto ha spiegato che voleva darne un’immagine personale. Quella del film è una sua versione di Capuano, comunque frutto di devozione: è l’aperto riconoscimento verso un maestro. Capuano, ci tiene a dichiarare Sorrentino, lo ha spinto a fare cinema: «Schisa, ‘a tieni ‘na cosa ‘a ricere?», «La tieni una cosa da dire?», lo apostrofa nel film. E Sorrentino evidentemente ce l’aveva.

Di quel categorico «non ti disunire» (già un tormentone per cinefili) Capuano (quello vero) specifica che era una frase usata nel calcio, niente a che vedere con il cinema, nessuna ricetta estetica. Eppure un senso profondo quel monito strambo sembra assumerlo nell’universo sorrentiniano, chissà quale ma ce l’ha.

Ciro Capano nei panni del regista Antonio Capuano nel film di Paolo Sorrentino

Quel che è certo è che i due registi sono lontani sia per anagrafe, sia per stile e poetica. Nel ’98 si sono incrociati nella scrittura di Polvere di Napoli: il giovanissimo Sorrentino ha collaborato alla sceneggiatura con il già affermato Capuano. Sono rimasti molto amici, ma le strade si sono divise. Capuano aveva già girato nel ’91 il suo fulminante esordio, Vito e gli altri, vincitore del premio internazionale della critica a Venezia nel ’92. Un film che rivela una capacità rara di padroneggiare la macchina da presa, per ottenere un effetto “sporco”, non patinato, ma nemmeno naturalistico. Più lirico che neorealista, in qualche modo più “freddo” che sentimentale, ma certamente partecipe, quel film si impone per la sua verità, per la forza con cui la racconta e per il coinvolgimento diretto dello spettatore, chiamato in causa dagli attori (non professionisti), in certi monologhi con gli occhi fissi nella telecamera, un modo spietato di svelare Napoli. La bella giornata di La Capria non splende su Nisida. Quel film Capuano l’ha definito un “disegno a carboncino”, del resto lui è anche pittore, ma questa passione la tiene ben nascosta.

Nel ’96 presenta a Venezia Pianese Nunzio 14 anni a maggio. Un soggetto difficile, si parla di pedofilia e il punto di vista non è scontato. La vicenda di cronaca a cui era ispirato è quella del rapporto tra un prete colto e intelligente e un ragazzino dei vicoli; al di là dell’abuso, una storia d’amore e di povertà, di dubbi e di contrasti interiori. Anche nel successivo La guerra di Mario al centro della storia c’è un bambino di una famiglia disagiata che viene dato in affido, tra tentativi di adattamento e fuga.

Ha un occhio attento al mondo adolescenziale, Capuano. Eppure il suo è un cinema politico, ha una visione che abbraccia la collettività, al di là delle storie dei singoli. Forse è questa la differenza sostanziale tra lui e Sorrentino, che anche quando tratta di politica risale al dramma individuale. Bagnoli Jungle di Capuano (2015), per esempio, è il manifesto di un quartiere e di un mondo in declino, quello dove erano attive l’Italsider e una solida classe operaia. La materia narrativa è organizzata attraverso lo sguardo di tre generazioni: il protagonista più anziano è un ex operaio dell’Italsider patito di calcio (e anche qui c’è il culto di Maradona). Suo figlio si arrangia tra furti nelle auto e giri di trattorie. E poi c’è un ragazzo, il garzone di una salumeria. «Bagnoli oggi è allo sfascio, un tempo qui c’è stato un tessuto sociale fatto di partecipazione, di civiltà, di speranza nel progresso. Ora è un territorio in preda alla camorra. È un destino infame. Il film su questo quartiere rappresenta un grande dolore, la ferita di una città. Negli anni Novanta sembrava che Napoli potesse avere un futuro, ora non so», spiega Capuano a proposito di quel film.

Sorrentino con il vero Antonio Capuano al Cinema Troisi di Roma in occasione della prèmiere di È stata la mano di Dio, novembre 2021

E politica è pure la sua condanna della camorra, cinque anni prima del libro di Saviano e quasi quindici prima della serie tv. Con Luna rossa, del 2001, costruito sull’archetipo di una tragedia greca, il regista mostra sul grande schermo le famiglie della criminalità organizzata senza alcuna concessione all’estetizzazione dei personaggi, senza offrire loro nemmeno un grammo di grandezza o eroismo, sia pure delinquenziale. I camorristi di Capuano vivono in brutte case bunker, fanno una vita bruttissima e corrono verso una morte senza dignità. Hanno tutto, ma non sono niente. Luna rossa è una canzone che racconta un tradimento e con quel film Capuano ha tradito tutti i luoghi comuni fino ad allora accumulati su Napoli. Ma molti ancora sono venuti dopo.

Il film più recente, Il buco in testa (2020), è di nuovo un lavoro che dimostra la sua autonomia intellettuale e che ripercorre senza sconti una pagina dolorosa della storia italiana, archiviata ma ancora pulsante, quella del terrorismo. La storia è ispirata a un fatto di cronaca: l’assassinio di Antonio Custra, vicebrigadiere ucciso a Milano nel corso di una manifestazione il 14 maggio del 1977. Il personaggio chiave è la figlia di Custra, a cui dà volto una tormentata Teresa Saponangelo che poco dopo aver girato questa pellicola diventerà la spiritosa madre di Fabietto Schisa, con un’interpretazione ugualmente magistrale. Due modi diversi di fare cinema, due registi, la stessa attrice nel giro di pochi mesi. Forse una coincidenza, ma nelle coincidenze, si sa, a volte c’è la mano di Dio.

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