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18:54 mercoledì 18 marzo 2026
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.
Per la prima volta verrà trasmesso in tv il documentario sul concerto dei Pink Floyd a Pompei Stasera, dalle 23:35 su Rai5 verrà mandato in onda per la prima volta Pink Floyd: Live at Pompei MCMLXXII.
Vogue ha fatto causa a un giornale di moda per cani perché si chiama Dogue Secondo la casa editrice Condé Nast, il magazine, che ha una circolazione di 100 copie, «potrebbe danneggiare in maniera irreparabile la reputazione di Vogue».
Hans Zimmer ha confermato che la persona che canta nel trailer di Dune 3 è proprio Timothée Chalamet Alcuni fan avevano riconosciuto subito la voce dell'attore, ma adesso è arrivata anche la conferma del compositore della colonna sonora del film.
L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata La puntata verrà pubblicata giovedì 19 marzo alle 13. Nel frattempo, abbiamo un trailer che ha già raggiunto altissime vette di surrealismo.
Il fatto che continui a chiedere alla Nato di intervenire nello Stretto di Hormuz dimostra che Trump non ha capito cos’è la Nato La Nato non può fare nulla perché è un'alleanza difensiva, che tra l'altro non è neanche stata interpellata prima degli attacchi Usa e Israele contro l'Iran.
La foto di un giornalista ha mostrato cosa resta al Dolby Theatre dopo la cerimonia degli Oscar: una montagna di spazzatura Cibo, cartacce, bottiglie vuote: la foto ha fatto arrabbiare molti per l'inciviltà mostrata dai partecipanti alla cerimonia. La colpa, però, non è delle celebrity.
Una ricerca ha scoperto che, contrariamente a quanto si credeva, la cannabis non ha nessuna efficacia nella cura di ansia e depressione Si tratta della più grande ricerca di questo tipo mai fatta. Secondo i risultati, usare i cannabinoidi per curare ansia, anoressia nervosa, Ptsd o altre dipendenze non serve a nulla.

Un nuovo modo per parlare di aldilà

Nelle sale, in questi giorni, ci sono due film che inventano dei modi nuovi per raccontare e immaginare il nostro rapporto con i morti: Another End di Piero Messina ed Estranei di Andrew Haigh.

21 Marzo 2024

Nelle sale, in questi giorni, ci sono due film che parlano in modi diversi del tema che da sempre, a tutti i livelli, ci muove più l’animo e infesta i nostri sogni (La commedia di Dante, Frankenstein, Coco della Disney, gli zombie, ma pure la domanda finale della Fagnani a Belve): riportare indietro i morti, parlare con loro, e «chi riporteremmo in vita per un minuto e per dirgli che cosa». Another End di Piero Messina, nelle sale dal 21 marzo, è interessante già per il fatto di coniugare regia e sceneggiatura italiane con un intreccio sci-fi e una produzione e un cast europei, tra cui figurano Gael Garcia Bernal e Renate Reinsve (quella del fenomeno norvegese La persona peggiore del mondo). L’idea del film è che si possa passare una settimana in più con una persona morta improvvisamente a cui non si sia riusciti a dire addio. Per noi millennial cresciuti con Ghost, che oggi risulta inguardabile, Another End ha il pregio di evitare il rischio del cattivo gusto con una messinscena igienica, girando tutto nel chiuso delle case, al silenzio di tripli vetri e di telefoni muti, sotto le luci artificiali, con uomini in tuta tipo Covid che vengono a spogliare i morti la sera, e fredde nottate in obitori geometrici.

Il tutto ha senso perché la declinazione del tema è quella dell’esperimento sociale, che sposta il focus di un discorso squisitamente spirituale sul corpo. Infatti, i morti, la cui coscienza è stata preventivamente salvata sui dischi dell’azienda Aeterna, ritornano sottoforma di altri corpi, quelli degli host che – a differenza dei comuni locatari Airbnb – non si limitano ad affittare casa, ma, come veri prostituti della morte, sono disposti a silenziare la propria coscienza, farsi abitare da quella di un defunto, e insomma affittano per una settimana il proprio corpo perdendone ogni controllo e correndo tutti i rischi del caso, di cui il più lieve è l’avere rapporti sessuali con chissà chi. Bernal ha perso la moglie in un incidente d’auto, e sta passando un’ultima settimana col suo spettro nella forma di Renate, che qui non è la persona peggiore del mondo ma è solo un po’ troppa alta per lui. Le sta facendo credere – a noi pare inutilmente – che compreranno davvero la casa per la quale lui non aveva mai mosso le chiappe, e pur di ritrovare l’intesa con lei aizza anche qualche forte litigio, che pare sia un collante migliore del sesso. Ma quando Bernal spera di potersi innamorare del corpo temporaneo della moglie e segue la host di notte, scoprendola attiva in una specie di bordello berlinese, sembra quasi che il film non parli più del confine tra la vita e la morte, ma di altri dilemmi etici e bioetici, come corpi in vendita, app porno a pagamento, uteri in affitto o mercato nero degli organi. Ci facciamo adesso domande diverse da «che cosa direi a mio padre se potessi riportarlo in vita», che suonano più come: riusciremmo a connetterci con la persona che amiamo se avesse un corpo diverso? O: a che pro salvare memorie di vite intere su dischetti, se il riverbero della nostra coscienza impiantata in un altro non è davvero noi, perché noi siamo, tantissimo, i nostri polpacci e le nostre tette?

Estranei, titolo originale All of Us Strangers, tratto dal libro Strangers di Yamada Taichi, nelle sale in questi giorni (sì, andare al cinema quest’anno sta diventando tremendamente impegnativo) vede Andrew Scott, il prete cool di Fleabag, nei panni di un gay asociale che vive in un palazzone di uffici sulla tangenziale di Londra, e una notte rifiuta le avances dell’unico altro inquilino dell’edificio, un bellissimo e ubriachissimo Paul Mescal (e questa scena rimarrà, per me, la parte più fantascientifica del film). Con un certo senso di colpa per aver respinto il vicino disperato, Scott prende un treno e raggiunge la campagna dove era cresciuto coi genitori fino a prima di restare orfano, a dodici anni (nel libro, era l’antico quartiere di Asakusa, a Tokyo). Qui, un bell’uomo sulla trentina lo approccia in un parco, gli offre da fumare, da bere, poi lo invita a casa. Penseremmo a un approccio, ma poi capiamo che Scott ha appena incontrato suo padre, e dopo poco è nella casa d’infanzia dove i genitori si aggiornano su di lui come vecchi amici, e infine lo vezzeggiano teneramente, come se avessero di fronte un bambino, e lui pian piano sprofonda in quel ruolo. (Non si tratta di un viaggio nel passato, né di una realtà alternativa: i genitori sono fermi all’età in cui morirono, e nel romanzo, addirittura, hanno continuato ad arredare casa e aggiornarsi con la tecnologia.) Da questo momento in poi, il regresso del protagonista all’infanzia e il rimpianto per la vita strappata prendono la forma di una resa tenera e mai imbarazzante all’affetto parentale, sostenuta dalla recitazione di lui, per esempio quando si infila nel lettone dei genitori, che, a proposito di corpi, al momento dei fatti sono più giovani di lui!

E poi, un po’ come Another End tentava di parlare d’altro, più che di morte, il film prende una svolta abbastanza brusca rispetto al libro, perché nel libro il protagonista non è gay, e arriviamo al punto da ritenere che l’intero impianto narrativo non reggerebbe altrettanto con un protagonista etero (cosa falsa, perché il romanzo di Yamada è bellissimo, eppure guardando il film lo penserete.) L’occasione di rivedere i genitori è l’occasione, nel film, per raccontare loro un mondo cambiato, per domandare “se avessero capito”, e chieder conto del perché non entravano in cameretta quando lo sentivano piangere. «Perché io somigliavo ai bulli che ti picchiavano a scuola», risponde onesto il papà; è l’occasione per dire: no, non è più difficile come una volta, non preoccuparti mamma, al lavoro sono tutti carini con me.

Un giorno, Scott si fa accompagnare da Mescal in visita ai genitori, e lui, vedendo attraverso i vetri il giovane padre dell’amato, commenta: tuo padre è proprio un uomo attraente! È solo arrivati a questo vertice dell’assurdo che noi accettiamo senza riserve i presupposti metafisici della storia, e smettiamo di chiederci se i passanti vedono o meno i fantasmi dei genitori, perché non siamo in The Others o nel Sesto senso. Siamo in una realtà dove possiamo raccontare ai nostri genitori senza rughe com’è diventato il mondo dopo la loro morte; dove un papà omofobo degli anni Settanta può abbracciare un figlio grande e grosso come fosse un bambino e commuoversi approvando il suo nuovo fidanzato; ed è attraverso questo gioco di piani e di corpi che il dato apparentemente secondario della sessualità di Scott diventa l’elemento che rafforza il desiderio umanissimo di rallentare o riscrivere meglio il tempo, corpo a corpo con chi abbiamo amato.

Le due storie scorrono all’interno di spazi chiusi o sovraesposti come dentro sogni o in laboratori, ed entrambe cedono alla lusinga di un twist finale che in qualche modo le conforma al thriller paranormale; ma hanno in comune – oltre al nitore stordente del distillato – il tentativo di parlare di aldilà ponendo questioni filosofiche e morali più attuali di quelle tradizionalmente affrontate da film anche bellissimi (vedi Hereafter di Clint Eastwood) sul genere.

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