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A Bologna ha aperto la Biblioteca Eco, dove verranno conservati gli oltre 32 mila libri appartenuti a Umberto Eco Migliaia di volumi disposti secondo il principio del "buon vicino" usato da Eco: libri messi l'uno vicino all'altro in base alla loro affinità tematica.
Nel sequel di Heat Leonardo DiCaprio e Christian Bale erediteranno i ruoli che furono di Al Pacino e di Val Kilmer Adesso resta solo da scoprire chi interpreterà il giovane Neil McCauley, il personaggio che nel film del 1995 fu di Robert De Niro.
La tregua tra Stati Uniti e Iran è saltata perché in un mese di trattative sullo Stretto di Hormuz non si è fatto praticamente nessun passo avanti A ufficializzare la fine della tregua, le solite parole di Trump, che ha definito i vertici iraniani «gente malata».
Ci sono molti indizi di un grande tour europeo degli Oasis nel 2027, con due date molto probabili a Roma Una risposta data da Liam Gallagher su X ad una fangirl che si lamentava ha dato speranza su due nuovi concerti allo Stadio Olimpico.
Pur di girare l’Odissea tutto in IMAX, Christopher Nolan si è dovuto inventare una nuova, stranissima, grossissima macchina da presa La cinepresa IMAX è troppo rumorosa e non si può usare per le inquadrature ravvicinate. Almeno, così è stato fino ad adesso, fino all'Odissea di Nolan.
La mattina in passerella a Parigi, la sera sul red carpet a Londra: la rocambolesca storia dell’abito Schiaparelli indossato da Zendaya all’anteprima dell’Odissea La velocità della moda ha raggiunto nuovi livelli: persino gli abiti couture passano immediatamente dalla passerella alle celebrity. A patto di avere Law Roach come stylist.
Il luddismo è talmente tornato di moda che a New York gli hanno dedicato anche un nuovo festival, il Summer of Ludd Ovviamente il festival non aveva né sito né social, quindi per sapere cosa succedeva bisognava chiamare un numero telefonico pubblicato su un volantino.
C’è una lista di tutte le organizzazioni, iniziative e progetti musicali che devolvono i loro incassi in beneficenza a Gaza L'ha fatta Crack Magazine e si intitola "In solidarity with Gaza: A guide to the music and resources that support the humanitarian effort".

Si può aggiustare il futuro?

Una riflessione sui nostri tempi a partire da How to Fix the Future, un saggio di Andrew Keen appena uscito negli Stati Uniti.

30 Marzo 2018

Il vento estremista e antipolitico che soffia nelle urne di mezzo mondo, il rafforzamento di leadership post-democratiche che si affermano con ampio consenso popolare nell’altra metà, la sensazione, diffusa fra milioni di cittadini, di non riuscire a stare dietro ai ritmi elevatissimi dei cambiamenti epocali che stiamo vivendo. E da qui la rabbia, la solitudine, lo smarrimento, il conseguente sfibrarsi di un discorso pubblico e di un sistema di valori assodato e condiviso. La percezione, ormai conclamata, che si sia rotto il futuro.

Cos’è successo? Le tesi che vanno per la maggiore sostengono che sono gli effetti dell’allargarsi, drammatico, del solco fra un’élite globale, urbana e istruita – ristretta, ristrettissima – che marcia verso il futuro col vento in poppa dei benefici della società aperta, e un popolo – largo, larghissimo, dalla classe media in giù – che fatica a riorganizzarsi e a trovare nuove collocazioni e certezze nel mondo fluido, senza frontiere e in cerca di identità. Fine dell’analisi? Probabilmente no.

È innegabile che questo sia un tema, se non il tema, e che quindi ogni ragionamento debba in qualche modo partire da qui. Con un rischio, però: quello di pensare che quindi, per aggiustare il futuro, si debba in qualche modo fermare il progresso, abiurare quanto costruito fin qui con fatica – le democrazie liberali, l’economia di mercato, il complesso e delicato sistema di diritti e di doveri civili, con tutte le loro storture – e tornare a un presunto mondo antico dove le cose andavano meglio – così tendiamo a pensare oggi – per il semplice fatto di sapere come andavano.

Dimenticando che la forza delle nostre società è sempre stata quella di adattarsi ai cambiamenti, con fatica, con incredibili e pericolose sbandate e inversioni a U. La direzione? Il futuro. Mai perfetto, ma sempre un po’ migliore. Aggiustare il futuro, se ci pensiamo bene, è il compito che da sempre ci siamo dati. Ed è il titolo, How to Fix the Future (Atlantic Books, 2018), di un interessante saggio appena uscito negli Stati Uniti. L’ha scritto Andrew Keen, imprenditore e teorico del settore tech, insieme un entusiasta e uno scettico, uno dei primi a criticare, dall’interno, la rivoluzione digitale e ad ammonire sui reali intenti dei suoi principali protagonisti.

La tesi del suo nuovo saggio è grossomodo la seguente: una della cause dei problemi di cui sopra, del futuro che sembra essersi rotto, è proprio la rivoluzione tecnologica, che ha portato scompensi economici, frammentato le società e le comunità, sconvolto il mondo del lavoro, evidenziato una gigantesca questione di privacy, e concentrato tutto il potere, quello che una volta era in mano agli Stati nazionali e alle organizzazioni politiche e sociali, in mano a dei colossi privati, Facebook, Google, Apple e Amazon, i «quattro cavalieri dell’Apocalisse», come da definizione dell’esperta di media Emily Bell.

Il problema, spiega Keen, non lo risolveranno però né gli ottimisti a oltranza innamorati fideisticamente della Silicon Valley e della tecnologia, né i pessimisti distopici, quelli per cui andrà tutto sempre peggio. Lo risolveranno quelli che lui chiama i “maybes”, gli ottimisti con dubbi, e lo faranno partendo da un assunto: ci siamo già trovati in questa situazione, tutti convinti che il futuro si fosse rotto e che la soluzione fosse il passato, ed è stato durante la rivoluzione industriale.

Pensiamoci bene, sostiene Keen: prima sono venute le macchine che hanno cambiato le fabbriche e il mondo per sempre, poi ci siamo accorti degli effetti negativi e neanche tanto collaterali, le condizioni di lavoro sopra a tutto il resto, e da lì abbiamo, successivamente, costruito il welfare, abbiamo fatto le lotte per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori, dell’ambiente e di tutto il resto, facendo nascere di fatto le democrazie liberali, il miglior sistema politico e sociale di cui l’uomo si sia mai dotato.

Abbiamo inventato il futuro, e poi l’abbiamo aggiustato. Oggi siamo, forse, in una fase analoga: la tecnologia ha cambiato il mondo per sempre, ma il lavoro, la politica, le società, i diritti dei cittadini ne stanno subendo anche e soprattutto gli effetti negativi. Bisogna ripartire da qui, sostiene Keen, dal «restare umani nell’era digitale», lavorando su cinque strumenti: regolamentazione, innovazione competitiva, responsabilità sociale, diritti dei lavoratori e dei consumatori, istruzione. Siamo già stati qui, nel futuro, e ne siamo usciti andando avanti, non tornando indietro.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Studio in edicola da oggi, venerdì 30 marzo. Qui un’anteprima dei contenuti.
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