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10:54 sabato 19 settembre 2026
Il 24 settembre esce Eternal, un cofanetto di 16 dischi che raccoglie un anno intero di bootleg dei Joy Division E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Bon Iver ha composto un jingle pubblicitario per promuovere il polpettone del ristorante di una sua amica «Meatloaf dippers at Howard’s in Stillwater/Meatloaf dippers can be a whole meal or starter/Meatloaf dippers, oh so light and yummy/Go on and warm your tummy, with dippers».
C’è una scuola in Vermont che insegna ai figli dei ricchi a coltivare i campi, badare al bestiame e pulire casa. Per 40 mila dollari a semestre La Mountain School offre agli studenti del terzo anno la possibilità di passare un semestre a lavorare in fattoria. Un semestre piuttosto costoso, oltre che faticoso.
Una ricerca dice che gli investimenti in energie rinnovabili sono arrivati al punto di svolta positivo: producono effetti molto migliori del previsto a un costo molto inferiore delle aspettative Ma i problemi rimangono, perché ancora oggi per ogni euro investito per proteggere la natura se ne spendono 30 per distruggerla, si legge nella stessa ricerca.
Una raver ha lanciato una petizione per vietare i pantaloni di Hello Kitty ai rave «I rave non sono pigiama party. I pantaloni del pigiama servono per dormire», ha scritto Samantha Scott su Change.org, in una petizione che finora non ha riscosso grande successo.
L’UE vuole che il Canada diventi un “membro associato” dell’Unione, ma nemmeno l’Unione sa cosa vuol dire diventare un membro associato dell’UE Ursula von der Leyen ha avanzato la proposta, il Canada si è detto interessato, resta solo da capire che cosa comporti questa proposta.
La prima ricerca sul disastro in Nepal ha confermato quello che tutti sospettavano: la crisi climatica c’entra eccome in quello che è successo Lo ha realizzato la climatologa Friederike Otto dell'Imperial College di Londra: per lei, i nepalesi stanno pagando una crisi provocata dalle emissioni di combustibili fossili.
Una città in Belgio ha affidato la cura dei suoi prati a un gregge di pecore e le pecore sono state così brave a curare i prati che ora il Comune assumerà altre pecore per curare i prati Si chiamano Lactose, Rayban, Pils, Domino, Katimini, Maria, Juliette e Puyu. E il Comune di Ixelles non può più fare a meno di loro nella cura del verde pubblico.

L’immortale Andreotti

I diari pubblicati da Solferino sono sorprendentemente uno dei casi editoriali dell'estate.

14 Settembre 2020

No, non c’è il famoso episodio in cui chiede alla moglie di sposarlo durante un funerale al cimitero. E non c’è neanche il passaggio dove, in diretta da Maurizio Costanzo a Bontà Loro nel 1976, ha ammesso di aver tirato qualche calcio ai compagni di scuola (un passaggio epocale della tv perché prima di allora un politico non aveva praticamente mai raccontato del suo privato, pensa te che tempi). In compenso, in questi Diari Segreti appena pubblicati da Solferino (420 pagine, un librone, ma gustoso) Giulio Andreotti – sette volte presidente del Consiglio, 32 volte ministro, per quattro elezioni il più votato d’Italia – qualche sopracciglio comunque lo fa alzare: sugli amici, su nemici, sui personaggi, sui tempi che ha vissuto. Sopracciglia alzate, quindi, ma in questi giorni anche occhi strabuzzati, visto che – in maniera sorprendente – il volume è quarto in classifica nelle vendite della saggistica, davanti ai best seller Augias, Calenda e Recalcati, e persino davanti all’Harper Collins Su Harry e Megan.

«Mi piacerebbe sapere la fascia d’età prevalente dei lettori», mi dice Alessandra Sardoni, il volto che tutti conosciamo del Tgla7 e una delle giornaliste più preparate sulla politica italiana. «Ma credo che contino due diversi fattori: la popolarità del personaggio, che resta per almeno un paio di generazioni anche nel negativo, e che è stata rivitalizzata dal film di Sorrentino: Andreotti ha della commedia e della cronaca, del grottesco e della politica. E poi penso influisca il fatto che sia talmente centrale nella letteratura, nel genere giornalistico dei “misteri Italiani” da catturare altri lettori. Infine ritengo che l’idea del diario segreto documento apparente disintermediato sia un richiamo forte. La parola segreto, insomma, funziona».

Che il Divo prendesse appunti lo sanno tutti, aveva iniziato subito, nel 1944, su consiglio di Leo Longanesi. La storia poi è quella che potrebbe capitare ad ognuno di noi: un trasloco e quei vecchi scatoloni che nessuno sa mai cosa ci sia dentro. Nei nostri finisce sempre che ci trovi le foto sfigate delle comunioni e gli addobbi dei vecchi alberi di Natale; Stefano e Serena Andreotti, due dei quattro figli del Senatore, invece hanno aperto i loro e ovviamente dentro c’era la storia d’Italia. Pubblicarla tutta sarebbe stato troppo, ma anche in questa parte, che racconta più o meno tutti gli anni Ottanta, in cui incredibilmente Andreotti non aveva incarichi di Governo e che non riguardano il processo per associazione a delinquere di stampo mafioso, di aneddoti se ne trovano, figurarsi: «Al comunista D’Alema, che parla di un mio carteggio con il mafioso Gambino, dico che mi ha rotto le scatole. Quando ci vuole, ci vuole», come se fosse una roba perentoria, senza sapere che da lì a poco sarebbero volati i vaffanculo in allegria anche tra i suoi colleghi.

A proposito, sul tema colpisce un altro passo: «Vengono a studio per una foto di gruppo Vittorio Gassman, Enzo Biagi, il presentatore Corrado Mantoni, il cantante Zucchero Fornaciari, il comico Beppe Grillo e il calciatore Gianluca Vialli. Siamo stati indicati dai lettori della rivista Sorrisi e Canzoni TV come personaggi dell’anno e riceveremo il premio Telegatti». Era il 22 dicembre del 1987, vabbè.

«Non mi meraviglia questo interesse per Andreotti come per le grandi personalità della Prima Repubblica», spiega, tranquillo, Pier Ferdinando Casini, l’ultimo vero democristiano ancora in Parlamento, 37 anni di seguito sugli scranni (il Nostro invece 68), che pure in gioventù fu al fianco dei dorotei di Bisaglia e poi con Forlani, quindi non proprio nell’inner circle del Divo. «La gente sta capendo ora, dopo l’antipolitica degli anni scorsi, i prezzi che si pagano al dilettantismo e all’incompetenza. Andreotti era un uomo che la politica la conosceva, che la professionalità politica la sublimava, che i contatti internazionali mettevano al centro dell’arena. Tutto sommato questo fatto delle vendite è la dimostrazione specifica che c’è un processo di revisione critica in atto: viva Andreotti e viva la politica costruita sulle competenze, perché i dilettantismi ci hanno già quasi scavato la fossa».

Tornando alle cose di oggi, ad un certo punto scrive: «Si discute del numero dei parlamentari. Sono troppi? Quale è il riferimento con gli altri Paesi, eccetera. Fa impressione in effetti il rilievo che lo stesso lavoro è compiuto a Palazzo Madama da 323 persone e a Montecitorio da 630. Ad un capo di Stato che domandava quante persone lavorassero in Vaticano Giovanni XXIII rispose “la metà”». E chissà perché nessuno del comitato del SI’ al taglio dei parlamentari oggi si avventuri in un “lo diceva già Andreotti!”.

Dentro il libro c’è il mondo visto dagli occhi speciali di un uomo di potere cui abbiamo ora accesso nel profondo dell’intimità: il rosario recitato insieme a Madre Teresa di Calcutta («Un momento di Paradiso»), la festa a casa di James Stewart a Los Angeles in occasione della festa per i suoi 35 anni di matrimonio («Nel settore i giubilei postnuziali sono rarissimi», osserva perfido), o quando deve scrivere una lettera all’accademia svedese per caldeggiare il Nobel per la Pace a Pertini, che evidentemente se ne moriva per averlo.

Ci sono racconti che davvero sono interessanti per gli storici, come quando parla a lungo con Gheddafi (che gli consegna due suoi libri da regalare a Reagan, Andreotti il postino), o come quando va a Mosca per i funerali di Andropov, intermezzati da osservazioni di costume: «Nel volo di rientro Pertini esclude me e Berlinguer dal tavolo dello scopone nel quale, andando, avevamo avuto un certo successo (pensava, sbagliandosi, che il giovane D’Alema fosse meno agguerrito) e ci invita, invece, a parlare un po’ di politica».

C’è, insomma, questa vena ironica, che ha dello straordinario. Dice di Prodi, neo Presidente dell’IRI, il più importante ente pubblico di politica industriale: «Se è vero che l’amico Prodi di tanto in tanto si diletta di spiritismo (la seduta con il riferimento a Gradoli durante il sequestro di Moro), avrà forse modo di farsi indicare dai grandi presidenti passati, come Beneduce o Paratore, la via per decurtare i forti deficit IRI, che sarebbe però davvero ingiusto addebitare all’ultima gestione. E già che c’è, chieda anche a Enrico Mattei come si fa a riportare l’ENI a guadagnare e a non a perdere migliaia di miliardi come oggi avviene». Insomma: dopo 420 pagine di auto racconto uno si convince che, forse, Andreotti non era proprio come Il divo di Sorrentino che lo fece – pare – così incazzare. Di sicuro, però, antipatico non doveva esserlo.

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