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Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Viva l’Alta velocità

Perché la storia dei treni veloci è anche la storia degli italiani: dai picchetti degli anni Novanta al Milano-Francoforte che ci avvicinerà all'Europa.

15 Aprile 2018

«Tu cominci sempre qualcosa/e mi lasci sospesa e non parli di te», sono naturalmente le parole di Gianna Nannini, “Ragazzo dell’Europa”, ma sarebbe un bellissimo flusso di coscienza o inno dell’Alta velocità, almeno in Italia. Che bella. Erano gli anni Ottanta, Nannini non pensava probabilmente di diventare una primipara attempata, noi eravamo piccoli, ma sui libri di scuola già si studiavano i Tgv, i trains grande vitesse che i francesi avevano inventato (e comunicato) per primi, treni che dovevano trasportare soprattutto l’idea del centralismo innovativo francese. François Mitterrand aveva assoldato Jacques Séguéla come ideologo soft, e Philippe Starck come designer di Stato. E nella Francia che viaggiava verso il bicentenario della rivoluzione, anche i treni a grande velocità avevano la loro parte nel ricordare l’unità di un grande Paese moderno.

Invece nel resto d’Europa e soprattutto in Italia l’Alta velocità che sarebbe venuta dopo soprattutto si vergognava, e nel Paese demente degli anni Novanta si cavalcava non verso le infrastrutture ma invece incontro alla devolution e le leghe e i localismi psycho. Contro i treni veloci soprattutto si manifestava e si picchettava preferendo i mille aeroporti sartoriali in un territorio non proprio sterminato.

Poi per qualche strano caso l’Alta velocità era diventata solo AV, non suscitava più proteste, insieme alle sue amiche con nome più glamour, le Frecce. Scrittori anche impegnatissimi “contro” venivano avvistati in salottini executive. Le Frecce cambiavano il Paese forse solo come con l’autostrada del Sole. Da Milano a Roma in meno di tre ore, quattro Roma-Torino; adesso da Milano a Francoforte, per la prima volta, da dicembre. Cambiamenti di sociologie e urbanistiche: Torino diventava un suburbio molto chic, Milano una città stato. Roma, svuotata di quel poco che le era rimasto, un carapace poetico tra monnezza e surrealismo, deserto la sera come un fondale di film. Pronta per diventare una Berlino mediterranea degli anni Duemilaventi, se solo crollasse il mercato immobiliare.

L’Alta velocità delle Frecce, si capirà tra vent’anni, avrà cambiato gli italiani, sottoposti a una specie di Erasmus coattivo e continuo, tra Nord e Centro. Un popolo sedentario, dove ci si sposta volentieri solo per le ferie d’agosto (ma mai e per nessuna ragione per lavoro, con il fantasma continuo della “deportazione”). Intanto, tutti gli amici creativi o con lavori vagamente contemporanei emigravano a Milano; gli altri vi viaggiavano almeno una volta al mese.

Snack dolce o salato? Bratwurst o pajata? Chissà cosa succederà coi romani a Francoforte. Emigrazioni anche rapide, in giornata, già sul Roma/ Milano. Era diventata veramente metropolitana d’Italia, come da claim che pareva ingenuotto. Invece, forse la più grande unificazione dai tempi del solito Mike Bongiorno. Forse anche linguistica, speriamo non nell’inglese degli annunci di bordo. Però cambiamenti sociologici importanti; finiva il timore reverenziale romano camuffato da superiorità (“si va a letto presto”; “la cosa più bella di Milano è il treno per Roma”). Adesso dietro un milanese entusiasta c’è quasi sempre un romano pentito. Sviluppano il virus dell’efficienza, inoculano il culto del tram in orario (più rari, i milanesi che scoprono Roma, controvoglia, avevano sempre resistito, ma in questo caso il contagio è fatale, scoprono l’altana e il Pincio, è finita). Più equilibrio, in generale. Fatta l’Alta velocità, si potevano fare gli italiani.

E non ci voleva davvero molto a capire che il paese sbriciolato dei campanili aveva bisogno di una dose di centralismo, se non democratico almeno ferroviario. E magari succederà lo stesso con la vituperata Europa, alla faccia delle Brexit e catalogne e Schengen disapplicate. «Milano vicino all’Europa», cantava il Poeta, anche se tra Palermo e Francoforte manca ancora l’ultimo miglio.

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