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Uno studio ha dimostrato che in un film è più probabile venga scelto come protagonista un uomo che si chiama Chris o un animale parlante piuttosto che una donna over 60 «Le donne sono metà della popolazione. E invecchiamo. Allora dove sono le storie su di noi?», ha commentato l'attrice Emma Thompson.
Dua Lipa ha pubblicato gratuitamente su YouTube il film concerto di Radical Optimism nonostante avesse ricevuto offerte milionarie dalle piattaforme streaming Si intitola Dua Lipa - Live From Mexico, dura due ore e in nemmeno una settimana ha già superato i due milioni di visualizzazioni.
Il governo russo ha detto alle banche che devono difendere da sole le loro filiali e abbattere i droni ucraini a spese loro E lo ha fatto con una legge che lascia agli istituti finanziari la libertà di armare il proprio personale e addirittura comprare sistemi antidrone.
The Mandalorian and Grogu stava andando malissimo ma adesso sta andando benissimo Sembrava destinato al flop, ma improvvisamente il nuovo film del franchise di Star Wars e ha iniziato ad incassare molto in tutto il mondo.
La governatrice di Tokyo vuole che i lavoratori vadano in ufficio in pantaloncini e scarpe da tennis perché fa troppo caldo E anche per risparmiare sulla bolletta, visto che il costo dell'energia è aumentato moltissimo a causa della crisi nello Stretto di Hormuz.
Su YouTube stanno riscuotendo grandissimo successo gli audiolibri brutti, piratati e fatti con l’AI Un sondaggio del 2025 ha rilevato che il 35 per cento dei fruitori di audiolibri ha ascoltato almeno un titolo piratato su YouTube, e la maggioranza lo ha fatto perché era gratis.
Bezos ha detto che Mamdani dovrebbe smetterla di prendersela con i miliardari e il giorno dopo Mamdani ha intimato ad Amazon di pagare 9 milioni di dollari di multe stradali arretrate Multe comminate perché i fattorini lasciano i furgoni Amazon in mezzo alla strada, con il motore acceso, a inquinare.
La Cina ha lanciato degli embrioni nello spazio per scoprire se è possibile avere bambini spaziali Un esperimento necessario per capire se i sogni di colonizzazione galattica dell'umanità sono davvero realizzabili o no.

Turisti che odiano i turisti

Thailandia e Laos: i fattoni sono portatori sani della globalizzazione culturale (ma non lo sanno)

24 Agosto 2012

Quello che segue è un reportage dalla Thailandia e Laos, terzo e ultimo di una serie di racconti di viaggio dal sud-est asiatico, storie di globalizzazione e di feticismi neo-romantici, di modernità e di “orientalisti per caso.” Chi le avesse perse, può leggere anche la prima puntata, dedicata alla Birmania, e la seconda dedicata al turismo macabro in Cambogia e Vietnam.

«Non capisco perché tanta gente viene a Pai. Non c’è niente da vedere» dice l’autista del bus che porta a questa cittadina nel nord-ovest della Thailandia. «Almeno vent’anni fa venivano qua a farsi: eroina, oppio, marijuana. Oggi trovi solo poca roba». Quell’autista, che si tiene sveglio con la ya ba, pillole di metanfetamine, ha perfettamente ragione: Pai non offre attrazioni di rilievo e non è più uno dei santuari del Triangolo d’Oro.
«Qui c’è molta energia e pochi turisti, solo viaggiatori» dice con tono ispirato una ragazza italiana. Nel suo leggero vestito a fiori materializza un flashback anni Sessanta. Con le sue parole e il modo di pronunciarle ricorda il personaggio di un film di Verdone e interpreta l’ennesimo equivoco del neo-orientalismo: non rendersi conto che Pai è popolata da turisti, ma non vederli perché sono thai, ragazzi della borghesia nazionale, che adorano questo posto dalla strada perfetta per le loro nuove moto. Quella ragazza, invece è approdata qui seguendo il flusso dei giovani occidentali.

«E’ il punto zero per un sacco di gente che cerca qualcosa» chiosa Joe Cummings, autore di culto delle Lonely Planet. Gente che anima una scena di piccoli alberghi, guest-house, ristoranti, caffetterie, banchetti di street food, librerie, agenzie di viaggio, internet point, sale di massaggi tradizionali, erboristerie, chioschi mobili per cocktail, verande dove i giovani passano le ore stesi sui mon hin, i tradizionali cuscini thai, per guardare un dvd in compagnia o chattare con amici.

L’archetipo di questo stile di vita è Banglampoo, uno dei quartieri più antichi di Bangkok, dove vivevano gli artisti di corte. Sul finire degli anni ’60 i suoi alloggi a basso costo accolsero gli sbandati sulle vie dell’Asia descritti da Pico Iyer in C’era una volta l’Oriente. Oggi è punto d’incontro e residenza dei backpacker, i viaggiatori indipendenti, scenario iniziale del romanzo di Alex Garland The Beach e del film interpretato da Leonardo di Caprio che ne è stato tratto. Khao San Road, la via centrale, mantiene il suo potere d’attrazione per i globetrotter a basso budget. Ma le vecchie corti oscure con edifici in stile sino-coloniale dove s’incrociavano gli emuli di Timothy Leary, il profeta psichedelico, sono state ristrutturate e illuminate dalle insegne di Starbucks, McDonald’s, la pizzeria Scoozi, la libreria Bookazine.

E’ cambiata anche la United Travellers Connection. Aperta da un israeliano che si era messo in affari con un chiosco di falafel, da punto di ritrovo per i suoi connazionali nel viaggio sabbatico post-militare, è divenuto uno degli snodi del nuovo turismo in Asia. Nel vicolo retrostante, il Sori Vorabin Gym, una palestra di Muay Thai, la tradizionale boxe thailandese, è ormai un centro di specializzazione per chi progetta di insegnare arti marziali nelle catene di palestre occidentali.

Insomma, Banglampoo è un laboratorio antropologico, lo scenario delle tribù di viaggiatori che s’incrociano nell’Asia Orientale. Sono tribù che si contaminano a vicenda, ritrovandosi in riti collettivi, che sia un full moon party in un’isola del golfo di Thailandia o un corso di massaggio nella scuola del Wat Phu di Bangkok, ma soprattutto nel modo di viaggiare. Passano da una bakery che mette in mostra cheese-cake e apple pie a un “ristorantino” (diminutivo adorato dagli estensori della Lonely Planet) che serve banana pancake. Si muovono lungo un percorso disegnato dalla guida e organizzato dalle agenzie a loro consacrate. In questo modo, però, restano intrappolati in un circuito che rende difficile qualunque modifica, un non-luogo che potrebbe trovarsi in un punto indeterminato dell’Asia.

I lonely planeter sono sempre meno lonely. Ci sono i post hippy, categoria residuale della generazione che trent’anni fa s’incamminò sulle vie dell’Asia. Hanno poco o nulla dei loro padri o nonni, se non nell’abbigliamento o nella volontà di perdersi. I neo hippy, invece, sono personaggi in cerca della spiaggia o della montagna perfetta, di un dio, di un rito o di uno stile codificato dalle riviste di tendenza. Sono i cacciatori dell’onda perfetta sulla spiaggia di Ulu Watu a Bali, i nostalgici orientalisti di Luang Prabang in Laos, i romantici cercatori di rivoluzioni perdute in Vietnam, i tipi “outdoorsy” che si avventurano in trekking nel nord del Vietnam e della Thailandia o si spingono sulle tracce di Jon Krakauer nell’Aria Sottile del Nepal. I viaggiatori spirituali più puri si confondono ormai con gli shadu i “folli di Dio”, ma la maggioranza interpreta la Via come un percorso stile Buddha Bar, tra lezioni di yoga, corsi di meditazione o respirazione.

Col tempo alcuni entrano a far parte di un’altra tribù, quella degli expat, coloro che si sono trasferiti all’estero per irrequietezza esistenziale, curiosità culturale, ricerca di un’alternativa. Sono esperti d’arte, architetti, designer, stilisti, ristoratori. Molti di loro sono arrivati come operatori di una Ong e si sono creati una nicchia ecologica. In Cambogia o in Laos sono stati il motore di una vera e propria economia parallela, animatori di nuovi quartieri che riproducono lo stesso cliché.

Si fa anche largo una categoria di nicchia, quelli che cercano qui nuovi paradisi finanziari, broker, businessman. «Non ci sono più avventurieri» dice Luc Le Jeune, francese che vive a Saigon da più di dieci anni, ideatore e proprietario di locali alla moda come il Temple Club. «Ma c’è casino, tanto da divertirsi e molto, molto denaro in giro».

C’è anche un lato oscuro in questo fenomeno migratorio. E’ quello in cui scompaiono decine di giovani ogni anno. Spesso per imprudenza e stupidità. In molti casi cercando di raggiungere il luogo più sperduto, lontano, proibito. A volte inseguendo il record di chi spende meno per mangiare o dormire. Altre abbandonandosi a un edonismo tanto sfrenato quanto privo di significato. Come accade, ad esempio, nel villaggio di Vang Vieng in Laos, sulle rive del fiume Nam Song. “Se i teenager governassero il mondo, sembrerebbe Vang Vieng” è stato scritto. E’ scena di un rave continuo, i ristoranti servono Magic mushroom shake e Opium pizza e la moda del rafting su camere d’aria nel 2011 ha provocato la morte di almeno 22 ragazzi. Ma soprattutto è un nuovo modello per i ragazzi lao, per i quali l’immagine dell’Occidente s’identifica con droga, alcool, sesso libero.

Il che crea un paradosso: coloro che dovrebbero interpretare il viaggio ecocompatibile, sostenibile, politicamente corretto sono divenuti i portatori sani di globalizzazione culturale.

Insomma, se si sceglie di fermarsi a Pai, bisognerebbe guardarsi negli specchi attaccati a ogni angolo di strada. Nella cornice nera c’è scritto: “Are you Ting Tong?” Pubblicizzano un locale. Ma è meglio non essere tanto pronti a rispondere di sì. Nel thai popolare, infatti, ting tong significa fuori di testa. Non in tono scherzoso.

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