Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Fondazioni, lo stato dell’arte

Le aziende del lusso come mecenati contemporanei, complici fondazioni e grandi architetti, spazi di integrazione tra discipline e vivai per nuovi talenti. In Triennale parliamo di Fondazione Trussardi, qui vi raccontiamo cosa stanno facendo gli altri.

Sabato 22 novembre alle 15.30, a Studio in Triennale avremo come ospite Beatrice Trussardi, presidente della Fondazione Trussardi, intervistata dal direttore Italia e Sud Europa di Reuters Alessandra Galloni.
Si parlerà soprattutto della Fondazione Trussardi (nella foto, la prima mostra pubblica a Milano nel 2003), del suo rapporto simbiotico con la città di Milano, e del perché il format adottato è presto diventato un modello culturale replicato altrove.
Nell’attesa di ascoltare il punto di vista di Beatrice Trussardi, ecco di seguito un punto della situazione di dove sono arrivate altre fondazioni d’arte nate dall’iniziativa di grandi gruppi del lusso e della moda.

*

Undicimila metri quadrati. Oltre 3600 pannelli in vetro, legno e acciaio. Una silhouette inconfondibile sorta tra sguardi ammirati e qualche critica, come si conviene a tutte le opere architettoniche. Il mese di ottobre ha fatto da sfondo a un’apertura a lungo attesa dagli appassionati di arte e dai cultori del lusso allo stesso tempo: la Fondazione Louis Vuitton, progettata dall’archistar Frank Gehry, decostruttivista già autore del Guggenheim di Bilbao, rappresenta infatti un punto d’incontro visivo, economico e concettuale tra il mondo del lusso, la moda e l’arte. Dimensioni di uno stesso universo che tendono a sovrapporsi tra loro e a convergere sempre più.

La gestazione dell’edificio che ospita la Fondazione Vuitton è cominciata oltre dieci anni fa quando Bernard Arnault affidò a Gehry l’incarico di progettare una struttura emblematica che potesse rispecchiare l’affinità del gruppo Lvmh (sigla che sta per Louis Vuitton Moët Hennessy, a sottolineare l’importanza del marchio Vuitton nel conglomerato del lusso internazionale fondato da Arnault, che per inciso è l’uomo più ricco di Francia) alle arti, figurative e non.

Sebbene la Fondazione vera e propria sia stata creata nel 2006, la genesi dell’idea risale a cinque anni prima: nel 2001 si viveva in un mondo diverso, dove non esistevano gli smartphone né i social network; nel quale la moda era ancora percepita come una materia d’élite, lontana dalle democratizzazioni in stile H&M, distante dalle contaminazioni che oggi, complici la Rete da un lato e la globalizzazione dall’altro, puntano a conquistare un pubblico trasversale in modi altrettanto trasversali. Le logiche di marketing, insomma, erano diverse. Ma nonostante questo l’arte e la moda viaggiavano già a braccetto, nei piani di Arnault e non solo.

L’affinità tra la moda e l’arte – e quindi l’interesse vicendevole che sembrano nutrire le due discipline e che sfocia in una serie di connessioni a svariati livelli – è una questione ontologica: lo stilista è di per sé e prima di tutto un creativo, un esteta, un amante della bella forma e delle proporzioni, che le rispetti in nome di un’armonia di stampo classico o le stravolga facendosi interprete di un’avanguardia. E spesso è un amante dell’arte: Yves Saint Laurent, couturier francese di origine algerina che con la sua creatività stravolse la moda (e contribuì a un’evoluzione della figura femminile) negli anni Sessanta e Settanta, non solo adorava collezionare pezzi d’arte, ma trasferì alcuni degli stilemi artistici del Novecento nelle proprie creazioni. Se è famoso l’abito Mondrian, ispirato alla produzione del pittore olandese, che Saint Laurent realizzò nel 1965, è altrettanto noto il patrimonio artistico costruito da monsieur Yves nel corso della propria vita: della sua collezione – battuta all’asta da Christie’s al Grand Palais di Parigi nel febbraio 2009, dopo la morte dello stilista, per un valore totale di oltre 370 milioni di euro – facevano parte opere di Matisse, Duchamp, Man Ray. E, ancora, Brâncuși, Klee, Géricault, De Chirico. Sulla scia di questa profonda passione, nel 2002, a seguito del proprio ritiro dal mondo della moda, Saint Laurent ha creato, insieme al compagno di una vita e socio Pierre Bergé, una Fondazione intitolata a entrambi. Negli ultimi 12 anni la Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent ha ospitato mostre di pittura, fotografia, videoarte.

L’affinità tra la moda e l’arte è una questione ontologica: lo stilista è di per sé e prima di tutto un creativo, un amante della bella forma e delle proporzioni, che le rispetti in nome di un’armonia di stampo classico o le stravolga facendosi interprete di un’avanguardia.

Tornando al veliero in acciaio e vetro della FLV, che troneggia tra Bois de Boulogne e i Jardin d’Acclimatation, antica zona di caccia di proprietà dei reali francesi e oggi buen retiro domenicale di chi bazzica la parte occidentale della Ville Lumière, c’è la voglia di promuovere la creatività contemporanea nelle sue mille sfaccettature – dall’arte all’architettura passando per la musica e la poesia – coniugando «l’eterno e la modernità estrema», come ha ammesso lo stesso Arnault, dando spazio a nomi già noti e a creativi in fieri, complici mostre, performance live, residency per i giovani artisti. Della programmazione musicale della Fondazione, per esempio, fa parte la Classe d’excellence de violoncelle par Gautier Capuçon destinata a sei violoncellisti alla fine del loro percorso di studi: alla base del progetto FLV – oltre alla volontà di creare una destinazione iconica, appetibile per un pubblico diverso per interessi e nazionalità, visto e considerato che ogni anno a Parigi arrivano circa 16 milioni di turisti – c’è l’intenzione di far nascere un vivaio accessibile a (pochi) talenti internazionali, in linea con una tendenza sempre più marcata, quella che vede le aziende di moda nel ruolo di promozione delle nuove generazioni nel mondo dell’arte, ma anche di patrocinio e tutela del patrimonio storico che un tempo fu dei mecenati. Gli esempi, a questo proposito, sono diversi: il restauro della Fontana di Trevi, a Roma, finanziato da Fendi, azienda del gruppo Lvmh che si è impegnata a rinnovare anche il Colosseo Quadrato, all’Eur, suo nuovo quartier generale; il Colosseo, per la cui ristrutturazione Tod’s ha stanziato 25 milioni di euro nel 2011; il Ponte di Rialto a Venezia, che tornerà agli antichi splendori grazie a 5 milioni di euro donati da Diesel.

Il passaggio dalla Francia all’Italia è d’obbligo quando si parla di arte e moda: tra le fondazioni d’arte create dalle case di moda nostrane spiccano la Fondazione Trussardi, nata nel 1996 e dal 2003 diretta sul piano artistico da Massimiliano Gioni, ma anche la Fondazione Furla, impegnata dal 2000 sul piano dell’arte con un premio giunto alla sua decima edizione, e su quello dei giovani con il Furla Talent Hub. E, ancora, il Max Mara Art Prize for Women un riconoscimento che viene dato ogni due a anni promettenti artiste residenti però nel Regno Unito.

Al momento gli occhi sono puntati sulla Fondazione Prada, evoluzione ambiziosa (da un punto di vista architettonico, ma anche di concetto) di un progetto che Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, entrambi Ceo del Gruppo Prada, hanno avviato quasi vent’anni orsono: la Fondazione Prada nasceva infatti sulle fondamenta di PradaMilanoArte nel 1995. A maggio 2015 aprirà la nuova sede della Fondazione, che sorge in un’ex area industriale rinnovata da una mano cara alla maison, quella di Rem Koolhas, architetto olandese che con il suo studio, Oma, ha realizzato tra gli altri il Prada Epicenter di New York. La ristrutturazione, o per meglio dire evoluzione, è fisica ma non solo: il piano è quello di stimolare una sinergia tra le diverse discipline che ruotano attorno al mondo Prada – moda, arte, letteratura, danza, cinema – attraverso la creazione di un contenitore inedito nel quale tali discipline possano coesistere insieme e in modo indipendente.

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg