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Francia controversa

La minaccia terroristica, gli scioperi, gli Europei. Più la Francia viene destabilizzata, più si distinguono le voci di intellettuali tanto brillanti quanto allarmanti. Come Éric Zemmour.

In Francia si sono scontrati hooligan inglesi e tifosi russi, al porto di Marsiglia, appena iniziati gli europei di calcio: lacrimogeni, sassi, bottiglie rotte. In Francia la sicurezza si era concentrata più su eventuali attacchi del terrorismo islamico che non su scontri tra tifoserie. In Francia tre giorni dopo l’inizio degli Europei Larossi Abdalla, di 25 anni, ha ucciso un vice comandante di polizia e la moglie e si è dichiarato affiliato dell’Isis (pochi mesi dopo la strage del Bataclan). In Francia per respingere la nuova legge sul lavoro si sono organizzati una serie di scioperi – trasporti, raffinerie, raccolta rifiuti – e il giorno dopo l’uccisione da parte di Larossi Abdalla, Parigi è diventata un territorio di guerriglia; sassi, bastoni, bottiglie, vetrine infrante, auto rovesciate. Durante le proteste è stato assalito addirittura l’ospedale dove era ricoverato il figlio dei genitori uccisi dal ragazzo affiliato all’Isis che, prima di essere ucciso, ha fatto in tempo a dire che gli Europei di calcio diventeranno un cimitero. Calais scoppia di migranti.

In Italia, negli stessi giorni, è uscito un libro che inizia così: «La Francia è il malato d’Europa». L’autore è Éric Zemmour, il libro appena tradotto si intitola Il suicidio francese (Enrico Damiani Editore, pp.590, euro 19). Più la Francia viene destabilizzata, attaccata nella sua vita quotidiana, ferita, più si distinguono le voci scivolose di intellettuali controversi, reazionari, tanto brillanti quanto allarmanti, come lo scrittore Michel Houellebecq, il filosofo Alain Finkielkraut, il saggista Zemmour (ebreo di origini algerine, opinionista di Le Figaro). Il giorno della strage di Charlie Hebdo, il 7 gennaio 2015, usciva il nuovo romanzo di Houllebecq, Sottomissione, che disegnava una Francia islamizzata. Houellebecq lasciò Parigi, protetto dalla polizia. Il saggio di Zemmour, Le suicide français, era uscito pochi mesi prima, nell’ottobre 2014, e arrivò a essere primo in classifica.

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Questi “nuovi reazionari”, o intellettuali di destra, appaiono dei visionari, dei profeti (Sottomissione sembrò una profezia), appaiono insopportabili e razzisti, e sono infatti accusati di omofobia, di maschilismo e di islamofobia, a volte sembrano il rantolo della coscienza della Francia che richiama i francesi dall’oltretomba a proteggere il loro futuro. I loro toni sono apocalittici, i ragionamenti seducenti e diabolici. Ascoltare quello che dicono è insopportabile, ascoltare quello che dicono fa pensare, a volte sembrano solo ridicoli nostalgici che lottano per ripristinare un mondo ormai sparito per sempre, una Francia che non esisterà mai più. Ma la luce sinistra del loro sguardo osa cogliere dinamiche sotterranee che trasformano la società. Sono sottili nel collegare eventi lontani. Sono geniali nel mostrare come alcuni pensieri o cose in cui oggi crediamo le pensiamo o crediamo perché cinquant’anni fa è uscito un film culto, perché trent’anni fa è stata approvata una legge, o perché vent’anni fa una squadra con molti giocatori di periferia e con la pelle nera ha vinto un Mondiale di calcio. È difficile essere d’accordo con le loro tesi, ma leggere la loro prosa, sempre politicamente scorretta, ha qualcosa di utile. Fa bene sentire dire ciò che di solito non si sente dire.

In Il suicidio francese Zemmour denuncia tutto ciò che ha indebolito il prestigio della Francia, i suoi valori e le tradizioni. Zemmour riscrive una storia francese dal 1970 al 2007 ripercorrendo eventi simbolici che ne hanno mutato l’identità. Racconta di come una controcultura è diventa cultura ufficiale. Analizza testi di canzoni, casi di cronaca nera, soppesa il cambio dell’immaginario. Parla di un concerto dei Rolling Stone – proibiti in Francia perché condannati dall’uso di stupefacenti – che fu trasmesso dalla radio commerciale RTL e commenta così: «Le frontiere erano condannate dalla tecnologia e dall’Europa». Critica Canal+, canale nato con l’idea di programmi per un pubblico più selezionato e che ripiegò su “cinema porno e calcio”. Il pubblico delle élite fu sostituito da telespettatori più popolari e il tono dei programmi si fece «insolente, edonista, individualista. La lingua era destrutturata come l’abbigliamento; il darsi del tu di rigore». Anche l’introduzione della classifica delle 50 canzoni trasmessa da Canal+, secondo Zemmour, consacrò «il mercato e il denaro», incensando il successo e l’effimero, invece di carriere durature. Per Zemour Canal+ finì per diventare «il canale dell’odio per sé, dell’odio per la storia della Francia; il canale della decostruzione del romanzo nazionale».

Per Zemmour la Francia si è indebolita per molti motivi. Il primo è l’americanizzazione. Ecco tre esempi.

● Dopo il dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy anche i francesi adottarono quella formula, e uno dei due sfidanti, Valéry Giscard d’Estaigne, per emulare Kennedy (JFK), arrivò a firmarsi VGE.

● Nel 1981 in Francia viene trasmesso il telefilm Dallas. Il successo «aveva consacrato la sconfitta culturale ancor prima del suo rinnegamento economico e ideologico». Da allora, si cominciò «a vantare il successo e persino il denaro». Dallas «si rivelò una temibile arma di colonizzazione degli spiriti». I genitori chiamarono i propri figli Sue Ellen, Pamela o persino JR: la Francia «si inginocchiava davanti ai cow-boy texani».

● Anche i rapper francesi emulano l’America. Dal 1991, con l’uscita dell’album Authentik del gruppo NTM, «i vibranti appelli a “fottere la Francia”, a uccidere gli sbirri, a urinare sulla bandiera non si contano più». La radio culto del rap francese, Skyrock, infranse l’obbligo delle quote previste per la musica francese. A finanziare la radio – le banche francesi si defilarono – furono la Deutsche Bank e Goldman Sachs: «Una sorta di filo simbolico univa i principali attori della globalizzazione alla diffusione di una cultura rap sul territorio francese».

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Insieme all’americanizzazione della Francia, Zemmour guarda con terrore l’islamizzazione della Francia. Le sue idee sull’identità culturale sono rigide, e spesso ricorre a semplificazioni. La sua ricostruzione mostra però la doppia coscienza del governo francese:

● Per compensare il calo demografico – anche in seguito al voto sull’interruzione di gravidanza – nel 1975 si decide di incentivare il “ricongiungimento famigliare”: dal Maghreb donne e bambini potranno raggiungere in Francia mariti e padri. Presto l’affluenza è tale che i servizi sociali non riescono ad assorbire gli arrivi. Le scuole si riempiono, le periferie si estendono. Un decreto del 1976 sospende il ricongiungimento famigliare, ma il decreto è dichiarato illegale. Per contrastare gli arrivi, nel 1978 si istituisce un “rimpatrio assistito”: un assegno di 10mila franchi per le famiglie di stranieri che vogliono lasciare la Francia. Intascano l’assegno solo spagnoli e portoghesi. Nel 1982 l’assegno per il rimpatrio sale a 100mila franchi. Ma nessuno tornerà indietro. A partire dal 1983 nel panorama politico si affaccia il Front National. «Questa sequenza – scrive Zemmour – mostra l’esitazione, il dilettantismo, il retropensiero e la cattiva coscienza delle élite francesi».

● Fino agli anni Sessanta i nomi dei francesi dovevano essere quelli presenti sul calendario. Quella legge di Napoleone era «un importante elemento unificatore». Dal 1966 si poteva applicare il principio con “flessibilità”. Nel 1993 una legge stabilì che il nome del bambino venisse scelto dai genitori. Per Zemmour la legge è il passaggio «dall’assimilazione al multiculturalismo», cioè da una cultura che inserendosi in un’altra ne sposa i costumi a una che resta impermeabile. Risultato? «In molte città francesi Mohamed diventò il nome più diffuso all’anagrafe. Un primato che suonava come una promessa di dominio e di conquista».

America, Islam, il terzo nemico è l’Europa. Diceva Houellebecq: «Il mio rimprovero all’Europa è che non esiste, a differenza della Francia. Non mi sento affatto europeo, mi sento francese».

È difficile vedere le cose come le vede Zemmour. Perché gli sembra strano che un nato in Francia si chiami Mohamed? Risulta più accattivante quando denuncia le ipocrisie della destra e della sinistra. Un esempio a destra: a firmare la legge sul divorzio nel 1975 sarà la destra conservatrice e liberale: «La libertà e il successo personali sono preferiti alla stabilità della famiglia; l’egoismo individuale degli adulti è preferito all’equilibrio psichico dei figli». Ipocrisie a sinistra: mentre Charles de Gaulle rafforza le linee dei treni della periferia in crescita, «a cominciare dall’ascesa della sinistra nel 1981, i loro poteri pubblici privilegeranno le linee del TGV e il loro pubblico di uomini d’affari e di turisti danarosi in viaggio verso sud».

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Lo strumento prezioso del Suicidio francese è il metodo di Zemmour. Il libro va letto chiedendosi: ma davvero nel Maggio ’68 «gli operai non volevano fare la rivoluzione ma ottenere le comodità piccolo-borghesi; non desideravano distruggere la società dei consumi, ma volevano entrarvi»? Va letto chiedendosi: davvero nel Sessantotto è esistita un’alleanza tra pubblicitari, psicologi e donne contro la figura dei padri perché il padre era l’unica figura che conteneva le pulsioni consumistiche? Davvero la femminilizzazione degli uomini può essere stata in qualche modo influenzata dal video dei Queen “I Want to Break Free”, con Freddy Mercury travestito da donna di casa?

Si può dissentire su tutto ma bisogna leggere Zemmour anche perché usa i metodi di interpretazione degli stessi autori che critica: da Michel Foucault a Bernard-Henry Levy, da Jean-Paul Sartre a Jacques Derrida. Non è un caso che nella introduzione abbia scritto: «È tempo di decostruire i decostruttori».

In Francia sono giorni e mesi di fuoco. Ogni giorno gli intellettuali conservatori intervengono e commentano gli scioperi voluti dal sindacato Cgt, le violenze fuori dagli stadi, i nuovi atti di terrorismo. Sempre più spesso sono tacciati di aiutare, con le loro prese di posizione, il Front National e Marine Le Pen. Finiti gli Europei di calcio in Francia inizia infatti una nuova partita. Le elezioni presidenziali del 2017. Elezioni che si giocheranno a destra.

I giorni di proteste e scioperi in Francia, fotografati per Getty Images da: Alain Jocard (carrello bruciato e vetrina rotta); Dominque Faget (manifestazione);  Jacques Demarthon (murales).
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