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Vita e morte della recensione

Guardare il film di Scorsese sulla New York Review of Books e chiedersi: a cosa servono le recensioni?

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di vedere al cinema The 50 Years Argument. Dico fortuna perché non ha una distribuzione italiana  e probabilmente non ce l’avrà mai, anche se il regista è Martin Scorsese. Ma è un documentario, il mercato signoria mia, e quindi l’unico modo per vederlo sul grande schermo è intercettarlo in qualche rassegna o festival. Ed è un peccato perché è davvero un gran film, di quelli che quando esci dal cinema non solo hai imparato qualcosa e vedi il mondo in una luce nuova, ma sei anche tutto carico di energie positive e alla seconda birra con gli amici hai voglia di fondare una rivista (è andata davvero così). Almeno fino al mattino successivo quando sulla questione cala un imbarazzato silenzio e tentate di non incrociare gli sguardi.

50yearargumentposter1The 50 Years Argument è la storia della New York Review of Books, delle persone che l’hanno animata, delle battaglie per cui si è schierata, di quello che rappresenta nella storia intellettuale della seconda metà del secolo americano (un grosso pezzo). Ma è anche un dispaccio dall’epoca delle riviste, un piccolo trattato su come partecipare alla discussione pubblica e alla circolazione delle idee, un atlante sentimentale dei tempi in cui ciò che scrivevi – e dove scrivevi – contava qualcosa, o almeno ci piace immaginarcelo così (e questo è parte del problema).

Per buona parte del 1963 i giornali di New York non andarono in edicola a causa di uno sciopero dei giornalisti durato 114 giorni. Non uscivano più giornali ma non per questo non uscivano libri, solo che non c’era nessuno a recensirli: mai nella storia si sarebbe ripetuto un momento più propizio per fondare una rivista di recensioni librarie. A capirlo furono un gruppo di intellettuali e scrittori che gravitavano intorno a Robert Lowell, il poeta, e sua moglie, la scrittrice Elizabeth Hardwick: l’editore A. Whitney Ellsworth e soprattutto Robert B. Silvers e Barbara Epstein. Per quanto il momento fosse propizio, la loro non era certo l’idea per un investimento commerciale (da quando fondare una rivista letteraria, fatta soprattutto di lunghe recensioni poi, è un’idea anche solo vagamente favorevole dal punto di vista economico? No, neanche allora), quanto piuttosto la risposta a un’insoddisfazione per il miserevole stato delle recensioni, della recensione come genere letterario, negli Stati Uniti e in particolare sul New York Times e il suo supplemento domenicale dedicato ai libri. Una manciata di anni prima, nel 1959, la Hardwick aveva pubblicato sull’Harper’s Magazine un pezzo rimasto giustamente famoso, “The Decline of Book Reviewing“, in cui lamentava la pigrizia intellettuale, la scrittura sciatta, l’eccessiva tendenza alla lode, ma soprattutto: l’abissale, devastante noia. «Il torpore della New York Times Book Review è quello che colpisce di più. La lode banale, la critica flebile, lo stile sciatto e gli articoli esili, l’assenza di coinvolgimento e passione, personalità e originalità – la mancanza, infine, di uno stesso tono letterario – hanno fatto del New York Times un giornale di provincia», scriveva la Hardwick.

Il non essere interessanti, il trasformare la vita delle idee in un grigio lavoro impiegatizio, non è un’accusa lanciata da un manipolo di estenuati tossici della facezia, ma la semplice constatazione che scegliere il partito preso della noia vuole dire condannarsi alla marginalità, tagliarsi fuori da quella conversazione collettiva e pubblica che è la cultura, e così facendo escludere da essa una grossa parte della popolazione e condannare l’élite all’autorenfernzialità, al provincialismo, all’atrofia (e alla brutta scrittura).

Così, nel febbraio del 1963, esce il primo numero della New York Review of Books. I direttori rimarranno sempre e solo due: Robert B. Silvers e, fino alla morte nel 2006, Barbara Epstein. Insieme, e oggi Silvers da solo, assegnano ogni articolo, leggono ed editano ogni singolo pezzo, trasformandosi in poco tempo in due monumenti, amati e stimati da quasi tutti gli scrittori, critici, giornalisti passati al vaglio della loro matita. Nel corso degli anni si alterneranno firme come Sontag, Vidal, Didion, Capote, Auden, Tony Judt, Arendt, Mailer, Updike, Coetzee, recensendo ogni due settimane le novità editoriali e, in un certo senso a partire da esse, prendendo posizione per i diritti civili, l’opposizione alla guerra (quella del Vietnam ma anche l’invasione dell’Iraq da parte di Bush Jr), l’emancipazione femminile, l’11 settembre, il Medio Oriente.

Se c’è un autentico protagonista nel film, questo è Silvers. Amico di George Plimpton, inizia a lavorare alla Paris Review, come managing editor e poi “corrispondente” da Parigi quando studiava a Science Po. Dal 1963 a oggi non ha mai abbandonato il timone della rivista, riuscendo a «scrivere l’agenda interiore della cultura» (come diceva DeLillo). E l’ha fatto senza quasi mai prendere la parola direttamente, ma attraverso le parole degli altri, usando l’unico potere dell’editor: quello della selezione.

Scorsese è un maestro nello studiare ambienti sociali chiusi, guidati da uomini forti che rispondono a leggi non scritte – sì, tipo la mafia – ma qui gli interessa celebrare un’istituzione, non metterla in discussione. Volendo, non sarebbe troppo difficile. Le uniche persone sotto i quaranta che compaiono nel film sono dei tizi silenziosi dall’aria dimessa che porgono dei fogli a Silvers: se non stagisti, quasi. (Ma, d’altro canto, le riviste e i progetti culturali, penso, non si formano proprio intorno a personalità forti al limite del saturnino, accentratrici, ingombranti? Non è una certa qual dose di monolinguismo centripeto la condizione necessaria alla fioritura della pluralità delle idee?).

New-York-Review-of-Books-editor-writer-Hugh-Eakin-and-editor-Robert-Silvers

E, certo, tutti gli attori di questo film sono un po’ radical chic. Ma almeno per una volta il termine non è usato a sproposito: quando Tom Wolfe lo scrisse la prima volta nell’omonimo articolo del New York Magazine sul party a casa Bernstein con Pantere Nere d’ordinanza, era quell’ambiente che prendeva di mira (ma anche a cui si rivolgeva), tanto che molti dei nomi fatti finora potreste trovarli lì.

Eppure l’esperienza della NYRB resta un modello. Tanto più in un momento come questo in cui la recensione come luogo di formazione di un giudizio (cosa diversa da un’opinione: quella ce l’abbiamo tutti) e articolazione della discussione pubblica non se la passa tanto bene. Fateci caso: qual è l’ultima recensione che avete letto su un quotidiano italiano? Le eccezioni non mancano, d’accordo, però ho l’impressione che i giornali ne ospitino sempre meno, sacrificate nello spazio, spesso limitate a circostanziati riassunti (e mi raccomando a non rivelare il finale di un romanzo: come se lo spoiler fosse un nuovo crimine contro l’umanità). D’altronde, se quello che devono fare è guidare un acquisto, allora funzionano molto meglio i commenti su Amazon, con il loro pittoresco repertorio di assurdità critiche, o quelli sui social dedicati alla letteratura (il più grande dei quali, Goodreads, non a caso è stato comprato da Amazon). Se sei un giornale allora ti conviene mettere un estratto o un’intervista: ti costa anche meno. È la disintermediazione, bellezza. Quando Fortini, in Verifica dei poteri, parlava «dell’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione» era il 1960, e descriveva l’imporsi dell’industria culturale in Italia paragonandola alla «motorizzazione dei centri urbani». Certo, vista da qui la temuta «industria culturale», soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi, più che dell’industria aveva le dimensioni di una fabbrichetta di famiglia, ma fu comunque un cambiamento delle strutture e dei soggetti coinvolti nel processo di produzione del valore (letterario). Poca cosa rispetto a oggi quando, per dire, il 45% degli acquisti librari su Amazon è generato dagli algoritmi di accoppiamento del tipo Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche.

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà. Ecco, una rivista crea l’ambiente per permettere alle idee che vengono stimolate dai libri – ma che non necessariamente sono contenute nei libri – di circolare.

Altrimenti è il trionfo del mi piace/non mi piace. Il perché lasciamolo spiegare a Martin Amis: «Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono più modi di sentire più autentici, e quindi più importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura» (è la prefazione a La guerra contro i cliché, traduzione di Federica Aceto: sì, una raccolta di recensioni).

Poi, certo, non mi sento di escludere di stare scrivendo ancora sotto gli effetti di The 50 Years Argument, di fare miei gli argomenti di un vecchio e privilegiato manhattanite e di un film che dipinge quei personaggi come eroici e romantici paladini di un tempo fortunatamente strafinito. Magari tra qualche giorno, diradati i postumi di questa sbornia, tornerà la rassegnazione nei panni del sano realismo.

O forse no. In fondo le riviste servono anche a questo.

Nell’immagine in evidenza: Robert B. Silvers in redazione. Nell’articolo: la locandina di The 50 Years Argument e di nuovo Silvers in redazione con un editor.
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