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Uno scrittore anormale

La narrativa italiana recente sembra l'opera di un soggetto collettivo. Giordano Tedoldi, che torna in libreria con minimum fax, non segue la scia.

TEDOLDI.inddIo odio John Updike, appena ristampato da minimum fax, dopo la prima edizione Fazi del 2006, è una raccolta di racconti bella ma sciatta, discontinua, piena di vuoti di stile, di stranezze. I temi principali sono la solitudine, la depressione, il sesso, i soldi, i genitori. Ma i punti più luminosi del libro sono quelli in cui la voce narrante dei diversi racconti (assolutamente indipendenti fra di loro, ma agitati da una stessa presenza misteriosa, attraversati fondamentalmente da uno stesso personaggio oscuro che non possiamo che identificare al di là delle diverse contingenze) parla di sé, si esalta o si deprime, si guarda dall’esterno, si disprezza: qui la scrittura ha uno scarto, si eleva grazie alla forza del ritmo e dell’immaginazione.

La voce di Tedoldi ha qualcosa di unico, di personalissimo, di meravigliosamente idiosincratico. Qualcosa a metà fra una certa eleganza e la brutalità, tra il formalismo e la volgarità. Non parlo di sintesi dei contrari o di rovesciamento dialettico, ma di una miracolosa compresenza, di un disequilibrio, ma un disequilibrio organico, che caratterizza tutto quello che ha scritto.

Quello che mi ha colpito alla prima lettura de I segnalati, il primo romanzo dell’autore romano, uscito nel 2013 sempre per Fazi (a 7 anni di distanza da Io odio J.U.) è che proprio tali caratteristiche dello stile vengano rafforzate. Ciò che risultava acerbo nel libro precedente è qui spinto fino al parossismo: alto e basso, concreto e immateriale, verosimile e inverosimile cozzano fino a evaporare. Le prime pagine de I segnalati sembrano uscite da un eccellente romanzo realista (nell’insensata accezione vulgata), con descrizioni di interni e famiglie borghesi, di situazioni conflittuali, di contrasti sopiti, con una scrittura asciutta e aderente: poi piano piano il racconto si sfalda, subentrano trame secondarie irrisolte, eventi accessori spesso non funzionali al plot, oscuri musicisti greci, vecchi compositori nazisti, studiose di demonologia medioevale, omicidi, discrete perversioni, sessualità confuse, riti, rune, esoterismo a manetta, in un’incomprensibile e confusionaria e kitsch (o camp) e a volte davvero brutta spirale di delirio.

A young boy looks through broken glass a

Il punto è che questo quasi parodico pastiche di generi (romanzo borghese, romanzo di iniziazione, romanzo simbolista, addirittura romanzo gotico, giallo, thriller postmoderno) è assolutamente fruibile e bello da leggere, perché tutte le strade abortite sono sostenute da una voce potentissima e esuberante, assolutamente nuova nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Tedoldi è uno dei pochi autori italiani viventi (Mari, Moresco, Trevi, Nove, Arbasino come fuoriquota, tutti non a caso scrittori diversissimi fra loro) che sembra ancora credere che il fatto letterario sia soprattutto un’avventura linguistica, un’epopea dello stile. Ammiro tutto quello che scrive Tedoldi non perché sia particolarmente bello (non lo è), ma perché sembra incredibilmente suo, da come descrive un corpo umano:

L’unica sensazione sgradevole era che quella muscolatura, così scolpita, fosse una catena che lo stritolava, e persino il pene, attorcigliato nella sua flaccida indifferenza, fosse in realtà un formidabile lucchetto. Così, anche se le cicatrici che percorrevano le braccia, a partire da entrambi i polsi fino a metà dell’omero, apparivano non i drammatici, ripetuti segni di autogressione, ma intagli lasciati da vandali o agenti atmosferici su membra di bronzo. Quei segni, tra cicatrici bianche e croste più fresche di un rosso bruciato, erano così tanti da non rinviare più a un gesto di sofferenza psichica, erano solo confusione e disordine, illogicità e tempo perduto. La costituzione fisica di Alessandro era come la corteccia di un pino esposta agli anni, in cui però le suppurazioni resinose si fossero convertite in tessuto cicatrizzante.

o semplicemente una minzione:

entrai nel piccolo bagno e orinai nettandomi con la carta igienica da un rotolo nuovo.

Georgia Recovers After Russia Withdrawal

Se andiamo a dare una sbirciata retrospettiva a Io e Wendy, uno dei racconti di Io odio John Updike, vediamo come lo stesso Tedoldi, nella sua eccessiva e disturbante lucidità, abbia ben chiare le cose fin dal principio:

Il tempo passò. Scrivevo. Leggevo le recensioni e me lo facevo venire dritto con le critiche all’antologia appena pubblicata, quella che era stata presentata in teatro e dove avevo massacrato la manovalanza letteraria italiana – tutti intellettuali senza scampo, tutti poveracci influenzati da modelli sbagliati, tutta gente priva di un pur minimo briciolo/desiderio di usare la letteratura come un’imbarcazione con la quale traghettare la propria eccezionalità, la propria illegale personalità, tutti già notai, per dirla come Ionesco […].

Gran parte dei romanzi italiani degli ultimi anni sembrano raccontati da uno stesso soggetto collettivo

L’idea che mi sono fatto è abbastanza banale e semplicistica, frutto di una generalizzazione contestabile e arbitraria, ma spero contenga un nocciolo di verità: gran parte dei romanzi italiani pubblicati negli ultimi anni, sia di fiction che di non-fiction, da autori più o meno giovani, più o meno affermati, sembrano popolati non tanto dagli stessi personaggi, quanto raccontati da uno stesso soggetto collettivo: un uomo senza alcuna particolare qualità, inetto, che lascia intravedere un mondo interiore vivido, eterosessuale, castrato dal contesto storico rispetto al quale non è mai in rivolta ma schiavo, blazè, spesso occupato nel mondo dell’arte se non artista, niente più che benestante, disilluso ma al liceo andava alla manifestazioni anti-Berlusconi, sistema valoriale inconciliabile con quello dei genitori, nevrosi, disfunzioni affettive, egocentrico, incostante, molto sensibile, individualista, ironico, sostanzialmente buono. In questo ritratto credo possa rispecchiarsi la quasi totalità di lettori mediamente colti che sono soliti consumare un certo tipo di libri: non i classici, non i blockbuster, ma quello che c’è un gradino sotto: anche gli scrittori della collana Nichel di minimum fax (per cui abbastanza paradossalmente, ma sembra un buonissimo segnale, esce la ristampa di Io odio John Updike), appunto la «manovalanza della letteratura italiana», il mainstream alternativo, il Canone di nicchia. Lettori e autori sono accomunati da una stessa identità, e l’unico motivo di interesse di questi libri sembra essere proprio che chi li legge si può identificare in chi parla, o in chi vede, o in chi agisce. Nathalie Sarraute già negli anni ’50, in un saggio contenuto nel fondamentale L’ére du supçon, parlava criticamente di un fenomeno simile:

Ogni gesto dei […] personaggi, il modo in cui si ravvivano i capelli, si accomodano la piega dei pantaloni, accendono una sigaretta o ordinano un caffè, oltre ai discorsi che tengono, i sentimenti che provano, le idee che li occupano, danno di continuo al lettore la confortante e deliziosa impressione di riconoscere quanto ha potuto o avrebbe potuto lui stesso osservare. Si aggiunga che la grande fortuna di questi romanzieri, il segreto del loro successo presso i lettori, consiste nello scegliere, in modo del tutto naturale, il proprio posto di osservazione nel punto preciso in cui lo pone anche il lettore. Non al di qua, dove si trovano gli autori e i lettori dei romanzi di appendice, né al di là, nelle segrete penombre, in quel continuo ribollire dove si elaborano i nostri atti e le nostre parole, ma là dove abbiamo l’abitudine di porre il nostro “io”, quando vogliamo rendere conto con una certa chiarezza a noi stessi o agli altri dei nostri sentimenti o delle nostre impressioni […].

A picture taken through the broken windo

L’impressione penosa è che l’oggetto della loro narrazione non sia la realtà, ovvero non sia che una realtà superficiale, nient’altro che la più piatta e banale apparenza. Più banale e sommaria ancora, contrariamente a quanto in un primo tempo poteva sembrare, di quella che scorgiamo noi stessi, benché distratti e indaffarati.

Nei libri di Tedoldi questa particolare soggettività patologica moderna (clamorosamente ancora legata, in maniera conscia o inconscia nulla interessa, ai personaggi sveviani) è scorporata, riscontrabile solo in minima parte se non del tutto assente, oggetto di un’accelerazione verso il Male. È impossibile identificarsi con alcuno dei protagonisti delle storie di Tedoldi, non solo perché sono ricchi, perversi, di destra o razzisti, ma perché creano continuamente dal nulla i loro valori di riferimento, la loro etica, l’idea del Bene e del Male, facendo a brandelli i comportamenti umani socialmente costituiti: il narratore de I Segnalati, ad esempio, sembra inizialmente una persona plausibile, qualcuno in cui sommariamente ci riconosciamo e proiettiamo la nostra particolare natura, poi all’improvviso lo osserviamo uccidere un amico con un pugnale medioevale, farsi complice di altri delitti, fingere una lunga masturbazione femminile davanti a un bambino di dieci anni, farsi praticare una fellatio da un assassino. Ma questo non lo definisce, all’interno del libro, come colpevole o come omosessuale o altro; rimane una figura sfuggevole, non catalogabile, a tratti assolutamente impalpabile, definito unicamente dalle sue idiosincrasie: una marionetta che agisce arbitrariamente, quasi sempre gratuitamente, liberato dal principio di causa-effetto. E ogni esame psicanalitico che egli fa dei suoi atti si dimostra grezzo e caricaturale, ininfluente.

Las Vegas Area Subdivision Becomes Ghost Town Due To Foreclosure Crisis

Solo di recente ho poi potuto leggere Deep Lipsia, breve romanzo autopubblicato da Tedoldi su e-book (costa 99 centesimi, un affare). Sfiancante e nauseante, è probabilmente la cosa migliore che l’autore abbia finora scritto. Vero e proprio capolavoro clandestino della letteratura italiana che ci ricorda, ancora una volta, come la vera letteratura sia proprio l’esatto contrario di un appiattimento sullo spirito del tempo, e serva piuttosto a rovesciare le strutture profonde del nostro immaginario, facendo leva su una forma di immaginazione lontana.

Alla fermata seguente, Lucie Platz, sale un ragazzo che è arduo guardare negli occhi perché la sua faccia si trasforma continuamente, si siede nei sedili in fondo e tento disperatamente di decifrare la sua fisionomia […], questo ragazzo è il ragazzino Alfa, solo che gli hanno fatto qualcosa, la faccia non è che un instabile corpo di luce che irradia incoerentemente una sensazione di felicità e di profonda colpa, e solo a quel punto Albert avvicinandosi al ragazzo, che indossa una curiosa maglietta marinara a strisce orizzontali bianche e blu, si accorge che la sua bocca è sigillata da un nastro color carne e gli occhi sono finti, sono due diamanti bianchissimi tagliati a brillante e dal naso pende un ulteriore minuscolo diamante incastonato in una catena in argento che gli fora il setto, il ragazzo afferra la catena e ci osserva, strappa via la catena e parte del suo setto si smembra […].

Stasera alle 19, a Milano, alla libreria Verso in corso di Porta Ticinese 40, si terrà una presentazione di Io odio John Updike.

Nell’immagine in evidenza, vetri in un bowling di Christchurch, Nuova Zelanda, dopo il terremoto del 2011 (Cameron Spencer/Getty Images). Nel testo, nell’ordine: un bambino a Gaza (M0hammed Abed/Getty Images); una statua di Stalin a Gori, Georgia, nel 2008 (Uriel Sinai/Getty Images); l’autostrada A6 a Lione (Jean-Philippe Ksiazek/Afp/Getty Images); un complesso abitativo abbandonato a Las Vegas (Ethan Miller/Getty Images)
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