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Una cosa adolescenziale che non farò mai più

A dieci anni dalla maturità, una settimana sui banchi di un liceo classico milanese. Spaccato di vita giovanile e borghese, educazione sentimentale e politica.

La prima cosa che noto è subito una cosa strana: Alessandro Crispi, professore di greco e latino, quarant’anni, camicia azzurra e gilet blu, sorridente, probabilmente appassionato di teatro e biciclette, guarda un tablet e dice «Cardellini, perché risulti assente?». La classe ride, Cardellini è in imbarazzo, alza le spalle, Crispi sorride con gli altri e corregge la presenza dell’alunno sul registro elettronico. Mi è evidente che alcuni professori, molto più anziani di me, di Cardellini e probabilmente di Crispi, abbiano ancora dei problemi con il touch screen che ha sostituito il vecchio registro cartaceo. È sabato mattina e sono al mio primo giorno di scuola, dieci anni dopo l’ultimo.

Il liceo che ha accolto me, un ventottenne con dei conti ancora aperti con la fine dell’adolescenza (che, suppongo, è il principale motivo per cui ho chiesto a un liceo di farmi tornare studente per una settimana), è il Manzoni di Milano, in via Orazio, quartiere di Sant’Ambrogio, a non più di tre minuti a piedi dalla casa in cui vivo mentre scrivo, il centro più storico e più borghese di Milano. Qui, disegnando un cerchio di poche centinaia di metri puntando il centro del compasso proprio sulla mia sedia della III B, si incontrano le mura romane residue del vecchio circo, in via Brisa; la basilica di Sant’Ambrogio; la vecchia casa di Zlatan Ibrahimovic quando giocava nell’Inter. E poi i cortili che il Fondo ambiente italiano talvolta apre al pubblico, piccoli parchi fioriti nascosti in strade così strette da essere senza marciapiede, salotti che un tempo erano salotti per davvero e chissà che non lo siano ancora, terrazze in cui, in primavera ed estate, osservo entrare vecchie signore in abito da sera sgargiante sull’abbronzatura innaturale di chi viaggia molto, mangia bene e non lavora mai; cocktail privati elettorali di altre vecchie signore, a volte le stesse, a sostegno di questo o quel candidato di un partito di sinistra, a volte Pd, meglio se ancora più a sinistra.

A chi non l’avesse mai visto, il liceo Manzoni potrebbe sembrare molto simile – e non starebbe sbagliando – a uno dei tipici licei romani in cui vengono ambientati film su giovani adolescenti borghesi ribelli e innamorati, film spesso brutti ma che hanno insieme attinto da e segnato decenni di adolescenze borghesi reali. Il palazzo che lo ospita fu costruito specificatamente per il liceo, nel 1912, in stile rinascimentale lombardo. L’atrio dell’ingresso è quadrato, colonnato, austero. Davanti a me ho il cortile, a sinistra le scale, a destra la palestra. La mia classe è al primo piano. I corridoi, a maggio, sono illuminati dal sole attraverso finestre alte due metri. I pavimenti sono decorati con grosse strisce bianche e nere diagonali. Dentro camminano o corrono di aula in aula alcuni degli ottocento studenti che incontro anche fuori, dove fumano sigarette, parlano a gruppi, salutano i quasi coetanei del Senegal che vendono accendini e braccialetti e fazzoletti di carta in  scatole di cartone e scotch da pacchi.

Il liceo Manzoni è simile a uno dei tipici licei romani in cui vengono ambientati film su giovani adolescenti borghesi ribelli e innamorati.

Dopo l’appello fatto dal registro elettronico incontro un dettaglio che riduce il gap decennale tra il mio vecchio liceo degli anni zero e questo nuovo liceo di metà anni dieci. Il dettaglio è un libro di greco, il Simposio di Platone, la stessa copertina bianca, blu e rossa, la stessa carta, lo stesso su cui – lo riconosco solo ora, e prima di vederlo di nuovo non avrei saputo descriverlo – leggevo e studiavo e sottolineavo io. È un dettaglio insignificante quello di un vecchio libro, rispetto alla novità di un tablet? Sì, e insieme no. È da un lato, certamente, un dettaglio insignificante. Ma nella mia testa è qui che inizia a crearsi lo spazio elastico in cui il concetto di vecchio e quello di nuovo coesistono, galleggiano, si toccano o si distanziano. Probabilmente qualcuno crede che dieci anni siano una distanza nulla, ma non lo sono, o almeno non lo sono stati gli ultimi dieci. In termini di tecnologia, innanzitutto. E poi in termini di come la tecnologia si è inserita nella nostra abitudine culturale quotidiana, di come la tecnologia è diventata un accessorio indispensabile dell’esistenza e non soltanto del comfort. In termini di cambiamento del discorso politico. In termini di cambiamento del discorso mediatico. In termini di cambiamento del discorso intorno a Internet, e anche intorno ai diritti civili, al politicamente corretto, alla flessibilità del lavoro, alle partite Iva, a Silvio Berlusconi. E poi, negli ultimi dieci anni, è cambiato anche l’ordinamento del liceo (rispetto alla riforma Bottai del 1952). Il classico, con la riforma Gelmini, non è più diviso in biennio (ginnasio) e triennio, ma in due bienni più un quinto anno, l’ultimo. Sono diminuite da cinque a quattro le ore di italiano nel primo biennio; la lingua e letteratura straniera è stata estesa all’intero corso di studi, per tutti; storia e geografia sono state inglobate nel primo biennio, con un aumento orario da due a tre; c’è stato un aumento orario anche per matematica; per scienze naturali, estese all’intero quinquennio; per storia dell’arte; per fisica.

Alessandro Crispi mi presenta alla III B come dottor Coppo, i ragazzi (sono all’ultimo anno) mi dicono buongiorno. Poco prima di entrare, sulla breve strada che percorro da casa al liceo, il battito cardiaco accelera, mi prende un vago stato d’ansia, ansia da prestazione, ansia da “cosa sto andando a fare”. Ansia perché sono l’intruso che invade, pur con una presenza silenziosa, uno spazio intimo, che è lo spazio privato della classe, non intesa come esperienza scolastica vera e propria, ossia di apprendimento, ma come qualcosa di molto più liquido: la scuola, la classe, le lezioni, sono pretesti per una crescita umana complicata e rapidissima. Mi viene in mente che la crescita che ognuno vive, ha vissuto o vivrà al liceo è di tre tipi: culturale, politica e sessuale. Sono questi i tre campi su cui mi affaccerò.

In classe

L’aula è una tipica aula da liceo-classico-in-palazzo-d’epoca, di quelle che conosco bene. I banchi sono senza sottobanco e sono quadrati anziché rettangolari, e quasi tutti gli studenti appoggiano gli zaini direttamente sul banco, oltre i libri, i quaderni, i diari e gli astucci. Quasi tutte le ragazze hanno borse anziché zaini. Il rapporto maschi-femmine è cinque contro diciotto e, come è ovvio, nella maggior parte dei casi i maschi hanno i tratti bambineschi, ingenui e un po’ cretini di tutti i maschi diciottenni, con le ragazze più donne, più definite, più peculiari: non più vecchie, di sicuro meno giovani.

Cerco di appuntare mentalmente i cognomi mentre Crispi consegna delle verifiche di letteratura greca svolte la settimana prima. Lombrosianamente, guardo i tratti dei ragazzi e delle ragazze e scommetto su chi avrà preso un 5, chi un 6, chi un 9 o un 10. Lombrosianamente, fallisco. Principe, il ragazzo con le Nike Air Max, un volto pulito, bello e un po’ cazzone, prende un 7 e caracolla al suo posto trascinando i piedi. Le ragazze si muovono più svelte e più agili nel tragitto tra il banco, la cattedra e di nuovo il banco. Conti, l’unico con la barba, misterioso e con il piglio dell’intellettuale, movimenti lenti e più eleganti dei suoi coetanei, prende 10, l’unico 10 della classe. Il suo compagno di banco, che sembra un compagno di sketch se un regista avesse scelto i due per una pièce comica, ossia un tipo ai suoi antipodi, un ragazzo grosso e con la faccia simpatica, gli batte la mano sulle spalle per congratularsi. Prenderà soltanto 6.

La lezione di letteratura greca è sorprendente. Quando Alessandro Crispi entra in classe gli studenti sono ai loro banchi e si alzano in piedi, una cosa che non accadrà con altri professori, e vorrei  dire a Crispi che non condivido questo tipo di formalismo verso l’autorità, ma taccio. Spiega con la voce potente ma ferma, senza sforzi, un tono che funziona: l’attenzione è massima, gli interventi pronti e preparati, e i momenti di leggerezza o umorismo si chiudono senza lasciare strascichi di possibile distrazione. Apriamo il Simposio di Platone. La scena vede Alcibiade ubriaco che racconta del suo amore per Socrate, dei suoi tentativi di seduzione e della resistenza del filosofo. Se ne leggono, in classe, pochi passi per poterli tradurre, io mi distraggo e vado avanti: Alcibiade narra al simposio della sua strategia per sedurre Socrate: il vino, molto vino. Una conversazione tirata per le lunghe, la notte che scende, la scusa perfetta: perché non rimani a dormire? Non so se i ragazzi si rendano conto della contemporaneità di questa scena, al netto della filosofia di Platone, se impareranno da Alcibiade a riempire bicchieri di vino in fretta alla ragazza o al ragazzo con cui sperano di passare la notte, a guardare poi l’orologio e con finta sorpresa proporre di non rischiare un ritorno a quell’ora, e con tutto quel vino in corpo. Per me, per il me ventottenne, la seduzione di Alcibiade è qualcosa di letterariamente inaspettato, eroticamente potentissima, e con un grande potenziale educativo. Il me diciottenne di dieci anni fa, al momento della spiegazione, stava probabilmente scarabocchiando un foglio o era impegnato in qualsiasi attività che potesse distrarlo dall’ascoltare il professore.

Penso al paradosso dell’osservatore di Labov, per cui l’obiettivo di scoprire come un gruppo sociale interagisce nel suo ambiente naturale sarà impossibile da raggiungere.

Ora devo fotografare visivamente tutto, e guardo molto in giro mentre la lezione prosegue: come sono appese le cartine (Impero Romano, Italia Antica, Continente Americano), quali sono i gesti più frequenti, chi sbadiglia, chi guarda chi, chi ha dimenticato il libro e forse lo dimenticherà anche domani, e dopodomani. Vorrei essere un fantasma, ma non posso. Guardo l’ultima fila a sinistra, una delle posizioni più coperte, vedo una ragazza che guarda verso il basso, con un’angolatura strana. Appena mi chiedo se sta sbirciando un cellulare lei ne estrae uno dalla zona d’ombra e fa per rimetterlo in borsa. A metà percorso mi vede, si blocca. Distolgo lo sguardo. Penso al paradosso dell’osservatore di William Labov, linguista e fondatore della sociolinguistica, per cui l’obiettivo di scoprire come un gruppo sociale interagisce (parla, soprattutto; per me: come si comporta, anche) nel suo ambiente naturale sarà impossibile da raggiungere: in presenza di un osservatore esterno, il gruppo sociale non si comporterà mai in modo naturale.

Suona la campana, nessuno si muove, Crispi detta i compiti: li trovate online, scaricatevi il modulo T5.

Dopo la classe

Dopo due giorni ho una discreta familiarità con alcuni volti, e qualcuno inizia a darmi del tu anziché del lei. Mercoledì, dopo la campana che segna la fine delle cinque ore, rimango a parlare con Paola, la rappresentante di classe, e Iris, che in classe sta in ultima fila. Non andiamo al bar, non usciamo dalla scuola. Rimaniamo nella classe vuota, sui banchi, tra i banchi. Chiedo cosa faranno tra pochi mesi, quando la maturità sarà finita. Medicina, mi rispondono entrambe. Paola dice che le sarebbe piaciuto studiare ancora letteratura, ma che ha scelto di «buttarsi» su «qualcosa di scientifico» perché «posso investirci maggiormente, capisci?». Iris, invece: «Una cosa che sento molto è il futuro». Vorrei dirle che anche io sento il futuro, vorrei sfidarla e dirle che lo sento più di lei il futuro perché probabilmente ho già visto il futuro di una volta, quello che è diventato passato, e fa ancora più paura allora. Ma taccio, ancora. Iris, che è bella e abbronzata come se fosse già in vacanza in Grecia, e ha un vestito blu e un elastico nero che le circumnaviga il bicipite sottile, dice che vuole «qualcosa di concreto in mano». Parla di scoraggiamento, di investimenti sulla cultura, di inutilità, di Italia. Dice «in Italia», poi come per contrasto dice «all’estero». Se avessi potuto scegliere qualsiasi cosa, per il puro piacere di scegliere di imparare e di studiare, cosa avresti scelto? le chiedo. Antropologia, dice.

Entrambe, nonostante l’indirizzo scientifico che inizieranno all’università, rivendicano la scelta di aver frequentato un liceo classico. Parlano di valori, di classici della letteratura greca e latina, di pensiero umanistico, di filosofia. Parlano con molto orgoglio. Parlano forse con molta, involontaria spocchia. Mi torna in mente una frase del preside della scuola, il professor Barbarino, prima del mio primo giorno di scuola. Barbarino è un anziano uomo siciliano, elegante e austero, molto o troppo ossequioso. Mi chiede se sono consapevole che il liceo classico è una nicchia, una minuscola nicchia d’avorio nella galassia dell’istruzione italiana. Che è una nicchia borghese, una nicchia di un certo tipo. Sì, gli dico, sono perfettamente consapevole, e voglio raccontare la nicchia. Non voglio raccontare lo straordinario, non voglio incontrare il limite: il limite non ha qualità maggiori dell’ordinario soltanto perché sta al limite.

Entrambe, nonostante l’indirizzo scientifico che inizieranno all’università, rivendicano la scelta di aver frequentato un liceo classico.

Il 6 marzo 2014, sul Fatto Quotidiano, Beatrice Borromeo scrive un articolo che titola (davvero): Sesso a 14 anni, le adolescenti raccontano: «Se non ti fai sverginare sei una sfigata». L’articolo, prima parte di un’inchiesta chiamata tristemente “Sex and teens”, pretende di raccontare le regole della nuova educazione sentimentale liceale, cioè adolescente. È un articolo orribile. Cosa, esattamente, è orribile nel racconto di Borromeo? Molte cose: più di tutte, la presunzione di universalità delle storie raccontate, ammesso che siano vere o soltanto verosimili. Inizia così: «La partita di pallavolo è appena cominciata (…). A interrompere tutti è una ragazza di quinta ginnasio, che invade il campo: “Finalmente mi hanno stappata!”, urla, correndo attorno alla rete con le braccia alzate. “Sì, sì: mi hanno sturata ieri sera”. È settembre 2013. E Margherita (nome di fantasia) celebra così, davanti a compagni di scuola più e meno intimi, la perdita della sua verginità». È questa, per un quotidiano tra i più letti in Italia nel 2014, l’immagine universale delle «adolescenti» che «raccontano». Cioè: è il ritratto delle «teens» e del loro rapporto con il «sex». Anche Iris e Paola l’hanno letto. Ne parliamo. Paola usa la parola «audace» per descrivere l’abbigliamento delle ragazze più piccole, delle quindicenni, delle sedicenni. Iris dice soltanto «ci sono delle leggende». Poi dice: «Di ragazzi svegli se ne vedono sempre di meno». Non c’è traccia di scandalo, le frasi di due ragazze dell’ultimo anno nel 2014 sono le stesse frasi di due ragazze dell’ultimo anno di dieci anni fa. Non è nemmeno niente di nuovo: il vecchio critica il giovane, troppo audace o troppo libertino. Al di là di questo, niente di troppo pittoresco: l’educazione sentimentale liceale, mi dicono, è stata nuova e importante. Non ritengo di dover chiedere oltre, per decenza, pudore e umanità.

Le biciclette abbandonate

Alle due e mezza di venerdì, mentre alcuni gruppi di studenti si attardano appoggiati alle macchine o in piedi in gruppi prima di tornare a casa, incontro Roberto, di I A, sedici anni, che mi aspetta per presentarmi al Collettivo. Il Collettivo del liceo Manzoni è uno dei più famosi della città, e lo stesso Manzoni aveva e ha ancora una forte fama politica giovanile. Roberto è sorridente, sembra felice e orgoglioso ed emozionato di introdurmi al gruppo, anche se il suo ruolo, capirò poco dopo, non è un ruolo di primo piano, non è tra quelli che si definiscono i “capi” del Cpm (Collettivo politico Manzoni), ma ne è soltanto, in un certo senso, il social media manager (cioè: quello che ha risposto su Facebook ai miei messaggi destinati al profilo “Collettivo Manzoni”). Poco dopo, con una copia del manifesto in mano, arriva Edoardo, lui sì uno dei capi, anche consigliere d’istituto. È uno dei pochi componenti del collettivo dell’ultimo anno: nei minuti successivi, mano a mano che arrivano gli altri ragazzi e le altre ragazze – la divisione per generi è circa 50-50 – mi rendo conto che sono tutti molto piccoli, dei primi due, a volte primi tre anni. Quasi nessuno di loro voterà, tra pochi giorni, alle elezioni europee. I pochi che voteranno, come Edoardo, sono al loro primo voto e lo daranno alla lista L’Altra Europa con Tsipras.

Si usa molta ironia quando si parla di Pd, e con le mani si mimano le virgolette quando qualcuno dice “sinistra” nella stessa frase di “Renzi”.

Ci spostiamo verso “il Vetra”, cioè il Parco delle Basiliche, dietro piazza San Lorenzo. Ci sediamo in cerchio. Al mio fianco un ragazzo di V apre lo zaino, spunta un quaderno verde, c’è scritto “Epica” con il bianchetto, e sotto, con il bianchetto poi colorato di rosso, una falce e un martello. Sono circa cinquanta i partecipanti. Roberto mi spiega, senza interrompere la relazione di Edoardo e di un altro “capo”, Manuel, che maggio non è un mese fortunato per il Collettivo. L’attività politica si concentra tra novembre e febbraio, in quei mesi le riunioni sono frequentate da più di cento studenti. Le biciclette sono stese sul prato. Arriva in ritardo un ragazzo abbronzato, con occhiali alla moda, capelli alla moda, Timberland e pantaloni stretti. Dev’essere dell’ultimo anno. Mi guarda e dice agli altri: «Non avevo mai visto un quartino con la barba». Qualcuno ride. Dopo pochi minuti è abbracciato a una ragazza carina, con un vestito corto, poco interessati all’introduzione di Manuel al funzionamento del Parlamento europeo. Molti di IV e V ascoltano, il piccolo radical chic continua a flirtare con la ragazza carina, altri parlano tra di loro, strappano fili d’erba, uno si accende una canna mentre Edoardo introduce la Ceca, la Ced (Comunità europea di difesa), gli “Stati Uniti d’Europa”. Si arriva perfino a Keynes. Tra i due relatori, Edoardo è quello informato, con documenti stampati e sottolineati. Qualcuno gli fa i complimenti, lui dice: «Beh, sull’Europa mi hanno interrogato oggi e ho preso 8!», e tutti applaudono. Si usa molta ironia quando si parla di Pd, e con le mani si mimano le virgolette quando qualcuno dice “sinistra” nella stessa frase di “Renzi”. Si parla come titoli di giornale: «gli euroscettici», in continuazione. Non menzionano mai il M5S né Grillo. Al Manzoni non attacca, mi spiegherà poi Edoardo. In compenso, usano la parola “comunista” con una facilità che mi imbarazza.

I pomeriggi di maggio

L’ultimo mio giorno di scuola è un sabato, come il primo. Fa molto caldo e ho la sensazione, ormai,  di sentirmi a casa. Non ho più bisogno di girare la testa, gli occhi, di guardare e osservare intorno perché la fisionomia dell’aula, dei professori, dei miei “compagni di classe” è diventata un tratto familiare. Il mio stare in classe non è più quello dell’osservatore ma dello studente vero e proprio. Saluto Paola e Iris soprattutto, dico loro in bocca al lupo per la maturità. Loro mi dicono: «Scrivi questo: la maturità è troppo tardi, va fatta prima». Prima? E le sessioni di studio al mare? E i weekend in campagna, con i libri sul tavolo da pranzo? E le angurie, le birre fresche? «Hai visto troppi film», mi dicono, scendono le scale ed escono fuori, dove si perdono tra gli ottocento studenti tesi verso il weekend. Verso i pomeriggi di maggio, verso gli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze che, vorrei dir loro, non torneranno più.

 

Nell’immagine in evidenza, una classe giapponese, via Flickr

Illustrazione nel testo di Sarah Mazzetti

Dal numero 20 di Studio, in edicola

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