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L’ultima moda tra i miliardari è comprarsi lo scheletro di un dinosauro Vengono battuti per milioni di dollari dalle più prestigiose case d'asta del mondo e acquistati da miliardari che si sono un po' stufati delle "normali" opere d'arte.
Sempre più giovani si dedicano al solomaxxing, cioè rimanere single perché per trovare un partner servono troppo tempo e troppi soldi Essere single non per scelta sentimentale o filosofica, ma perché le relazioni hanno un costo che il reddito medio non copre più.
Per festeggiare il centesimo compleanno il brand islandese 66°North si è inventato una delle campagne più riuscite degli ultimi anni Cento persone, nate ognuna in uno degli anni trascorsi dal 1926 a oggi, fotografate con addosso i loro vecchi capi 66°North, quelli a cui sono più affezionati.
Nelle praterie della Mongolia è stata costruita una galleria d’arte che sembra un’astronave precipitata sulla Terra Si chiama Praire Ark, l'ha disegnata lo studio architettonico cinese Büro Ziyu Zhuang ispirandosi alla saga di Alien di Ridley Scott.
Un tizio ha trovato per caso una demo unica di Is This It degli Strokes che la band aveva registrato e poi buttato È una prima versione dell'album, prodotta da Gil Norton, che Casablancas e compagni bocciarono e cestinarono. E che ora è miracolosamente riapparsa.
Secondo una ricerca scientifica gli uffici open space fanno male al cervello, fanno stancare di più e lavorare peggio A quanto pare ci voleva una ricerca per capire che rumore continuo, confusione incessante e assenza di spazio personale non fanno bene al cervello.
La pregiatissima collezione di vini di Stalin verrà venduta per finanziare l’apertura di una scuola di enologia in Georgia Al suo interno sono conservate più di 40 mila bottiglie, in parte prese dalle cantine degli zar e in parte scelte personalmente da Stalin.
Il prossimo film di Alice Rohrwacher sarà un adattamento del Barone rampante di Italo Calvino La regista non ha fatto in tempo a finire le riprese di Three Incestuous Sisters che è già arrivato l'annuncio del suo prossimo progetto.

Un club a Silicon Valley

Se fai parte di Founder Den, è come se portassi un tatuaggio in bella vista

10 Ottobre 2011
San Francisco. Jason Illian ha l’età giusta e l’approccio giusto, oltre che l’esperienza. È alla sua seconda start-up e vuole – nella tradizione di Silicon Valley – cambiare il mondo. In particolare, il mondo dei libri. La sua start-up si chiama Rethink Books. Jason ha il profilo che non soltanto rassicura sulla fondatezza delle sue ambizioni, ma che gli garantisce un invito al club più esclusivo di San Francisco: Founders Den. Si tratta di un incubatore specificatamente pensato per l’imprenditore che ha già all’attivo una o due start-up di successo; che si è costruito una reputazione; e che si muove tra software e profitti e perdite come tra l’arredamento di casa. Founders Den è un incubatore speciale anche perché ‘invita’ l’imprenditore. È un ‘club esclusivo’ a cui sono ammessi gli imprenditori che hanno più probabilità di altri di aver successo. Prima ancora che spazi e consigli, contatti e visibilità, Founders Den offre credibilità. Se fai parte di Founder Den, se sei un imprenditore (o un’imprenditrice) che è ospitato nei suoi austeri, quasi essenziali uffici di SoMa, è come se portassi un tatuaggio impresso in bella vista: sono un predestinato.

Quando Silicon Valley, più di 10 anni fa, produceva non meno di mille nuovi milionari (in dollari) alla settimana, c’erano imprenditori che passavano direttamente dall’università al successo grazie ad un pacchetto di milioni che i Venture Capitalist erano impazienti di distribuire. Poi c’erano gli imprenditori meno dotati, che avevano bisogno di un ‘aiutino’. Per questi imprenditori fu creato l’incubatore. L’aiutino garantito dall’incubatore era composto di servizi standard, tipo il commercialista, l’avvocato e ovviamente l’ufficio e la connessione Internet. I prototipi erano Idealab di Bill Gross e soprattutto Garage Technology Ventures di Guy Kawasaki. L’idea dell’aiutino si dimostrò contagiosa e la formula dell’incubatore si diffuse come un virus. Ne nacquero ovunque, ispirati dall’entusiasmo e dall’avidità. Spesso erano finanziati da enti pubblici. Una specie di Cassa del Mezzogiorno applicata alla “più imponente distribuzione di ricchezza nella storia dell’umanità”, come è stata definita la bolla delle start-up della seconda metà degli anni Novanta. Ogni università si sentì autorizzata a mettere in piedi il proprio incubatore, grazie alla forza invincibile del sillogismo socratico: Stanford è una università e ha un incubatore; quella della Calabria è un’università; ergo, deve avere il suo incubatore. D’altra parte, era facile: i servizi erano standard, non specialistici e soprattutto non necessariamente tecnologici. Uffici, computer, connessioni non si rifiutano a nessuno. E non si capisce se il gioco era avere un commercialista amico da mettere a disposizione di venti start-up o piuttosto venti start-up da mettere a disposizione di un commercialista amico. Non poteva funzionare e ovviamente non funzionò. A metà dello scorso decennio gli incubatori erano morti.

Mentre calava il sipario sugli incubatori, gli incubatori risorgevano. Ovviamente, in Silicon Valley. Qui c’è però un problema semantico. Si chiamano ‘incubatori’, ma non sono incubatori. O meglio, lo sono, ma operano in una maniera diversa dagli incubatori precedenti. Gli americani, pragmatici come sono, li chiamano incubatori 2.0, o acceleratori. Insomma, sembrano la stessa cosa ma non lo sono. Gli incubatori di prima generazione davano un sacco di supporto all’imprenditore, soldi compresi; talmente tanti soldi che John Doerr, uno che se ne intende (ha investito in Google, Netscape e Amazon), ne storpiò il nome: li chiamò ‘inceneritori’. Quelli di seconda generazione, invece non danno soldi agli imprenditori, a meno che non abbiamo già creato un team operativo; e comunque gliene danno pochi, di soldi: quanti bastano per sopravvivere sei mesi al massimo. Poi i soldi finiscono e l’imprenditore e i membri del suo team sono gentilmente invitati a togliere il disturbo. Questo avviene sia che la start-up stia andando bene sia che stia andando male. L’idea è che se vai male all’inizio, c’è qualcosa che non va; e allora devi lasciare lo spazio a chi potrebbe essere messo meglio di te. Insomma, una possibilità; hai una possibilità soltanto. Se la sprechi, sei fuori. Però sei fuori anche se vai bene, perché l’idea è che sei mesi, se sei bravo, sono sufficienti per raccogliere le idee, un po’ di attenzione, e soprattutto un po’ di altri soldi. Non per niente, questi incubatori 2.0 si chiamano anche ‘acceleratori’. A questo punto, sei pronto per spiccare il volo.

A differenza degli incubatori, gli acceleratori non offrono servizi standard ma consigli e contatti. Ora, non è che gli imprenditori del 2011 siano diversi da quelli del 1999. E’ che il mondo è cambiato: la tecnologia è meno sofisticata, costa meno, e ci sono più ingegneri. Sviluppare tecnologia è facile e costa poco; è trasformare il tutto in un’azienda e farci sopra dei soldi, che è diventato difficile. Ecco perché, se l’incubatore della prima generazione era una fabbrica, quello di seconda è una scuola. Entrare a far parte di un acceleratore oggi per un imprenditore e il suo team significa ricevere un primo livello di accettazione (il linguaggio corrente la definisce ‘validazione’) e soprattutto tanti, tanti consigli. E poi contatti, tanti contatti. Questa è l’economia della connessione, vero? E allora l’acceleratore offre visibilità, consigli, e contatti.

Con la proliferazione degli incubatori (o acceleratori), è emersa la necessità di differenziarne l’offerta. Oggi ci sono incubatori specificatamente disegnati per start-up nel digital social media, nel consumer market, nel software. E, appunto, Founders Den, il quale ospita – almeno teoricamente – i predestinati. Come Solomon Hykes, che è arrivato a Founders Den dopo essere rimasto tre mesi in un acceleratore tradizionale. La sua start-up, DotCloud, ha ricevuto un primo finanziamento di 10 mila dollari, e un secondo di 10 milioni di dollari, sei mesi dopo. Questo a dimostrazione che gli acceleratori funzionano.

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