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15:27 venerdì 10 luglio 2026
Dopo averle classificate come un “problema climatico”, l’Unione Europea ha cambiato idea sulle mucche e adesso le considera “infrastrutture critiche” A quanto pare, adesso l'Ue ha deciso che le mucche «garantiscono autonomia strategica e prevengono l'abbandono dei territori».
Dopo vent’anni potremo finalmente vedere il documentario su Marie Antoinette di Sofia Coppola girato da sua madre Eleanor Coppola Si intitola Making Marie Antoinette, lo distribuirà Mubi ed è un ultimo omaggio che la figlia fa alla madre, morta nel 2024.
C’è una playlist in cui ogni canzone è dedicata al Presidente di un Paese del G7 e l’ha fatta Emmanuel Macron Tra dossier sull’Ucraina, tensioni in Medio Oriente, dazi, nucleare iraniano e intelligenza artificiale, Emmanuel Macron ha pensato di aggiungere una canzone per ciascun leader in un catalogo musicale del potere globale.
La libreria indipendente di Han Kang a Seoul ha chiuso a causa della gentrificazione del quartiere Il proprietario dell'immobile in cui si trovava la libreria ha deciso di venderlo e nemmeno una Premio Nobel è riuscita a convincerlo a ripensarci.
Oltre a John Cale, Martin Scorsese e Marc Jacobs, nel nuovo album di Charli XCX c’è anche David Cronenberg L'attesissimo nuovo album dal titolo Music, Fashion, Film uscirà il 24 luglio.
Adesso l’Ozempic c’è anche in pillola Per la precisione, è la pillola di Wegovy, stesso principio attivo dell'Ozempic (la semaglutide), stessa azienda produttrice (Novo Nordisk).
Uno dei più rilevanti indicatori di salute dei mercati indica molto chiaramente che i mercati stanno per crollare È il rapporto CAPE, che in sostanza dice questo: il mercato azionario oggi è messo otto volte peggio che prima del Martedì Nero del '29.
Fred Again ha fatto uscire tre nuove canzoni, però ha potuto sentirle solo chi era alla sfilata di Dior alla fashion week di Parigi Ha anche creato nuove versioni di “Summer Never Dies” e “y como te digo que” dei Latin Mafia, più alcune collaborazioni inedite e ancora senza titolo.

Un club a Silicon Valley

Se fai parte di Founder Den, è come se portassi un tatuaggio in bella vista

10 Ottobre 2011
San Francisco. Jason Illian ha l’età giusta e l’approccio giusto, oltre che l’esperienza. È alla sua seconda start-up e vuole – nella tradizione di Silicon Valley – cambiare il mondo. In particolare, il mondo dei libri. La sua start-up si chiama Rethink Books. Jason ha il profilo che non soltanto rassicura sulla fondatezza delle sue ambizioni, ma che gli garantisce un invito al club più esclusivo di San Francisco: Founders Den. Si tratta di un incubatore specificatamente pensato per l’imprenditore che ha già all’attivo una o due start-up di successo; che si è costruito una reputazione; e che si muove tra software e profitti e perdite come tra l’arredamento di casa. Founders Den è un incubatore speciale anche perché ‘invita’ l’imprenditore. È un ‘club esclusivo’ a cui sono ammessi gli imprenditori che hanno più probabilità di altri di aver successo. Prima ancora che spazi e consigli, contatti e visibilità, Founders Den offre credibilità. Se fai parte di Founder Den, se sei un imprenditore (o un’imprenditrice) che è ospitato nei suoi austeri, quasi essenziali uffici di SoMa, è come se portassi un tatuaggio impresso in bella vista: sono un predestinato.

Quando Silicon Valley, più di 10 anni fa, produceva non meno di mille nuovi milionari (in dollari) alla settimana, c’erano imprenditori che passavano direttamente dall’università al successo grazie ad un pacchetto di milioni che i Venture Capitalist erano impazienti di distribuire. Poi c’erano gli imprenditori meno dotati, che avevano bisogno di un ‘aiutino’. Per questi imprenditori fu creato l’incubatore. L’aiutino garantito dall’incubatore era composto di servizi standard, tipo il commercialista, l’avvocato e ovviamente l’ufficio e la connessione Internet. I prototipi erano Idealab di Bill Gross e soprattutto Garage Technology Ventures di Guy Kawasaki. L’idea dell’aiutino si dimostrò contagiosa e la formula dell’incubatore si diffuse come un virus. Ne nacquero ovunque, ispirati dall’entusiasmo e dall’avidità. Spesso erano finanziati da enti pubblici. Una specie di Cassa del Mezzogiorno applicata alla “più imponente distribuzione di ricchezza nella storia dell’umanità”, come è stata definita la bolla delle start-up della seconda metà degli anni Novanta. Ogni università si sentì autorizzata a mettere in piedi il proprio incubatore, grazie alla forza invincibile del sillogismo socratico: Stanford è una università e ha un incubatore; quella della Calabria è un’università; ergo, deve avere il suo incubatore. D’altra parte, era facile: i servizi erano standard, non specialistici e soprattutto non necessariamente tecnologici. Uffici, computer, connessioni non si rifiutano a nessuno. E non si capisce se il gioco era avere un commercialista amico da mettere a disposizione di venti start-up o piuttosto venti start-up da mettere a disposizione di un commercialista amico. Non poteva funzionare e ovviamente non funzionò. A metà dello scorso decennio gli incubatori erano morti.

Mentre calava il sipario sugli incubatori, gli incubatori risorgevano. Ovviamente, in Silicon Valley. Qui c’è però un problema semantico. Si chiamano ‘incubatori’, ma non sono incubatori. O meglio, lo sono, ma operano in una maniera diversa dagli incubatori precedenti. Gli americani, pragmatici come sono, li chiamano incubatori 2.0, o acceleratori. Insomma, sembrano la stessa cosa ma non lo sono. Gli incubatori di prima generazione davano un sacco di supporto all’imprenditore, soldi compresi; talmente tanti soldi che John Doerr, uno che se ne intende (ha investito in Google, Netscape e Amazon), ne storpiò il nome: li chiamò ‘inceneritori’. Quelli di seconda generazione, invece non danno soldi agli imprenditori, a meno che non abbiamo già creato un team operativo; e comunque gliene danno pochi, di soldi: quanti bastano per sopravvivere sei mesi al massimo. Poi i soldi finiscono e l’imprenditore e i membri del suo team sono gentilmente invitati a togliere il disturbo. Questo avviene sia che la start-up stia andando bene sia che stia andando male. L’idea è che se vai male all’inizio, c’è qualcosa che non va; e allora devi lasciare lo spazio a chi potrebbe essere messo meglio di te. Insomma, una possibilità; hai una possibilità soltanto. Se la sprechi, sei fuori. Però sei fuori anche se vai bene, perché l’idea è che sei mesi, se sei bravo, sono sufficienti per raccogliere le idee, un po’ di attenzione, e soprattutto un po’ di altri soldi. Non per niente, questi incubatori 2.0 si chiamano anche ‘acceleratori’. A questo punto, sei pronto per spiccare il volo.

A differenza degli incubatori, gli acceleratori non offrono servizi standard ma consigli e contatti. Ora, non è che gli imprenditori del 2011 siano diversi da quelli del 1999. E’ che il mondo è cambiato: la tecnologia è meno sofisticata, costa meno, e ci sono più ingegneri. Sviluppare tecnologia è facile e costa poco; è trasformare il tutto in un’azienda e farci sopra dei soldi, che è diventato difficile. Ecco perché, se l’incubatore della prima generazione era una fabbrica, quello di seconda è una scuola. Entrare a far parte di un acceleratore oggi per un imprenditore e il suo team significa ricevere un primo livello di accettazione (il linguaggio corrente la definisce ‘validazione’) e soprattutto tanti, tanti consigli. E poi contatti, tanti contatti. Questa è l’economia della connessione, vero? E allora l’acceleratore offre visibilità, consigli, e contatti.

Con la proliferazione degli incubatori (o acceleratori), è emersa la necessità di differenziarne l’offerta. Oggi ci sono incubatori specificatamente disegnati per start-up nel digital social media, nel consumer market, nel software. E, appunto, Founders Den, il quale ospita – almeno teoricamente – i predestinati. Come Solomon Hykes, che è arrivato a Founders Den dopo essere rimasto tre mesi in un acceleratore tradizionale. La sua start-up, DotCloud, ha ricevuto un primo finanziamento di 10 mila dollari, e un secondo di 10 milioni di dollari, sei mesi dopo. Questo a dimostrazione che gli acceleratori funzionano.

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