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Tempo di Trump

Il trionfo del miliardario in Nevada rende ancora più plausibile la sua candidatura ufficiale, ma dietro di lui i moderati sono in fermento.

I caucus in Nevada che si sono chiusi questa notte hanno confermato la previsione sul vincitore, eppure non hanno nulla di tranquillizzante. Donald Trump – che pure ha continuato a ripetere che questo è uno Stato «strano»: l’affluenza è bassa e gli elettori sono indifferenti se non annoiati da tutto quel che riguarda il cosiddetto contesto nazionale – ha vinto, consolidando ulteriormente la sua posizione di front runner del Partito repubblicano. Vince sempre, dicono i commentatori, vince di tanto come in Nevada, forse dobbiamo abituarci all’idea che il prescelto è lui? Drudge Report, che sintetizza senza troppe elucubrazioni quel che accade, con evidente piacere, ha titolato: «The nominee», aggiungendo su Twitter: «Da mesi ci sono pochi dubbi, stasera ce ne sono zero».

Chi pensava che l’onda Trump fosse destinata ad abbassarsi da sola non è più tanto convinto, e i reporter politici registrano il nervosismo del Gop (noi invece stiamo studiando tutti i precedenti e le regole della cosiddetta brokered convention, la convention di partito in cui non si arriva con un nominato chiaro). I repubblicani devono decidere se accettare l’ascesa di Trump o se continuare a contrastarla, ma c’è sempre meno tempo, e bisogna essere precisi e uniti nel contrasto. È per questo che in questa folle tornata elettorale abbiamo imparato a guardare, analizzare, sezionare i secondi e i terzi posti: è lì che si può capire se ancora è possibile trovare un’alternativa a Trump.

US-VOTE-REPUBLICAN-TRUMP

Marco Rubio è arrivato secondo, davanti a Ted Cruz, e questa è la notizia importante. Rubio è l’alternativa a Trump, per quanto ancora tiepida se paragonata al furore dello showman. La corsa di Rubio si è già mostrata accidentata, la sua immagine di leader giovane e ispirato è stata stropicciata dal dibattito sfortunato in New Hampshire da cui è uscito con l’etichetta di «robottino», che soffre la troppa pressione e si rifugia in formule ritrite. Ma il Partito repubblicano, così spera il team Rubio, è disposto a dargli un’altra chance: è lui l’antidoto a Trump, gli endorsement stanno arrivando e anche i finanziamenti, che sono la dimostrazione della scommessa che il Gop sta facendo su di lui.

Cruz non vuole cedergli lo scettro di antidoto, e si prepara agguerrito al Super Tuesday del primo marzo, quando undici Stati andranno a votare e si scoprirà se l’avventura di Trump può essere fermata oppure no. Rubio sta chiedendo a John Kasich di abbandonare la corsa, senza grandi risultati: la presenza di Kasich spacca il fronte moderato e rende meno solida l’avanzata di Rubio. Sarebbe un ottimo vicepresidente, Kasich, che si porta dietro l’Ohio di cui è governatore, lo Stato che chi vuole fare il presidente degli Stati Uniti deve inevitabilmente conquistare. E quando lo stesso Kasich dice che non sa se vuole essere presidente, che il suo obiettivo è essere ascoltato, forse intende questo: offritemi un ticket e aspetto il mio turno. Ma ancora non si sa chi possa offrirglielo, il posto, e allora come tutta l’America sta lì e si gode lo spettacolo, che è uno di quei film che ogni tanto fanno paura: mi alzo, questa parte non riesco a guardarla.

Immagini: Le cravatte del brand Donald J. Trump alla Trump International Hotel a Las Vegas, Nevada; Gil Mobley durante una manifestazione di protesta davanti allo stesso hotel (Josh Edelson/AFP/Getty Images).
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