Attualità

Quei colpi unici

Rovesciata, cucchiaio, colpo di tacco e punizione: carrellata dei gesti particolari del calcio, quelli fuori dall'ordinario, che segnano le carriere nel bene o nel male, e che spesso riescono una volta soltanto.

di Giorgio Burreddu

Lo sport, e quindi anche il calcio, è regola applicata al movimento. È sovvertendola che diamo il colpo di classe. Che cos’è una rovesciata? Che cosa sono un colpo di tacco volante, una sinfonia suonata da calcio piazzato, un pallone pizzicato poi divenuto noto come cucchiaio, che cosa sono se non legittime anormalità. Almeno due domande: sono gesti accessibili a chiunque o solo i geni hanno l’esclusiva? Si pensano o si sentono? Rispondere ci toglierebbe il gusto, come chiedere al Caravaggio perché, dopo lungo meditar, abbia deciso di usare (osare?) più ombra che luce per dipingere i suoi quadri. Limitiamoci a contemplarli, questi capolavori della gestualità. Ripercorrendo (brevemente) i più assurdi, i più belli, rievocando queste moto-assurdità che abbiamo aggettivato nell’incredibile.
LA ROVESCIATA
L’ultima è quella di Alessandro Florenzi in Roma-Genoa di domenica 12 gennaio. Meglio di me l’hanno spiegata Marco Evangelisti sul Corriere dello Sport-Stadio e Gabriele Romagnoli per Repubblica (qui). Ma come ogni esperienza da imitare, anche la rovesciata ha bisogno di un principio. Gli storici ricollocano la prima all’alba del 1914, stadio El Morro di Talacahuano, Cile. Se la inventa un emigrante spagnolo, Ramon Unzaga Asla, e dopo qualche tempo verrà ribattezzata da un gruppo di giornalisti argentini “chilena”. La sperimenta Silvio Piola in un’amichevole del 1939 a San Siro contro l’Inghilterra (anche se utilizzerà il pugno), la rende immortale Corrado Bianchi fotografando Carlo Parola nel 1950 con la sua Leica durante Fiorentina-Juventus. Da qui in poi è tutto alla rovescia. Ne fa sfoggio Gigi Riva nel 1970, con il Cagliari, rombando come un tuono un pallone dal cielo di Vicenza che pioveva giù a catinelle. C’è poi quella di Pelè, che non può mancare in questa galleria dei rovesci, anche se la più famosa finisce in un film del 1981 (Fuga per la vittoria), come non può mancare quella di Maradona a Pescara, in Coppa Italia, che non ha nemmeno bisogno di volare in cielo: rovescia direttamente con la schiena a terra. Era l’ ’84. L’hanno fatta Zico e Loria, che sembra un ossimoro ma non è. L’ha fatta Marco Van Basten una volta con la maglia dell’Ajax (1988) e una con quella del Milan (1992). E poi Baggio, Mancini, Vialli, Rivaldo, Ronaldinho, Montella, Rooney, l’elenco a faccia in giù non finisce mai. Rovesciatori minori (ma non meno importanti) quali Bressan, Mexes, Kone e Doni, luccicano nella galleria dei capovolgimenti, insieme a due smeraldi scambiati per bigiotteria: le rovesciate di Osvaldo (Roma-Lecce del 2011) e Cavani (Barcellona-Napoli, stesso anno) cassate per fuorigioco. Due, però, toccano l’apice della follia. La prima è quella di Ibrahimovic con la maglia della Svezia (2012). È il minuto novantuno, siamo già oltre il confine. L’Inghilterra sta perdendo 3 a 2. A un certo punto una palla lunga precipita due metri fuori area. Il portiere corre a prenderla nonostante i due difensori a supporto, e di testa la allontana come può. Ibra frena, aspetta gli eventi. La porta è sguarnita. La distanza dalla linea bianca è siderale, difficile l’angolazione. Per fare gol non ci vuole un tiro o un’invenzione, serve una pazzia. Girandosi su se stesso, accartocciando il corpo di gigante, Ibra materializza il sogno di ogni bambino: fare gol in rovesciata da distanza impossibile. E lui lo fa. Nel gioco degli estremi, l’altra rovesciata impossibile è quella del 1997 di Yuri Djorkaeff, Inter-Roma la partita. Questa volta la distanza è minima, siamo al vertice dell’area piccola, un pertugio di luce tra lui e la porta. Il pallone che gli cade dal cielo è buono per un colpo testa al massimo, forse neanche quello. E invece lui arrotola le gambe in cielo e finalizza.

IL COLPO DI TACCO
Poi c’è il colpo di tacco. Se nella rovesciata la visuale è contraria alle leggi della fisica, il colpo di tacco brancola nel buio. Gli occhi guardano un’altra direzione, un altro mondo, l’opposto. Si usa una parte che sta dietro, il tallone, che mortal fu per Achille. Nel 1987, l’algerino del Porto Raba Madjer realizzò (di tacco, appunto) la rete del pareggio nella finale di Coppa dei Campioni contro il Bayern Monaco (poi vinta dai portoghesi). Lo soprannominarono il Tacco di Allah. I colpitori di tacco sono più spesso dei sensitivi. Sentono cioè l’attrazione della porta così da poterla inquadrare pur senza guardarla. Nel 1971 Roberto Bettega, che giocava nella Juventus, ne fece uno al Milan. Ne hanno segnati Del Piero (incredibile quello del 2002 nel derby con il Torino), Crespo (nel ’99 contro la Juve), il solito Ibra, Cassano in una gara di Champions contro il Werder Brema. Ne ha fatto uno Amantino Mancini in un derby romanista che gettò la Lazio nello sconforto, e un altro lo ha fatto Mancini, Roberto però, con addosso la maglia della Lazio e contro il Parma in una fredda sera di gennaio del 1999. Talmente bello che deve aver segnato l’inconscio di Alessandro Lucarelli: il giocatore del Parma lo ha emulato, sempre a gennaio, ma di quest’anno, contro il Torino. I colpitori di tacco sono odalische d’area di rigore, fanno una mezza giravolta e danzano fino a confondere l’avversario che non hanno il tempo di vedere e prevedere. Un altro (recentissimo) se l’è inventato Palacio, una milonga che ha deciso il derby della madonnina. Un altro ancora lo ha fatto Biava del Palermo nel 2006, a passo di tango, e quelli della Reggina se lo ricordano come un casché. Ma il balletto più leggiadro è stato quello di Gianfranco Zola. Gioca nel Chelsea, è il 2002. Il Norwich perde già 2 a 0, ma non è questo il punto. Quando Zola taglia tutta l’area di rigore e con un balzello devia il pallone di tacco non c’è più né risultato né tempo: resta sospeso in aria per un istante brevissimo, il tempo di vedere il pallone gonfiare un’altra volta la rete.

LA PUNIZIONE
Anche la punizione è un gesto, un gesto che va contro le regole. Fermi, serve una precisione millimetrica. Comanda la testa, colpisce il piede, influenza ogni lieve soffio dell’aria. E dietro a tutte queste variabili c’è un’unica costante: la costanza. I veri specialisti di questo gesto si allenano, provano e riprovano, cercando una posizione, il tocco perfetto, la valvola del pallone. A gambe aperte le tira il novello Pallone d’oro Cristiano Ronaldo, che prima di calciare trova l’equilibrio in una zolla. C’è chi le tira forte, chi piano, chi disegna traiettorie a pastello e chi evidenzia lo spazio tra il pallone e l’incrocio dei pali con una linea netta. Palle di cannone sparava Sinisa Mihajlovic, che nel 1998 ne segnò (lui nella Lazio) una tripletta alla Sampdoria. Canagliesche erano quelle di Mario Corso, che tirava le foglie morte, placidi tocchi aguzzi come la lama di un pugnale. Ne hanno fatto un’arte Baggio, Maradona, Del Piero, Zico, Beckham, Ronaldinho, Rivera, Recoba, Branco, e dio solo sa quanto potrebbe essere lungo l’elenco. Sassaiole partivano dai piedi di Seedorf e più ancora dei piedi di Juninho Pernambucano, che ha ispirato le nuove generazioni: Messi, lo stesso CR7, e persino Andrea Pirlo, ultimo cavaliere del calcio piazzato. Ne nasceranno altri. Ma ricordare i vecchi aiuta a tramandare il gesto. Eder Aleixo de Assis in Brasile lo chiamavano O Canhão, il Cannone, perché tirava (non solo le punizioni) a 187 chilometri orari. Al Mondiale del 1982 l’ultimo suo gesto non fu una punizione, ma un calcio d’angolo tirato con rabbia e fumo, e l’Italia passò il turno. C’è poi la punizione di Roberto Carlos. Era il 3 giugno 1997, Lione, amichevole Francia-Brasile. A trentacinque metri dalla porta, Roberto Carlos crea un big bang: fa esplodere il tiro, la palla diventa un proiettile, scarta la barriera, scarta, curva e infila Barthez, il portiere. Tredici anni dopo un’equipe di scienziati ha dimostrato che dopo i quaranta metri, e a quelle velocità (100 km/h), il pallone prende un effetto a spirale. «Leggi della fisica», hanno detto. Peccato non l’abbia più fatto nessuno.

IL CUCCHIAIO
Di tutti i gesti impossibili, ce n’è uno che è anche uno sberleffo. Realizzarlo conduce alla gloria, sbagliarlo alla pernacchia. È il cucchiaio. Un tocco morbido ma deciso come un colpo di scure. Una carezza lieve, amorevole. Troppa energia manderebbe il pallone alle stelle, e buonanotte. Troppo poca, chissà. Il tiratore deve giocare di bluff: prende la rincorsa che sembra calciare una cannonata e invece poi è un soufflé. Il pallone si gonfia come le vele nel vento. Il più famoso ce l’abbiamo noi: Francesco Totti, che agli Europei del 2000 contro l’Olanda s’invento quel «mo’ je faccio er cucchiaio», e così fu. Ma c’è un autorevole precursore: Antonin Panenka. Anno 1976, e gli Anni Settanta generavano psichedelica. Così, a Belgrado, con Cecoslovacchia e Germania Ovest che si giocavano il titolo di Campione d’Europa. I tedeschi campioni del mondo e campioni d’Europa in carica cercano il terzo titolo consecutivo. Al novantesimo è 2-2: rigori. I primi sette vengono trasformati, Hoeness sbaglia. Panenka dal dischetto sfida Sepp Maier. La rincorsa è lunghissima, Maier si muove appena, e il cecoslovacco fa una cosa senza un vero perché: la tocca sotto, piano, convogliando tutte le energie nell’inaspettato. E fa gol. «Se l’avessi sbagliato mi avrebbero spedito a lavorare in fabbrica per trent’anni di fila», disse lui. E Pelé: «Solo un genio o un pazzo avrebbe potuto tirare un rigore in quel modo». Fate voi. Altre volte è andata peggio. A Pato, che di recente si è fatto parare un cucchiaio da Dida. A Maicosuel, che contro il Braga ha sbagliato quello che poteva regalare la qualificazione ai gironi di Champions League all’Udinese (2012). E a Simone Inzaghi, che nel 2000 se lo fece parare dall’immobile Taibi (Lazio-Reggina). L’allenatore, che era Mancini, lo mandò a quel paese. Cucchiaiate di veleno da mandare giù.