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Pulp futebol

Scontri dentro gli stadi, colpi di pistola fuori, decapitazioni e squartamenti: il rapporto pulp del Brasile con le sue tifoserie organizzate, che solo nel 2013 hanno causato trenta morti e che iniziano a preoccupare seriamente il Paese.

Il 1 luglio 2013, allo stadio Maracanã, Rio de Janeiro, il Brasile e la Spagna giocano la finale di Confederation Cup. Non è un trofeo importante, ma anche i trofei poco importanti, quando arrivano alla finale, si devono vincere. Se sei il Brasile li devi vincere per un motivo in più: nel 2014 il Mondiale di calcio si gioca in questi stessi stadi, e battere la Spagna, campione del mondo in carica, è una bella presentazione agli occhi dei tuoi tifosi e agli occhi del mondo. La partita si gioca alle 19:00 davanti a 74.000 spettatori, e alle 19:02 il Brasile è in vantaggio. Finisce tre a zero, segna Neymar, che ha il numero 10 ed è il più grande talento del Brasile, e due goal Fred.

A 2.750 chilometri di distanza a nord, alcune ore prima della partita, si gioca un’altra partita di calcio, e probabilmente altre migliaia di partite, amichevoli e disputate tra amici, si giocano nello stesso momento. La partita di Centro do Meio, frazione di Pio XII, nello stato di Maranhão, è la più importante del giorno, però. In un certo senso, molto più importante di quella del Maracanã. Qui sta giocando Otávio Jordão da Silva Cantanhede, un ragazzo di 19 anni. È arrivato al campo di Centro do Meio in bicicletta, da Pio XII, su una strada non asfaltata, di terra rossa, che si vede anche dal satellite. Siamo nell’entroterra del nord est del Brasile, la strada è riconoscibile perché è l’unica che collega i due centri. Tutto intorno è verde, è natura, e non ci sono altre vie. Anche il campo in cui si gioca la partita è di terra rossa, e non ci sono gradinate nemmeno abbozzate intorno: il verde che non c’è sulla superficie di gioco c’è tutto intorno, nelle palme e negli alberi di mango. Otávio Cantanhede inizia a giocare in difesa, poi si fa male, non si sa esattamente come, dicono si sia slogato una caviglia o un ginocchio, e il secondo tempo lo passa arbitrando. I giocatori si conoscono quasi tutti. A metà del secondo tempo, Otávio chiama un fallo contro Josemir Santos Abreu ed estrae il cartellino giallo. Josemir Santos Abreu, 30 anni, che conosce Otávio per averci giocato più volte insieme, non la prende per niente bene, inizia ad agitarsi e a provocare il ragazzo che arbitra.

Otávio si rialza e dà due coltellate a Josemir Santos Abreu, una sul petto, lato sinistro, e una alle costole, sempre nel lato sinistro. La prima coltellata colpisce il cuore, e uccide Josemir.

A Pio XII in molti conoscono Josemir Santos Abreu come un giocatore molto fisico e falloso e violento. Sanno anche che è epilettico, ed è capitato che gli venissero delle crisi durante le partite, e bisognasse calmarlo. Abreu non gioca, evidentemente, secondo gli stilemi più diffusi del calcio brasiliano, non segue la filosofia del joga bonito, alcuni dicono anche che sia un provocatore. Si arrabbia dopo l’ammonizione, e Otávio, dopo il cartellino giallo, estrae quello rosso. Qui arriva il tipico punto in cui le testimonianze si fanno più confuse. Quella più ripetuta, tuttavia, sostiene che Abreu abbia colpito Otávio con un pugno in testa, poi con un calcio, facendolo cadere. Che abbia detto a Otávio che sua madre è una puttana. Va detto, a questo punto, che la madre di Otávio Cantanhede nel 2011 viene investita da un camion mentre è in bicicletta, e muore. È probabile che Josemir Abreu lo sapesse, ma non ha molta importanza. Otávio si rialza, questa volta ha un coltello in mano, nessuno ha visto chiaramente da dove l’abbia tirato fuori, alcuni dicono dai pantaloni, non si capisce bene come abbia fatto a giocare con un coltello fino a quel momento, ma ce l’ha un coltello, e dà due coltellate a Josemir Santos Abreu, una sul petto, lato sinistro, e una alle costole, sempre nel lato sinistro. La prima coltellata colpisce il cuore, e uccide Josemir.

Il padre di Otávio, intervistato alcuni mesi dopo da Jeré Longman e Taylor Barnes del New York Times, che all’argomento ha dedicato un lungo articolo, sostiene di non aver visto suo figlio infilare un coltello nello zaino prima di uscire di casa, né sostiene di aver mai visto suo figlio maneggiare un coltello. Alcune vicine di casa credono il contrario. E va detto che pochi mesi prima, a febbraio, Otávio era già stato in mezzo a una storia di coltelli. Era stato ferito durante il Carnevale di Pio XII, e aveva passato la notte in ospedale per ferite multiple da arma da taglio. Alcuni dicono che quella volta fosse stato scambiato per un altro, altri dicono che ci fosse di mezzo una donna.

Sá Raimundo, un ex arbitro dilettante e colonnello di polizia a São Luís, capitale del Maranhao, ha detto al New York Times che non è la prima volta che un arbitro si arma, e che è un fatto non fuori dal comune. Spesso sono coltelli, o spray al peperoncino. Lui ha smesso di arbitrare a livelli dilettantistici per paura di essere ucciso.

Le testimonianze su quello che accade immediatamente dopo le due coltellate di Otávio sono ancora più confuse. La ricostruzione ufficiale, però, segue più o meno questo copione: Otávio Cantanhede viene immobilizzato dai giocatori e da alcuni spettatori, circondato, qualcuno porta una corda e lo si lega per non farlo scappare. Tra le persone intorno a lui c’è Luiz Morais de Souza, 27 anni, che aveva inizialmente preso parte alla partita come giocatore, ma che era stato mandato via perché troppo ubriaco. Da Souza si avvicina con in mano una bottiglia di cachaça, e la spacca sul volto di Cantanhede. Prende un bastone di legno, una specie di picca, e lo percuote in faccia anche con quello. Poi, in successione non so quanto rapida, arriva sul campo, in moto, Raimundo da Costa Marçal. Ha già bevuto, dichiara poi, trenta birre, del vino e della cachaça. Trova Otávio per terra, legato e ferito, e per tre volte passa sul suo corpo con la moto. L’uomo che stava bevendo le trenta birre con Raimundo Marçal si chiama Josimar de Sousa, anche lui è arrivato vicino al corpo di Otávio, e sceglie di pugnalarlo in gola. Infine entra in scena il fratello di Josemir Abreu, Francisco, di due anni più grande, i cui problemi di alcol e droga si conoscono in paese. Francisco arriva con un grosso coltello ricurvo, una specie di machete. Prima taglia la gola e il collo di Otávio, lo decapita, poi cerca di tagliargli gli arti. Riesce a strappargli le gambe, tutte e due, sotto il ginocchio, ma con le braccia gli va meno bene, e le lascia attaccate al corpo per brandelli di pelle, o carne, o tendini. Prende la testa di Otávio Cantanhede e la infila su un palo. Torna a casa. La polizia, avvertita immediatamente dopo le due coltellate di Otávio a Josemir, arriva dopo molto tempo. La vittoria del Brasile sulla Spagna non viene disturbata, perché la notizia si diffonde nel Paese e sui media di tutto il mondo soltanto un mese dopo.

Il Brasile ha un grande problema di violenza, ed è un problema generale, un problema che non riguarda uno specifico ambito sociale. Le zone rurali del nord e del nord est, in particolare, sono le più colpite da questo tipo di problema. Il Maranhão, un piccolo stato del nord famoso nel mondo per il suo parco nazionale e le sue dune di sabbia bianchissima intervallate da corsi d’acqua e lagune color lapislazzuli, è anche lo stato sfondo della vicenda di Otávio Catanhede e di Josemir Abreu. Nel 2011 registrava una media di 23,7 omicidi ogni 100.000 abitanti. Nel 2012, nell’intero Paese, sono morte 50.000 persone per cause “violente”. Nel 2013 sono state 30 le vittime di omicidi “legati al calcio”. Secondo il magazine Lance! la cifra arriva a 155 uccisioni partendo dal 1988, ovvero dal primo caso di «morte ligada ao futebol» Questa definizione, “legata al calcio”, ha senso fino a un certo punto. È complicato tracciare un confine netto tra calcio e non-calcio, cioè tra violenze legate a una particolare partita e violenze legate ad altri motivi criminali. Questo perché le torcidas organizadas, i gruppi di tifosi organizzati, che qui chiameremmo ultras e che altrove chiamerebbero hooligans, esistono spesso a cavallo di confini già nebulosi tra legalità e illegalità.

Il tasso di successo nelle indagini della polizia sugli omicidi, secondo una ricerca del Centro Brasileiro de Estudos Latino-Americanos, si aggira tra il 5 e l’8 per cento, e tradotto significa una cosa semplice e parecchio inquietante: impunità quasi sempre assicurata.

Tra il maggio 2011 e il maggio 2012 almeno undici persone sono state uccise in una guerra (che continuava da prima, e continua ancora) tra tifosi del Goias e del Vila Nova, le due squadre della città di Goiânia, capoluogo dello stato di Goiás, entroterra centrale brasiliano. La torcida organizada del Goias ha un nome molto comune in Brasile, Força Jovem, lo stesso di altri gruppi ultras: Vasco da Gama, Santos, Atlético Metropolitano, Guarany. Quella del Vila Nova si chiama Esquadrão (squadrone) Vilanovense, e la sua pagina Wikipedia elenca tutti e 51 i “commandi” e le centinaia di “brigate” in cui è suddivisa, una burocrazia anche lessicale decisamente militare. La pagina stessa, poi, è probabilmente stata compilata da un affiliato Vilanovense: si legge di come tre diverse torcide, nel giugno 1994, decisero di unirsi in «una sola voce, un solo ideale, un solo amore». Il presidente del Vila Nova, Eduardo Barbosa, ha detto a Espn che con le uccisioni il calcio non c’entra molto, è soltanto che i morti hanno addosso magliette delle squadre, sono torceadores, ovvero affiliati ai gruppi di tifosi, ma essendo radicati sul territorio nel controllo di attività criminali (droga), spesso il calcio non è che una cornice molto distante dalle vere motivazioni delle uccisioni. Non che questo sia, per il calcio brasiliano, un’attenuante.

Ci sono poi altre cause e condizioni che rendono la situazione brasiliana calcistica o para-calcistica particolarmente complessa. Quella, a grandi linee, sociale, che vede ancora una distribuzione della ricchezza molto iniqua, e che si riflette in un certo senso nella dicotomia tra i nuovi stadi costruiti per il Mondiale 2014 (Arena de São Paulo, Arena Pernambuco, Estadio Pantanal, Estadio Amazonia, Estadio Das Dunas) e i moltissimi altri che versano in condizioni di sicurezza inaccettabili. C’è il tasso di successo nelle indagini della polizia sugli omicidi del Paese che, secondo una ricerca del Centro Brasileiro de Estudos Latino-Americanos del 2012, si aggira tra il 5 e l’8 per cento, e che tradotto significa una cosa semplice e parecchio inquietante: impunità quasi sempre assicurata. Ci sono problemi particolari ai singoli stati (il Brasile è una repubblica federale) come quello di Santa Catarina, in cui non è compito della polizia il controllo delle folle alle partite di calcio, ma di enti di sicurezza privati.

Uno dei primi omicidi del 2013 è stato quello di Kevin Beltrán Espada, un quattordicenne boliviano, tifoso del San José, che durante il pareggio (1-1) tra la sua squadra e il Corinthians, a Oruro, Bolivia, fu ucciso da un razzo di segnalazione nautica partito dagli spalti dei tifosi brasiliani, e che gli penetrò nel cranio perforandogli l’occhio destro e provocandogli un’emorragia cerebrale fatale. Dodici membri della torcida del Corinthians, Gaviões de Fiel, furono arrestati dalla polizia brasiliana, ma rilasciati tutti cinque mesi dopo per assenza di prove. I Gaviões de Fiel non sono solo un gruppo ultras, ma anche una scuola di samba. Sono stati fondati nel 1969 e hanno circa centomila affiliati.

Sono soprattutto le pistole a uccidere negli scontri tra torceadores, anche se in Europa siamo più abituati a parlare di spranghe, cinte, bastoni e coltelli. Una colpo di pistola alla testa ha ucciso Andre Alves, 21 anni, a São Paulo, in un Palmeiras – Corinthians del marzo 2012. La polizia pensa che lo scontro, in quel caso, sia stato organizzato sui social network, perché è iniziato alle dieci del mattino e a sei miglia dallo stadio. Oltre ad Andre Alves, un altro colpo di pistola ha raggiunto un tifoso all’anca, senza ucciderlo. C’erano tra le cinquecento e le mille persone, sempre secondo la polizia. Una testimone, intervistata pochi giorni dopo da Rádio Bandeirantes, ritiene di aver visto Alves correre, inciampare e cadere, e venire raggiunto da sei persone. Ritiene di aver sentito le urla «mata, mata», uccidi, uccidi. L’allora presidente dei Gaviões de Fiel, Antonio Alan Souza Silva detto “o Donizete”, è stato in carcere 18 mesi perché, pur informato dei fatti, non fece nulla per impedire la guerriglia.

Pochi giorni prima era morto Anderson Ferreira, 28enne tifoso del Guarani, torcedor del gruppo Fúria Independente, dopo uno scontro con tifosi del Ponte Preta. L’ospedale Mario Gatti di Campinas, che prende il nome da un medico napoletano, emigrato in Brasile nei primi del ‘900 e lì morto nel 1964, ne ha decretato la morte per edema cerebrale a causa dei molti colpi ricevuti con spranghe di ferro.

Ci sono anche, e forse è ancora più preoccupante e sintomo di una violenza difficile da controllare , morti che esulano dalle guerre interne tra torcidas organizadas eppure rimangono prese nella rete del calcio. Tornando al 2013, c’è il caso di Flávio Augusto da Costa Leandro, 17 anni, ucciso con un colpo di pistola mentre tornava a casa dopo una partita tra ABC, squadra del Rio Grande do Norte, e ASA de Arapiraca. L’uccisione di Leandro non fa parte di regolamenti di conti tra gruppi in quanto il ragazzo non faceva parte di nessuna organizzazione. Indossava soltanto una maglietta dell’ABC.

Luiz Alberto, difensore dell’Atlético, è scoppiato a piangere: «Abbiamo cercato di dire ai tifosi di fermarsi» ha detto, «ma abbiamo guardato la gradinata, non c’erano poliziotti, non c’era nessuno per fermarli»

Una delle ultime scene di violenza, una guerra sugli spalti che ha costretto i giocatori e gli arbitri ad annullare la partita dopo quindici minuti, e si è risolta con l’intervento degli agenti arrivati in elicottero direttamente sul campo, è avvenuta durante Atlético Paranaense – Vasco da Gama. Un ferito è stato trasportato in elicottero, privo di coscienza, all’ospedale. Altre tre persone sono state ricoverate in condizioni gravi. Luiz Alberto, difensore dell’Atlético, è scoppiato a piangere durante la rissa: «Abbiamo cercato di dire ai tifosi di fermarsi, perché le cose sarebbero solo peggiorate» ha detto, «ma abbiamo guardato la gradinata, non c’erano poliziotti, non c’era nessuno per fermarli». James Young, inviato di Espn, ha descritto la scena che, probabilmente, ha portato uno dei tifosi al ricovero. La scena è semplice e brutale, e non richiede molta letteratura: c’è un uomo per terra, prono, e la sua testa sbattuta, ripetutamente, contro il cemento delle gradinate.

E in tutto ciò, il Mondiale? Quello dovrebbe essere al sicuro: è difficile che a qualche torcida interessi colpire i tifosi giapponesi, o quelli greci, o quelli ivoriani. Il problema è per i brasiliani.

Poi, ancora: ci sarebbe anche la morte di Francisco Ferreira, torcedor del Fortaleza, ucciso con sette colpi di pistola mentre andava allo stadio per la partita contro il Luverdense, campionato di Serie C brasiliana. E ce ne sarebbero molte altre, e su alcune non ci sono nemmeno informazioni, o almeno non abbastanza. Questo articolo, che voleva nascere come una lista, cronachistica e fredda, di fatti di “nera” legati al mondo del calcio, si ferma qui perché non vuole e non può tendere all’infinito, visto che il suo argomento, per ora, è molto lontano dalla fine. Ci sarebbe scritto “to be continued”, se fosse un film allegro, però non lo è.

 

Nell’immagine, tifosi del Corinthians al Maracanã nel 2000 durante la finale di Coppa del Mondo per Club

Immagini nel testo a cura di Jacopo Marcolini

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