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In Silicon Valley qualcosa è andato storto

Dal reddito di cittadinanza ai rapporti con Trump, perché il centro nevralgico dell’innovazione è parte sia del problema che della soluzione.

L ’investitrice di San Francisco Riva-Melissa Tez sostiene che la Silicon Valley ha un problema con la parola “problema”: il mercato è saturo di startupper visionari convinti di avere avuto un’idea destinata a cambiare il mondo, risolvendo i suoi dilemmi più pressanti. Sarah Kessler, reporter, ha coniato l’espressione “problem-solving bubble” dopo essersi imbattuta nella quarta app che proponeva messianicamente di portare la benzina direttamente all’auto, senza passare dal distributore: perché non dire semplicemente che l’obiettivo è far risparmiare un quarto d’ora a noi occidentali adulti e iperconnessi?

Il pianeta in cui viviamo è molto più grande della distesa pianeggiante compresa tra San José, Santa Clara e Palo Alto, d’altronde, ragione per cui è inutile che Ceo e techie continuino a fingere che la risposta a ogni domanda risieda nell’ultimo termosifone intelligente o nei tempi di consegna di un nighiri. Parafrasando il motto dell’investitore seriale e ideologo della Valley Peter Thiel, sognavamo un futuro di macchine volanti e abbiamo avuto non soltanto poco più che i 140 caratteri di Twitter, ma un’epoca di crisi economica, disparità accentuate, ascesa mondiale di populismi e nuove minacce di terrorismo. Qualcosa è andato storto, ma quanto di questo qualcosa va imputato all’ignavia di quei trenta-quarantenni californiani che ci hanno venduto il sogno di un mondo nuovo?

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Il problema – evidenziato dallo stesso Thiel, e dalla sua mano affettuosamente stretta da Donald Trump al primo incontro fra il neo commander-in-chief e gli aedi della Valley – è che il centro nevralgico dell’innovazione tecnologica dell’ultimo secolo è sempre stato parte sia del problema che della soluzione. Dietro il mito delle sue utopie transumaniste di isole galleggianti al largo negli oceani e colonizzazioni di Marte, la Silicon Valley ha dovuto scendere a compromessi con la burocrazia, il cattivo della sua mitopoiesi: lo stesso Elon Musk ha sfruttato 465 milioni di dollari di prestiti federali per costruire il sogno elettrico di Tesla, salvo poi criticare convintamente i sussidi governativi. Per alimentare la fiamma del suo culto, la valle della disruption ha dovuto avvalersi dell’establishment, e così sta succedendo anche con l’ex male assoluto Donald Trump. Scostando il manto di miticità, i canti di liberazione della Valley non sono nemmeno inediti: sembrano mutuati dai saggi di Timothy Leary, il più famoso attivista pro-Lsd americano, e dal suo motto SMI2LE, un acronimo che era il manifesto programmatico per indicare la salvezza del genere umano: Space Migration, Intelligence Increase and Life Extension (Thiel si fa iniettare sangue di persone giovani per cercare l’immortalità con la parabiosi, Musk vuole conquistare Marte: trovate consonanze?).

Seppure le sue idee non siano esclusive, tuttavia, è evidente che in nessun altro luogo il battito d’ali di una farfalla produce terremoti altrettanto dirompenti nel resto del mondo: la “Seconda età delle macchine”, come l’hanno definita i due ricercatori del Mit Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee in un celebre saggio, è venuta con la promessa di automatizzare qualunque mansione lavorativa possa essere divisa in compiti ripetitivi. Non solo algoritmi in grado di sostituirsi a servizi di assistenza e robot o droni dal funzionamento sempre più raffinato, ma anche milioni di commercialisti, avvocati, esperti di marketing e analisti finanziari che all’improvviso rischiano di trovarsi senza un lavoro. Questo sì, è un problema vero, e a guardar bene nemmeno l’unico: i costi degli affitti di San Francisco hanno appena iniziato a stabilizzarsi dopo anni di aumenti verticali, responsabili di una gentrificazione controversa e combattuta da un nutrito gruppo di attivisti: un report di PolicyLink del 2015 prediceva che la diversità etnica della Bay Area si stava assottigliando a un ritmo tale che entro il 2040 la comunità di residenti bianchi supererà quella di colore; la disparità di reddito della Valley, conosciuta come la peggiore del pianeta, è tale da aver praticamente cancellato la classe media, e un rilevamento dell’anno scorso ha messo nero su bianco che sono più i lavoratori americani qualificati che lasciano la California di quelli che vi si trasferiscono.

Much distruption about nothing? No, la Silicon Valley continua a essere l’isola felice dell’innovazione senza freni e la calamita globale delle nuove idee, ma il gioco è scoperto, la leggenda dell’indipendenza totale e iperlibertaria si è ingrigita, e anche l’ecosistema delle app e dei servizi “smart” ha il respiro affaticato di chi ha bisogno di fermarsi: se una volta le prestigiose università americane dell’Ivy League lamentavano che tutti i loro migliori talenti finivano nel quadrilatero di Wall Street, oggi, scrive il New York Times, si chiedono: «Perché questi ingegneri brillanti e qualificati, che potrebbero aiutare a trovare una cura per il cancro, scelgono di lavorare per un’applicazione di sexting?».

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Il Problema principale, con la maiuscola, rimane la questione delle ricadute sul lavoro: timorosa che le sue scoperte possano causare un cataclisma occupazionale, la Silicon Valley apparentemente si è messa una mano sulla coscienza: come nel celebre paradosso keynesiano, si trova a far scavare buche per poi riempirle, e ora è ossessionata dai primi esperimenti col reddito di base, la distribuzione monetaria incondizionata detta anche reddito di cittadinanza.

Concetto tutt’altro che nuovo – lo immaginava già Thomas Paine alla fine del Settecento – è diventato la panacea d’elezione di partiti politici, filantropi e grandi nomi del tech. La non profit GiveDirectly, finanziata dalla crème della valle (leggi: da Google, da Sam Altman del potente acceleratore Y Combinator e da Pierre Omidyar, fondatore di eBay), vuol essere il disruptor del campo delle organizzazioni di aiuto umanitario: dalla scorsa estate gira mensilmente 2280 scellini kenioti – circa 22 dollari – a ogni individuo di un poverissimo paesino sul lago Vittoria. Col passare dei mesi ha visto che i suoi abitanti hanno comprato reti per pescare i pesci tilapia, acquistato vacche, addirittura messo in piedi piccole attività. Si può donare direttamente, welfare ed enti benefici sono solo ostacoli: è la stessa retorica rottamante che ha fatto la fortuna degli influenti donator di GiveDirectly, ma non è detto che la sua soluzione sia la migliore: il Guardian ha scritto che il reddito di cittadinanza è «un welfare per capitalisti» che rischia di pesare sulle fasce più basse della popolazione smantellando lo Stato sociale, e potrebbe diventare uno sprone ad abbassare ulteriormente le paghe corrisposte a chi guida le auto di Uber o gestisce gli ordini delle app di food delivery. E il cofondatore di Airbnb Brian Chesky, tra gli altri, si è già schierato pubblicamente contro il basic income.

Il milione di dollari donato da Peter Thiel a Donald Trump è solo la punta visibile dell’iceberg, in una valle fiabesca che non solo si scontra sempre più spesso con la realtà, ma è sempre più sovrapponibile al suo omonimo alter ego televisivo Silicon Valley. Nella serie Hbo il timido nerd Richard Hendricks vive appieno il “California dream” quando la sua intuizione vince la lotteria dell’interesse e dei round di finanziamenti, ma presto – coi primi dissidi interni al suo board, con le prime guerre fratricide del suo team – si trova dall’altra parte della barricata, improvvisamente realizzato, calcolatore, vecchio. Roger McNamee, il decano degli investitori tech, che per un altro di questi cortocircuiti tra realtà e fiction è anche uno dei consulenti della serie tv, di recente è stato su Cnbc, gli hanno chiesto di commentare il turpe matrimonio Trump-Thiel: ha detto di non essere per nulla preoccupato dalla cosa, sono solo differenze di idee, e poi ha colto l’occasione per spiegare en passant che il problema vero è che la Silicon Valley ha «perso» il perno centrale della sua cultura, quell’attitudine a rischiare con coraggio e ottimismo: «I think people just wanna get rich now».

 

Fotografie: Jeremy Bitterman.
Dal numero 30 di Studio, in edicola.
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