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Contro l’omeopatia

Una dottrina che non tiene in conto la semplice evidenza che i germi esistono (e sono parte di noi).

So di non essere del tutto umana, e la cosa mi mette un po’ a disagio. Tecnicamente, tutti siamo umani solo in parte. Poco tempo fa due ricercatori dell’Istituto Weizmann di Rehovot, in Israele, si sono presi la briga di calcolare il numero di cellule presenti nel corpo umano: in media un uomo adulto è “composto” da 30 migliaia di miliardi di cellule umane e da 39 migliaia di miliardi di batteri. Questa stima, ovviamente, è soggetta a variazioni. Nel mio caso, presumo il numero assoluto di cellule sia più basso (una donna minuta equivale a circa i due terzi di un uomo medio, per lo meno in chilogrammi) e forse la percentuale di batteri un po’ più alta. Il conteggio inoltre non tiene conto di altre varie forme di microrganismi, quali virus, funghi e via dicendo, che batteri non sono.

Una valutazione precedente del Dipartimento della Salute americano, che però sembra ridimensionata dalla ricerca israeliana, stimava che addirittura il 90 per cento delle “nostre” cellule non sono umane – il che, in effetti, significherebbe che non sono neppure “nostre”. Il corpo umano è un luogo condiviso: infestato, colonizzato, abitato da migliaia di miliardi di esseri viventi che sono qualcosa di “altro” rispetto a noi, sebbene vivano in simbiosi con noi. Della composizione di questo universo vivente, noto come microbioma, sappiamo ancora relativamente poco, se non che esistono batteri “buoni”, come quelli che aiutano le funzioni intestinali, e batteri “cattivi”, che ci fanno ammalare. Soltanto da un decennio è stato lanciato un progetto ambizioso per mappare il microbioma umano, lo Human Microbiome Project, e appena da qualche anno i ricercatori coinvolti hanno potuto affermare di avere un’idea approssimativa di cosa costituisca una «normale popolazione batterica» nel corpo umano.

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Qualche settimana fa mi sono buscata un brutto raffreddore. Quando ho chiesto «qualcosa per curarmi» al farmacista, affidandomi al suo giudizio, questi mi ha dato delle compresse color ocra «che sono come un’aspirina, però omeopatica» e dei fermenti lattici, che «rafforzano le difese naturali dell’organismo». Da quello che ho capito – successivamente – non esiste alcuna prova scientifica dell’efficacia dei fermenti lattici per alleviare sintomi che esulino dai disturbi intestinali, così come non esiste alcuna prova scientifica dell’efficacia dell’omeopatia ad alleviare qualsiasi sintomo, punto. Recentemente un meta-studio del Consiglio per la Ricerca Medica australiano, che ha analizzato i risultati di 225 ricerche precedenti, è giunto alla conclusione che la documentata efficacia delle cure omeopatiche è pari a quella media dei placebo, cioè nulla. Una meta-analisi pubblicata dalla rivista Lancet nel 2008 era giunta a simili conclusioni (le meta-ricerche sono particolarmente utili in medicina, perché i risultati dei singoli studi sono difficilmente replicabili e solo mettendoli a confronto si riesce ad avere una visione d’insieme).

Quanto ai “probiotici”, termine con cui si indicano i vari integratori alimentari a base di “microbi buoni”, fermenti lattici inclusi, nel 2006 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha stabilito che «incrementare il numero di un qualsiasi gruppo di batteri», così come «aumentare i livelli di microflora batterica» non siano «da considerarsi in sé effetti benefici per la salute». E, sebbene alcuni studi suggeriscano una certa efficacia in casi di disturbi intestinali specifici, come la dissenteria nei bambini, per ora l’utilità davanti a un raffreddore resta tutta da dimostrare: «È ancora tutto un po’ vago. Non c’è alcun dubbio che l’interazione coi batteri sia importantissima per l’intestino, ma sappiamo ancora poco di come funzioni questa interazione e ancora meno di quali prodotti possano migliorarla», ha spiegato Stephen Allen, pediatra e gastroenterologo docente alla Liverpool School of Tropical Medicene, in una recente intervista col magazine di salute Stat.

La distinzione tra medicina “tradizionale” e “naturale” è meno netta, e forse più ideologica, di quanto non si pensi

Quello che mi ha colpito in questa vicenda, oltre alla faciloneria con cui mi sono fatta rifilare medicinali indicati dalla scienza e dalle autorità come largamente inefficaci, è che forse è indice di qualcosa di più ampio. Da un lato, certo, c’è un innamoramento, diffuso oggi forse ancora più di ieri, verso le cosiddette cure “naturali”, quasi i frutti della Natura fossero intrinsecamente più sicuri e rassicuranti di quelli del lavoro umano e a nessuno fosse mai saltato in mente che la cicuta è molto naturale e le zigulì artificiali.

Credo però ci sia anche dell’altro: a differenza di altre forme di medicina alternativa e/o naturale, l’omeopatia si basa sul principio di combattere la malattia con qualcosa di simile alla malattia stessa e in questo ha qualcosa in comune con la tendenza di consigliare integratori probiotici per curare malanni per cui in realtà non sarebbero indicati. Così come gli omeopati si propongono di alleviare dei sintomi con gli stessi principi che, a dire loro, li causerebbero, c’è chi è convinto che i “microbi buoni” siano lo strumento migliore per combattere i “microbi cattivi” (non ho scritto “batteri” perché il raffreddore è virale): similia similibus curentur.

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Nonostante il termine “omeopatia” venga spesso utilizzato erroneamente come sinonimo di “medicina naturale”, si tratta di due concetti assai diversi. Proprio come la medicina tradizionale, anche la medicina naturale si basa sull’idea di utilizzare una qualche forma di principio attivo per combattere un morbo o i suoi sintomi. Peraltro, alcuni farmaci tradizionali partono da sostanze presenti in natura (la codeina, per esempio, si estrae dal papavero da oppio) mentre alcuni principi attivi sintetizzati dall’uomo per la produzione di farmaci ricalcano di fatto molecole presenti in natura. L’aspirina, per fare un altro esempio, è composta dall’acido acetilsalicilico, sintetizzato artificialmente, però l’acido acetilsalicilico è anche presente in natura, le cui proprietà anti-infiammatorie erano note già agli antichi greci: dai tempi di Ippocrate ad oggi, dunque, cambia il metodo di lavorazione e la concentrazione del farmaco, ma il principio attivo, cioè la molecola in questione, resta la stessa. Dunque la distinzione tra medicina “tradizionale” e “naturale” è meno netta – e forse più ideologica — di quanto non si tenderebbe a pensare.

Non ci piace l’idea di essere colonizzati da organismi ostili

Al contrario l’omeopatia si basa sull’idea di combattere uno o più sintomi con una soluzione estremamente diluita dello stesso principio attivo che, in quantità maggiori, potrebbe creare gli stessi sintomi. Come recita la Treccani alla voce “omeopatia” si tratta di una «dottrina medica elaborata da S.F.C. Hahnemann agli inizi dell’Ottocento, basata sul concetto che la condizione di salute è dovuta a una ‘energia vitale immateriale’ che controlla armonicamente le interazioni tra le varie parti del corpo». Mentre la medicina tradizionale dell’epoca puntava a «combattere i fenomeni morbosi con i rimedi rivolti a sopprimerli», l’omeopatia «asseriva che i vari medicamenti in uso, somministrati a dosi elevate a persone sane, provocano i sintomi caratteristici di determinate malattie che possono essere curate con dosi infinitesimali del medesimo farmaco». Nei fatti le soluzioni omeopatiche sono talmente diluite da essere «praticamente prive di principio attivo», si legge sull’enciclopedia, che spiega: «Oltre la diluizione 12 CH, corrispondente a diluire successivamente per 12 volte una soluzione a un centesimo del suo valore, è impossibile secondo le leggi della chimica trovare traccia di sostanza».

Quello che trovo interessante, però, non è tanto che l’omeopatia si basi su soluzioni talmente diluite da essere praticamente acqua, quanto che sia una dottrina medica completamente slegata dalla teorie dei germi, cioè la nozione che, nel più dei casi, la causa della nostre malattie sono microrganismi invisibili all’occhio nudo. Le ragioni, a onor del vero, sono storiche: quando Hahnemann ha elaborato la sua dottrina non poteva tenere conto del ruolo dei microbi perché la teoria dei germi, in larga misura ascrivibile alle ricerche di Louis Pasteur, non era ancora stata messa a punto (in compenso Ilya Metchnikoff, il medico russo considerato il padre del concetto moderno di “flora intestinale”, ergo dei probioitici, di Pasteur fu uno stretto collaboratore). In altre parole, quando coniò la sua definizione di salute come «energia vitale immateriale», Hahnemann operava in un periodo storico in cui non si era ancora scoperto cosa, esattamente, causasse le malattia. A quei tempi dottrina medica dominante era quella miasmatico-umorale, insomma si pensava che la gente si ammalasse per non meglio specificati miasmi velenosi nell’aria, e in questo contesto la teoria di Hahnemann non era poi così più fuori strada di quella maggioritaria.

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Hahnemann battezzò la sua disciplina come “cura del simile” (omeopatia, dal greco omios, simile e pathos, malanno). Coniò anche un termine per indicare la medicina che non condivideva questo approccio: allopatia, cioè “curare con l’altro”. Si rivelò un termine inaspettatamente azzeccato, perché da lì a qualche decennio le ricerche di Pasteur e Metchnikoff avrebbero dimostrato che in effetti i morbi principali sono causati da “altri”, da corpi esterni e malevoli che colonizzano, abitano ed attaccano il nostro organismo. Oltre a “curare con l’altro”, la medicina tradizionale così come l’intendiamo oggi è anche una cura dall’altro, una guerra aperta ad altri esseri viventi, dentro di noi.

A volte mi chiedo se la fascinazione per l’omeopatia, nonostante tutti gli studi scientifici che ne hanno dimostrato l’inefficacia, e in misura minore la moda di utilizzare gli integratori probiotici a mo’ di panacea non raccontino qualcosa sul nostro rapporto coi germi, insomma con l’idea che la malattia sia causata da un intruso. Forse non è soltanto amore per il naturale e rifiuto per l’artificiale. Forse, se troviamo così rassicurante curare la malattia con qualcosa di “simile”, anziché con qualcosa di “altro”, è proprio perché ci mette a disagio pensare alla malattia come un intruso che ci invade.

Non ci piace l’idea di essere colonizzati da organismi ostili, e ci piace ancora meno l’idea che per combatterli sia necessario ammettere nuovi intrusi dentro di noi: “altro” da noi e dal malanno che già ospitiamo. Il rifiuto del corpo esterno, del resto, è una reazione molto umana. Anche se siamo già, in un certo senso, un agglomerato di corpi esterni.

Nelle immagini: un artigiano indonesiano realizza modelli di utilizzo medico, West Java Indonesia (foto di Nurcholis Anhari Lubis/Getty Images)
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