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Musica Arcana

Come ci informavamo sugli artisti del momento prima di Internet, prima di Youtube? C'erano i libri Arcana, editi da Bertoncelli. Che oggi ce ne parla.

Il rock, la sua storia, l’esegesi delle opere, la pubblicazione dei testi: tutto demandato alla rete. Adesso. Ovviamente non era così trent’anni fa e neppure quindici. All’epoca si compravano i libri della casa editrice Arcana, collana Musiqa, diretta da Riccardo Bertoncelli. Lo stesso Bertoncelli dell’Avvelenata di Guccini, il profeta italico di artisti irregolari come Frank Zappa e Brian Eno (e XTC, Robyn Hitchcock e tanti altri). Da anni e anni quei libri sono fuori catalogo, ma restano nell’hard disk insabotabile della memoria. Erano la Bibbia. In quei libri c’era poco, ma c’era tutto quel che serviva all’epoca: un’introduzione critica, i testi in inglese e in italiano, la discografia completa in appendice.

Avrò visto centinaia di copie di quei libri sparse in centinaia di appartamenti e stanzette adolescenziali. Ovunque c’era casa, c’era almeno un libro della Arcana. Quello sui Doors, quello su Tom Waits, quello sugli Smiths, quello sugli U2. Quando tra amici si discuteva (sì, si discuteva) di rock, le opinioni di ognuno avevano la stessa origine, la stessa fonte, la stessa scaturigine: i libri Arcana. Da lì non si usciva. Chi aveva la possibilità di comprare il NME o il Melody Maker? Non certo noi della più negletta delle province. Si leggeva Rockerilla ogni mese (mensile che si faceva nell’entroterra savonese, in Valbormida, in un’infernale cittadina industriale dall’esotico ed evocativo nome di Cairo Montenotte) e poi si apettava che la Arcana si decidesse a fare un libro sul nostro artista di riferimento.

Come si lavorava a libri del genere, in quell’epoca che adesso sembra la preistoria? Ad esempio, le famose intro, quei piccoli saggi in cui venivano fornite tutte le possibili informazioni sull’artista trattato, come si scrivevano? Quali erano le fonti della nostra fonte? Riccardo Bertoncelli, riluttante come da personaggio, si è prestato a rispondere a qualche domanda via email («Verba volant ecc.»). Sulle intro dice così: «Venivano redatte come si faceva con certi lunghi articoli in quel mondo pre Internet: ascoltando i dischi, cercando di raccogliere interviste e articoli sui vari protagonisti, spulciando qualche libro, con tutta la difficoltà del caso – oggi sarebbe uno scherzo, oggi con lo scrupolo e la voglia di allora verrebbero fuori meraviglie (che in realtà non vedo)».

Come si lavorava a libri del genere, in quell’epoca che adesso sembra la preistoria? Ad esempio, le famose intro, quei piccoli saggi in cui venivano fornite tutte le possibili informazioni sull’artista trattato, come si scrivevano?

Quel che mi colpisce di più è la frase “ascoltando i dischi”. Sembra una banalità. Non lo è. Allora si ascoltavano i dischi. L’album era l’oggetto dello studio. Ovvio che adesso non è più così. La maggioranza degli ascoltatori oggi ascolta le playlist, un pezzo di uno un pezzo dell’altro. Il concetto di «album» è abbastanza scaduto. Gli stessi artisti preferiscono far uscire catene di singoli in tempi diversi. Raramente l’album è ascoltato come tale, nella sequenza scelta dall’autore, è proprio un altro pianeta. E poi i dischi si ascoltavano, nel senso che si stava a sentire quel che avevano da dire. Si ascoltavano cento volte e poi si era pronti, se si voleva, a scriverne. Quando i solchi non avevano più segreti.

La collana Musiqa nacque nel 1981. Bertoncelli si era appena insediato a dirigere l’attività editoriale della Arcana, all’epoca segmento del gruppo Muzzio. Arcana esisteva dagli anni ’70, ma prima del 1981 pubblicava monografie in modo disordinato, senza un’idea di collana (Bertoncelli ricorda a caso Paul McCartney, Kiss e Rod Stewart). Nell’81 si procedette alla realizzazione di un progetto meglio strutturato e uscirono tre titoli, quasi in sordina: Frank Zappa, Bruce Springsteen e Pink Floyd. Tre artisti all’epoca nel pieno della carriera: Springsteen era il più recente dei nuovi Dylan, l’ultimo disco dei Pink Floyd era The Wall e Zappa era un pallino del direttorissimo. Il volume su Zappa non conteneva tutti i testi per via della quantità intimidente di dischi incisi, quindi Bertoncelli procedette a una selezione. Grazie a quel libro io e gli altri zappiani italofoni potemmo finalmente goderci, per dire, Billy The Mountain (una spassosa suite-monstre di 24 minuti dal vivo, largamente parlata). Dal 1972, anno di uscita dell’album Just Another Band From L. A., in cui era contenuta, quasi tutti sospendevano l’ascolto dopo pochi minuti: troppo difficile capire i dialoghi tra i componenti della band, troppo densi anche i riferimenti culturali all’America degli anni ’50 e ’60 di cui Zappa infarciva le sue composizioni. Nel volume della Arcana, oltre al testo inglese e alla traduzione, si trovavano anche delle note esplicative che permettevano di illuminare gli angoli più oscuri. Un vero tesoro, per gli zappiani. Peccato che le traduzioni fossero spesso raffazzonate, ma quelli erano i tempi. Ci si arrangiava a scrivere così come ci si arrangiava a leggere.

Arcana esisteva dagli anni ’70, ma prima del 1981 pubblicava monografie in modo disordinato, senza un’idea di collana (Bertoncelli ricorda a caso Paul McCartney, Kiss e Rod Stewart).

Dal 1981, dunque, prima timidamente e poi saldamente sul mercato, Musiqa ha accompagnato la gioventù italiana verso la scoperta del mondo del rock. L’impressione che ne ho adesso è che quei libri ebbero una diffusione notevole. Bertoncelli non scende nei dettagli: «Beh, erano anni di sete rock, con poche informazioni che giravano. Alcuni titoli vendettero davvero tanto, nell’ordine delle decine di migliaia di copie: come quelli su Springsteen e Jim Morrison, quello sugli U2, quello sui Pink Floyd (che diventarono due alla fine). I più venduti arrivarono, se non ricordo male, alla fine: quello sui Guns’n’Roses e i due libri sui Queen – e in quest’ultimo caso mi mangiai le mani perché erano anni che pensavo ai Queen ma proprio non erano nelle mie corde e ogni volta rimandavo».

I curatori dei volumi erano in genere giornalisti musicali molto conosciuti dagli appassionati: dai compianti Valter Binaghi e Alessandro Calovolo ai vari Eddy Cilia, Davide Sapienza e Antonio Vivaldi.

Verso la fine degli anni novanta Bertoncelli se ne va e chiude anche la collana. Nel frattempo, alcuni editori importanti avevano cominciano a capire che il rock aveva un suo pubblico e, poco per volta, il ghetto dorato di Arcana viene disertato e le biografie delle rockstar, o i saggi sull’argomento, vengono acquistati all’estero, tradotti e pubblicati dalle major. Se adesso l’autobiografia di Keith Richards esce per Feltrinelli, all’epoca sarebbe stato impensabile.

A più di trent’anni dai primi titoli, resta l’impressione di un’importanza mai pienamente riconosciuta. D’accordo, non erano libri dotati di una precisione e di un’accuratezza esemplari, a volte erano un po’ tirati via, specie nelle traduzioni, ma col tempo migliorarono e gli ultimi titoli erano molto più professionali dei primi. Un’evoluzione si vide anche nella scelta dei soggetti: una volta esaurita la lista di classici (David Bowie, Genesis, Neil Young, The Doors, Rolling Stones, King Crimson ecc.), ci si concentrò anche su artisti punk o new wave come Talking Heads (1983), Clash (sempre 1983), Simple Minds (1984) e Joe Jackson (1985). Bisogna riconoscere a Bertoncelli di avere sempre evitato instant book su gruppi autori di un disco o due (cosa che oggi succede continuamente): per far parte di Musiqa occorreva avere un curriculum, un corpus di lavori di cui discutere.

Non sentiremo mai la mancanza dei libri Arcana, inutile fare i romantici. Erano poca roba, se confrontati con YouTube. Avevano però un qualcosa di unico, e cioè il gusto tutto ancien régime per l’opinione autoctona, nata dall’ascolto soggettivo dei dischi.

«Quando riprendo in mano quei libri ho una reazione contrastante, di orgoglio e fastidio. Una bella importante divulgazione, come no, ma anche un’occasione sprecata. Come certi artisti quando riascoltano le loro incisioni, specie quelle giovanili, mi viene in mente che si potesse fare di più. Arcana era una piccolissima etichetta a cui non fu dato modo di crescere, pur essendo leader in quel campo snobbato da tutti. Oggi il rock è storia e istituzione, e le biografie dei grandi le pubblicano le major. Diciamo che siamo arrivati primi e ci siamo stati per lungo tempo, ed è una grandissima soddisfazione ».

Non sentiremo mai la mancanza dei libri Arcana, inutile fare i romantici. Erano poca roba, se confrontati con, per dirne una sola, YouTube. Avevano però un qualcosa di unico, e cioè il gusto tutto ancien régime per il saggetto, per l’opinione autoctona, nata appunto dall’ascolto soggettivo dei dischi. Ogni rockstar diventava in quel libro la rockstar del curatore, il quale presentava la propria fallibilissima impressione al grande pubblico, incurante di scambiare le opinioni con i fatti, come nella migliore tradizione fanzinara.

Forse la caratteristica saliente di quei libri è stata proprio la loro anima fanzinara (Bertoncelli è il papà di tutte le fanzine italiane, non dimentichiamolo). Fanzine in forma di libro e all’epoca i libri erano libri, quello che c’era scritto era sempre preso per vero, e quindi passioni e idiosincrasie dei singoli critici musicali diventavano verità assolute. Tre o quattro generazioni di incalliti consumatori di roba rock sono cresciute studiando questi testi. Nel giro di qualche anno nessuno ma proprio nessuno si ricorderà che sono esistiti. Questo, probabilmente, è solo il primo di una serie di articoli che, da qui al 2081, si porranno l’obiettivo di farli riemergere, anche soltanto per il tempo di lettura, dall’oblio assoluto.

 

Nell’immagine, elaborazione grafica di un’enciclopedia del rock anni  ’60 di Arcana

 

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