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L’Ultra Golf

L'appuntamento golfistico più popolare e televisivo vede affrontarsi Europa e Stati Uniti: è la Ryder Cup. Dove il gioco individuale e silenzioso diventa di squadra con abbracci, urla, tifoserie appostate dietro ai green, striscioni e dispetti.

Ogni due anni, a settembre, il golf professionistico si trasforma: da gioco individuale – silenzi interminabili, dieci parole (al massimo) scambiate con qualcuno che non sia il caddie, taccuini da sfogliare, attacchi di nervi da contenere – diventa gioco di squadra – abbracci, urla, tifoserie appostate dietro ai green, striscioni, strategie e dispetti. La magia si compie alla Ryder Cup, la sfida tra la squadra americana e quella europea, che quest’anno, nella sua quarantesima edizione, si tiene sul campo di Gleneagles, dal 26 al 28 settembre, uno dei percorsi più spettacolari del mondo, con i suoi links belli e maledetti tipici delle terre scozzesi. Gleneagles significa un ritorno alle origini, perché qui, nel 1921, nacque l’idea di una sfida a squadre, tra giocatori inglesi e giocatori americani (soltanto alla fine degli anni Settanta gli inglesi si aprirono al continente e la squadra diventò europea), più uno scambio culturale che una competizione. Certo il signor Ryder, che prese a cuore la questione e inaugurò nel 1927 la prima Ryder Cup ufficiale con la coppa ambita che i vincitori riportano a ogni edizione, non poteva immaginare che quella sfida amichevole e garbata si sarebbe trasformata in uno scontro spietato, battaglie due contro due e poi, l’ultimo giorno, la domenica, sfide individuali, sempre con formula match play, che significa che non conta il risultato totale su diciotto buche, ma quello di ogni singola buca: se faccio meglio di te, ho vinto. È così che, tra la dinamica delle squadre e uno schema di gioco che ti permette di osare di più – al limite solo una buca va male, non tutto il torneo, entrano in circolo orgoglio nazionale, bullismi da gruppo, rivalità personali e geopolitica.

L’edizione di quest’anno arriva dopo il “miracolo di Medinah”, e da due anni si sente un brusio di sottofondo ogni volta che gli americani parlano della Ryder. Nel 2012, a Medinah, vicino a Chicago, all’ultimo giorno di gara gli americani avevano 10 punti, gli europei 6: bastavano 4 punti – soltanto quattro match play da vincere su dodici – per riportare negli Stati Uniti la coppa. È finita con una vittoria dell’Europa, una rimonta senza precedenti, a suon di putt imbucati, corse avanti e indietro dei giocatori europei per consigliarsi, sostenersi, gasarsi. Da allora gli americani meditano vendetta: negli ultimi vent’anni la supremazia statunitense è andata logorandosi, pur se i nomi più altisonanti sono da sempre quelli della compagine d’oltreoceano, e molti invocano un cambiamento radicale. Che puntualmente è arrivato, ma non nella forma auspicata dai guru americani. I nomi altisonanti, quelli storici, Tiger Woods sostanzialmente, non ci sono: sono scesi nella graduatoria, non hanno giocato bene da ultimo, e siccome i montepremi vinti sono l’elemento che più influisce sulla composizione della squadra statunitense, ecco che bisogna fare a meno dei big.

Lo scontro di civiltà di qua e di là dell’Atlantico, in ambito golfistico, s’è consumato anche in altri contesti, se si pensa che per decenni gli americani e gli inglesi, avanguardia del golf europeo ancorché mondiale, non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sulla dimensione della pallina.

Il capitano, che quest’anno è Tom Watson, può scegliere di fare alcune deroghe (e ne ha approfittato): l’esperienza, nella Ryder, conta più della frequenza con cui il drive vola diritto. Ma proprio nelle deroghe sta la grande differenza rispetto agli europei: c’è una classifica, e gli Stati Uniti la rispettano il più possibile. Gli europei invece – insinuano gli americani – non hanno tutta questa dimestichezza con la democrazia (anche se si pavoneggiano sempre: la culla del fairplay e tutto il resto): pensano a creare la squadra più competitiva a poche settimane dalla Ryder, il capitano (oggi è Paul McGinley) si prende tutte le libertà possibili, con le sue “wild card” che sono sempre più wild e arbitrarie (quest’anno sono rima¬sti fuori all’ultimo l’italiano Francesco Molinari e Donald Luke). Cambiamo il nostro metodo!, chiedono alcuni com¬mentatori americani. Non se ne parla proprio!, rispondono altri, in gioco non c’è una coppa, ci sono dei valori, noi e loro, il nuovo continente contro quello vecchio, la fairness contro l’arte di arrangiarsi, il rispetto delle regole contro le scorribande per saltare la fila: altro che frattura transatlantica, questo è scontro di civiltà (la frattura transatlantica è uno dei grandi classici che ogni due anni si ripropone sui media in occasione della Ryder, pretesto imperdibile per parlare dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, come se davvero in quei tre giorni di gara agguerritissima qualcuno pensasse ai trattati sul commercio internazionale o al futuro della Nato. Lì conta solo far sbagliare l’avversario, metterlo nella condizione di sentirsi sotto pressione: Lee Trevino, uno dei più istrionici tra i giocatori americani, diceva: «Quando sbagli un putt senti degli urli che ti pare di aver fatto un eagle, salvo poi accorgerti che sono gli altri che sghignazzano e si fanno beffa dei tuoi errori»).

Lo scontro di civiltà di qua e di là dell’Atlantico, in ambito golfistico, s’è consumato anche in altri contesti, se si pensa che per decenni gli americani e gli inglesi, avanguardia del golf europeo ancorché mondiale, non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sulla dimensione della pallina: ce n’erano due versioni, così come per le regole. Poi c’è stata un’armonizzazione, nel momento in cui la contaminazione dei giocatori e dei tornei è diventata inevitabile, e così la Ryder è rimasta l’unica valvola di sfogo, lo scontro diretto, il test biennale per capire chi è davvero il più forte (per gli amanti della geopolitica va detto che da anni si discute di che cosa fare dei cinesi, emergenti e famelici, e pronti a tutto pur di poter sfidare gli occidentali, e magari batterli). Ogni stratagemma è consentito. Nick Faldo, che è stato uno dei più forti giocatori della Ryder, un mastino dei match play (e una sorpresa ogni volta: sempre freddo, distaccato e gelido, alla Ryder pareva pure simpatico) e il capitano degli europei nel 2006, disse una volta una frase sibillina che gettò gli americani nel panico: «Ci sono segreti che non mi tirerete mai fuori. Il più grande riguarda la strategia che noi europei utilizziamo nei foursome (formula che si gioca in coppia nei primi due giorni di gara, tirando un colpo a testa, ndr), una fase della Ryder in cui siamo superiori. È stata inventata da Tony Jacklin (il capitano europeo di maggior successo, ndr) ed è meravigliosa nella sua semplicità e devastante nella sua efficacia. Se gli americani la intuiscono, la Ryder sarà loro. È un segreto sottile, ma molto visibile se guardi con lucidità gli incontri. Uno spettatore potrebbe riconoscerlo». Ecco uno dei giochetti degli europei, dissero gli americani, vogliono farci credere che c’è un’idea, non solo caso e fortuna. Da allora però non c’è commentatore della Ryder che non provi a capire qual è il segreto di Faldo, come se fosse la chiave per garantirsi una vittoria.

A cavallo tra gli Anni ’80 e ’90 la Ryder Cup ha iniziato ad appassionare anche i non golfisti, è una delle competizioni più seguite al mondo e l’Italia ha chiesto di ospitarla nel 2022.

La strategia c’è, eccome. Una volta scelti i componenti della squadra, i capitani non fanno altro che pensare alle combinazioni tra i giocatori per le sfide in coppia e poi per quelle singole, manna per gli amanti dei Big Data, ma anche per gli psichiatri (il golf è una malattia, lo sapevate no?): chi far partire per primi, per esempio, i più forti vanno messi in campo subito per rassicurare e galvanizzare gli altri, o li si lascia in fondo a salvare il salvabile? E se poi, invece, cedono alla pressione? Non sai mai che cosa succede a uno sportivo abituato a pensare solo a sé, lui da solo contro tutti, quando lo si butta in una squadra – ed è questo il segreto più affascinante della Ryder Cup. Severiano Ballesteros, uno dei giocatori più forti della storia, puro genio e pura sregolatezza (è morto di tumore l’anno prima del “miracolo di Medinah”, che gli fu subito dedicato: «Questo è per te, Seve», c’era scritto sugli striscioni), è considerato dagli americani il più odioso degli avversari della Ryder. Faceva guerra di nervi, tossicchiando ogni volta che un avversario si metteva sulla palla, apposta per sconcentrarlo, e se qualcuno glielo faceva notare riusciva a montare baruffe epocali («Tutti sanno che soffro di allergia», era la sua risposta automatica). «Infantile», lo definì una volta l’americano Curtis Strange, ma il suo nemico numero uno era Paul Azinger, i loro litigi rappresentano uno dei capitoli più divertenti della storia della Ryder. Litigarono su tutto, in campo e fuori dal campo, come giocatori e come capitani, sulle regole, sul comportamento, battibeccando come due zitelle. Ballesteros diceva: «Nella squadra americana ci sono undici bravi ragazzi. Poi c’è Azinger». Azinger rispondeva additandolo come «the king of gamesmanship», condannando così quel modo di giocare dentro le regole, con un fare al limite della slealtà, ma spiegando poi in un libro che no, il rispetto non è mai andato perduto, che era solo gioco e spettacolo, restaurando almeno su carta quel fairplay che sul campo era finito in occhiatacce e battutine.

A cavallo tra gli Anni ’80 e ’90 la Ryder Cup ha iniziato ad appassionare anche i non golfisti, è una delle competizioni più seguite al mondo e l’Italia ha chiesto di ospitarla nel 2022. I suoi protagonisti hanno imparato a far sì che tensione e divertimento non siano mai abbastanza. Anche se, al netto degli sponsor e della festa di gala con mogli e fidanzate e del gossip, l’unico obiettivo è vincere. Infischiandosene della tradizione e dei puristi della superiorità antropologica degli Stati Uniti, il capitano americano Watson quest’anno si è comportato da europeo: dei ventuno giocatori che hanno vinto più gare del Pga Tour nella stagione, soltanto sette sono nella squadra della Ryder, ovvero per una volta la squadra europea è stata più democratica, con nove giocatori su dodici che hanno vinto titoli nel Tour. Vuoi vedere che lo scontro di civiltà si è ribaltato? Ne sentiremo parlare, ma solo dopo la battaglia: per ora ci si deve dedicare a Jordan Spieth, ventunenne astro nascente con formazione gesuitica del golf americano e al suo debutto in squadra. Ma soprattutto bisogna tenere a bada il numero uno al mondo, il nordirlandese Rory McIlroy, l’asso della squadra europea, che ha 25 anni, uno swing meraviglioso, il temperamento nervoso, la lacrima facile, una stagione straordinaria alle spalle e, ora, il broncio: quest’anno sono vietati i selfie, alla Ryder.
 

Dal numero 2 di Undici.

Tutte le immagini della Ryder Cup sono da Getty Images.

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