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L’ironia di Chelsea Handler è una cosa seria

Autoreferenziale, spregiudicata, cinica e molto onesta. Chi è la comica che col suo nuovo show su Netflix racconta le contraddizioni americane.

A chi non segue assiduamente il mondo dello spettacolo americano il nome di Chelsea Handler può essere quasi sconosciuto. Eppure fino a due anni fa era l’unica donna a condurre un late night show – prima di lei solo Joan Rivers – cinque dei suoi libri sono finiti nei bestseller del New York Times (quattro dei quali al numero 1) e nel 2012 Time l’ha messa nelle 100 persone più influenti al mondo. Comica delle più scomode e imprevedibili, Handler ha ora firmato un contratto di sette anni con Netflix, dove ha appena debuttato con un documentario in quattro puntate, Chelsea Does.

Il suo Chelsea Lately era andato in onda sul network E! dal 2007 al 2014, con più di mille episodi all’attivo. Quando i due decani della seconda serata americana Leno e Letterman sono andati in pensione, sparigliando le carte dei late e late late night show, secondo molti il nome di Handler è stato in lizza per i posti più ambiti. E invece oggi ritroviamo la comica sulla piattaforma digitale, lontana dai grandi network e pronta a una sfida inedita per chi viene dalla stand-up comedy.

Un passaggio ancora più ardito, vien da dire, per una persona che, come ha dichiarato a Vulture, sa «a malapena accendere il televisore». Netflix ha già in catalogo numerosi titoli di comici ma è la prima volta che ne arruola una per un progetto di più ampio respiro, che prevede, a partire da maggio, un talk show di mezz’ora, tre volte alla settimana, in cui alternare interviste a personaggi famosi, tavole rotonde e approfondimenti tematici («lo spessore di 60 Minutes, ma più svelto, immediato, più fico»). «Quelli di E! erano così fessi», ha dichiarato Handler. «È crudele da dire. Ma non sapevano proprio cosa fare o come farlo. A Netflix non mi sento come se fossi la persona più sveglia del gruppo».

chelsea

Il fatto è che Handler non sembra il tipo di celebrità che segue gli schemi. Il suo stesso stile comico è un misto di indifferenza, cinismo e revanchismo, in particolare nei confronti del mondo dell’intrattenimento o dei modelli borghesi e politically correct. Le sue origini, come spesso racconta in monologhi o memoir, appartengono a una dimensione del tutto diversa: nata e cresciuta in un quartiere ebraico del New Jersey, in cui «tutti avevano Mercedes e Jaguar, mentre io andavo a scuola su un’utilitaria», si trasferì a Los Angeles a 19 anni senza però credere troppo nella carriera d’attrice. Si accorse di aver qualcosa da dire a un pubblico solo dopo che, in una seduta di riabilitazione imposta dal tribunale in seguito a una condanna per guida in stato di ebrezza, tutti trovarono divertente la sua parlantina.

L’atteggiamento da outsider è una delle chiavi del suo successo. Era riuscita a convertire in un vantaggio perfino il fatto che nel suo Chelsea Lately su E!, per ovvie ragioni di visibilità e priorità, ospitasse star in qualche modo “minori”: «Peggiori sono gli ospiti, più patetici sono, più lo show è divertente». Le sue battute non risparmiano nessuno, anzi si concentrano sui nervi scoperti della sensibilità pubblica: quando nel 2014 la Germania vinse i Mondiali, fece travestire da Hitler la spalla del suo show, il nano Chuy Bravo, scatenando l’ira dell’Anti-Defamation League («Sono contenta che abbiano vinto, per una volta mettono le mani su dell’oro che non hanno tolto dalla bocca di mia nonna», fu una delle battute della serata). Chiama gli afroamericani «chocolates» e gli stessi nani, per cui sembra avere una predilezione quasi ossessiva, «nuggets»; l’infinita lista di chi ha chiesto a Handler delle scuse copre tutto lo spettro che va dai fan di Beyoncé ai nazionalisti serbi.

Il suo è un atteggiamento spigoloso e venefico nei confronti della realtà, eppure in qualche modo profondo

Nonostante le proteste più varie, la sua non è solo all’apparenza un’ironia sterilmente provocatoria. Il suo è un atteggiamento spigoloso e venefico nei confronti della realtà, eppure in qualche modo profondo. A dimostrazione a una certa inclinazione all’autoreferenzialità, sul suo profilo Twitter non mancano le foto in topless o a sedere scoperto. Ma se nella maggior parte dei casi lo fa per sbeffeggiare Kim Kardashian, in altri si tratta di atteggiamenti meno faceti: quando si fece censurare una foto a seno nudo da Instagram, ad esempio, fu in protesta contro la disparità di trattamento goduta dai capezzoli maschili (in particolare quelli di Putin, uno dei bersagli della comica).

In sostanza Chelsea Handler sembra non temere mai le conseguenze di ciò che dice, e non ha paura nemmeno delle sfide: «Voglio essere un pesce fuor d’acqua. Voglio che mi si spinga a fare cose che non mi mettono a mio agio». Un po’ quello che fa in Chelsea Does, quattro episodi in cui affronta in presa diretta altrettanti temi più o meno spinosi (il matrimonio, il mondo digitale, le droghe, il razzismo), attraverso interviste ai personaggi più disparati (anche a suo padre, ex venditore di macchine usate) e esperienze in prima persona: finisce così per incontrare un suo ex di vent’anni fa, sedere al tavolo con un suprematista bianco («Bello passare da Paris Hilton a Hitler nella stessa conversazione») o assumere ayahuasca, una bevanda allucinogena tipica delle foreste peruviane che la fa vomitare di fronte alle telecamere.

Ogni episodio introduce l’argomento con leggerezza grazie a una tavola imbandita attorno alla quale si riuniscono Handler e i suoi amici (dall’attore comico Jason Biggs a Margareth Cho, fino a Khloé Kardashian). A seguire vengono intervistati personaggi significativi, come tra gli altri anche Shimon Peres, il Ceo di Netflix Reed Hastings o i familiari di Walter Scott, ucciso in una sparatoria in South Carolina. Oppure Handler viene ritratta in situazioni diverse, mentre parla con uno psichiatra, incontra startupper, ex tossicodipendenti e sudisti, partecipa ad appuntamenti al buio o interroga bambini delle elementari fin troppo svegli (e forse quest’ultimo, pur essendo il più scontato, è l’espediente più riuscito di tutto lo show).

A tenere insieme ogni cosa è lo stile spavaldo e corrosivo di Handler, quasi ogni argomento fosse il pretesto per metterne in luce la spigolosità più ilare e la profondità impenitente. Una dura recensione di Time sottolinea proprio l’eccessiva dimensione narcisistica di questo esperimento di nonfiction, tanto che la stessa Handler a un certo punto nella serie dichiara: «L’unica opinione della quale mi preoccupo è la mia». Ma, per certi versi, questo è anche la forza del suo show. Una delle puntate più controverse è quella sul razzismo. L’umorismo di Handler ha fatto spesso infuriare i rappresentanti delle minoranze etniche che vivono negli Stati Uniti. Nell’episodio “Chelsea Does Racism” lei li incontra, ascolta le loro rimostranze ma poi rimane ferma sulla propria posizione: mai scusarsi per una battuta, forse il meta-tema centrale di tutta la serie. «La stronzata della political correctness è più razzista di qualsiasi altra cosa, perché nessuno dice qualcosa di veramente reale. Finiamo per essere tutti razzisti senza neanche provarci», ha dichiarato. «Dire che di solito i neri sono ritardatari non è come sparare a uno di loro alle spalle».

Chelsea Handler arrives to the 2012 Huma

Rischioso è anche l’episodio “Chelsea Does Drugs”, un viaggio nel mondo delle dipendenze. Colpisce il modo indulgente di trattare la sua autodichiarata dipendenza dall’alcool, tuttavia negando di essere un’alcolista vera e propria (e avendo ammesso di aver fatto uso, in passato, di marijuana, cocaina e sonniferi). Alla domanda se non stesse in qualche modo lodando il suo stesso stile di vita risponde: «Glorifico il mio modo di vivere, certo che lo glorifico. Mi pare proprio glorificabile». A ribadire, cioè, che finché una persona è consapevole delle proprie scelte e di una linea di demarcazione può fare ciò che vuole.

Lo stesso discorso vale per il modo di fare commedia sua e di molti altri suoi colleghi. Nel Paese della libertà d’espressione, pensare che una battuta possa aver superato la linea del socialmente accettabile è qualcosa di, beh, intrinsecamente inaccettabile. Il viaggio che Chelsea Handler compie nelle varie pieghe dell’America ne è una continua dimostrazione: si tratta di un luogo dove si può dichiarare di voler fondare comunità di soli bianchi, che lo schiavismo era in fondo una forma di sostegno ai neri, che si può convivere con due donne che ti fanno da schiave sessuali, che i siti di appuntamenti rivolti alle persone sposate non hanno alcunché di inopportuno, e così va. È una realtà piena di contraddizioni e zone grigie, di assurdità più o meno celate. Ed è lì che Handler si va ad infilare.

In un’intervista rilasciata al New York Times nel 2011, aveva parlato apertamente di un aborto avuto all’età di 16 anni: «È quello che avrei dovuto fare, altrimenti ora avrei un figlio ventenne. Questo è il genere di cose su cui le persone non dovrebbero essere disoneste». Si potrebbe perfino scomodare l’etichetta di “onestà intellettuale” per definirla, se la sua non fosse una rivendicazione continua dell’essere una comica. La comicità è la chiave per leggere la sua persona, le sue battute, l’America del free speech, del liberismo spinto e dei diritti dichiarati quanto negati. Un posto in cui è difficile trovare storie completamente edificanti, compresa la sua. Infatti lei stessa si chiede: «E dove dovrei andarle a trovare? Su Tinder?».

Immagini: Chelsea Handler alla Human Rights Campaign Gala del 2012 a Los Angeles (Adrian Sanchez Gonzalez); al photocall dell’amfAR Inspiration Gala di Los Angeles nel 2013 (Mike Windle/Getty Images); in copertina e testata: a parlare di Chelsea Does a luglio del 2015 (Frederick M. Brown/Getty Images).
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