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Le velleità

Diario dall’Australian Open, parte II – L'odissea nelle conferenze stampa, le regole ferree e soprattutto le speranze degli eterni incompiuti.

I primi giorni del torneo si svolgono come una massa informe di eventi, dove al posto dell’alba e del tramonto subentrano nuove scansioni del tempo, in sostanza riassunte in: 1) prima dell’inizio degli incontri 2) durante gli incontri e 3) la cessazione delle ostilità, che si manifesta con spopolamento dell’area, crescente silenzio, segnali live che trasmettono immagini degli impianti vuoti, spenti. Non riesco a mettere insieme più di 15 minuti consecutivi di tennis guardato, né dal vivo né sugli schermi che mi trovo davanti ovunque vado, in sostanza perché devo lavorare: il mio compito è raccogliere dichiarazioni di tennisti reduci dalle loro partite. Le interviste si svolgono in diversi luoghi, dalla sala principale per le conferenze stampa per poi scendere verso stanze più piccole, fino a arrivare a angoli con due sgabelli e dei rabberciati separé, il tutto a rappresentare la scala discendente di importanza che viene assegnata ai vari giocatori, in base a vari criteri tra cui classifica, nazionalità, curiosità sportiva, gradevolezza davanti alle telecamere e così via.

L’ufficio stampa dell’Australian Open mette a disposizione una quantità nauseante di informazioni, ognuna delle quali ha uno scaffale dedicato che viene rifornito più volte durante la giornata: ordine di gioco (che nel corso del torneo si va a differenziare in singolare maschile e femminile, doppio maschile e femminile, doppio misto, junior maschili e femminili, tennis su sedia a rotelle, torneo vecchie glorie), classifiche, confronti diretti, statistiche sugli incontri disputati e su quelli in programma, elenco vincitori di tornei del Grande Slam, briefing giornalieri, regolamento per i media e regolamento generale del torneo, mappe, orari delle sessioni di allenamento, affluenza di pubblico (primo giorno 61955 spettatori, secondo 68065, terzo 65568) trascrizioni delle conferenze stampa. Un fiume ininterrotto di comunicazioni stampate su una carta dalla grammatura scandalosamente eccessiva, un supporto adatto a trattati di pace o carte costituzionali, ma che invece viene usato per documenti che hanno ragione di esistere soltanto per poche ore, per finire poi rimpiazzati da altri quasi uguali, soltanto con numeri leggermente differenti. Le trascrizioni sono la parte più scioccante di tutto l’apparato informativo: circa tre minuti dopo la fine di ogni conferenza stampa ricevo un’e-mail con in allegato la trascrizione esatta di tutte le domande e le risposte date in inglese, il tutto impaginato in modo impeccabile e senza un singolo refuso. Li osservo ogni volta, i custodi di questi poteri soprannaturali che stenografano su tastiere dalle forme misteriose, e mi chiedo come facciano a convivere con un lavoro dallo standard qualitativo così implacabile. Il giorno che ho chiesto di aggiungere il mio indirizzo di posta elettronica ai loro invii mi sono avvicinato a un uomo che batteva serratamente su una delle suddette tastiere indossando delle cuffie, e la risposta alla mia richiesta di inserimento è stata “Not right now“, in un misto di cortesia e malcelato dolore fisico che mi ha fatto intuire le brutali esazioni della loro professione.

Rinchiuso negli scantinati tecnologici, trovo il tempo di vedere qualche minuto dell’incontro di primo turno tra Mikhail Youzhny e Matthew Ebden. Youzhny è un russo che corrisponde così tanto allo stereotipo del nichilista che una volta, perso un punto cruciale, si è dato la racchetta in testa fino a sanguinare. Trent’anni, dotato di un rovescio a una mano di bellezza filosofica, proprio come la laurea conseguita nel 2011 presso l’Università di Mosca, a metà del match contro Ebden sembra stanco, forse anche stufo, le vene gonfie sulle tempie. Alla fine vince in cinque set, probabilmente maledicendo il tempo che gli ci è voluto per chiudere la partita, che potrebbe pagare nell’incontro successivo. Per l’intervista post match gli viene assegnato l’angolo più squallido dell’area media: abbagliato dalla luce livida del faretto della nostra telecamera, la testa rasata e gli occhi spenti, sembra un personaggio di Arcipelago Gulag. Alla fine decidiamo di non trasmetterlo.

Esco per fumare, e trovo Grigor Dimitrov che fa ginnastica subito fuori dalla media room, usando una specie di piccola palla medica con il suo nuovo allenatore svedese. Dimitrov è un giovane che da almeno due anni è piagato dal soprannome di Baby Federer, dovuto alla reminiscenza del Maestro che il suo stile suscita nei pundits tennistici. Stesso sponsor, stessa racchetta, ma soprattutto stesso rovescio aristocratico, quasi un gesto di stizza a spazzar via una tavola mal apparecchiata, stesso dritto che disegna rapidamente un’ampia e morbida curva (quella che David Foster Wallace definiva “frustata liquida”, per capirci). Stessa postura al servizio, stesso lancio della palla, ma da qui in poi le strade tra il giovane bulgaro e l’uomo dei record si separano in una drastica differenza nelle rispettive capacità di perpetuare la solidità del gesto tecnico e nell’intelligenza della scelta di cosa fare (e quando) durante una partita. Dimitrov qui perderà al primo turno, in un profluvio di errori eleganti e pennellate fuori luogo. Si gira e mi guarda, guarda la mia sigaretta, io abbozzo un sorriso e lui si gira dall’altra parte. Il guardiano di turno quando rientro mi dice che non si può fumare nell’area antistante la sala stampa, ma ricordo bene come fino a prima dell’inizio del torneo ci fosse un posacenere. Le regole sono cambiate.

Sono cambiate anche nei campi secondari, dove l’anarchia delle qualificazioni è stata rimpiazzata da una compostezza di massa, una proliferazione di code per accedere a qualsiasi cosa: un campo da tennis, un panino, un bagno.
«The players are waiting for you to sit down», declama stentoreo l’arbitro di un ground di discreta capienza, rimproverando gli accalcati all’ingresso.

Lì vicino si allenano Nicholas Mahut e Michael Llodra, quest’anno compagni di doppio, due dei miei eroi minori più cari. Giocatori che per due o tre game possono sembrare il meglio che questo sport possa offrire, con il loro gioco di tocco, il modo in cui attaccano, il serve & volley sopraffino; creature fragili che lentamente si sfaldano, abbattendosi contro quelle frazioni di secondo di ritardo con cui prendono la rete rispetto alla velocità di risposta dell’avversario, o nel calcolo minimamente impreciso dell’anticipo con cui colpire a rimbalzo, per finire poi demoliti pezzo a pezzo da crudeli presidianti della linea di fondo campo, con le loro impugnature assurde e le traiettorie drogate da corde fatte di oscuri materiali sintetici. Llodra usa invece corde di budello, le più antiche e le più adatte a favorire un gioco di tocco, un materiale che se ci piove sopra si ammolla come pastasciutta, per dire. A un certo punto manda sul nastro una volée incrociata di rovescio e guarda la rete perplesso, ne misura l’altezza con la racchetta, poi sorride. Mahut è noto più che altro per aver giocato contro l’americano John Isner la partita più lunga della storia del tennis, nel 2010 a Wimbledon. L’incontro si è svolto nell’arco di tre giorni (a Wimbledon non c’è illuminazione artificiale, al tramonto si smette), per un totale di 11 ore e 5 minuti, e si è concluso per 70-68 (giochi, non punti) nel quinto set a favore di Isner. Nella foto accanto al tabellone con il punteggio, un piccolo trofeo per celebrare l’evento nelle mani di entrambi, Mahut e Isner sembrano deformati dall’odissea psicofisica appena terminata, la schiena curva, le spalle disallineate. Mahut ha un’espressione disgustata. Visto in tv il francese ha una faccia da topo e le fattezze di un bibliotecario denutrito: qui si sta allenando a torso nudo, rivelando un tono muscolare che io non potrò mai avere, neanche se dedicassi il resto della mia vita a quell’unico scopo.

Incrocio Benjamin Becker, giocatore tedesco noto più che altro per le iniziali comicamente uguali a quelle di un altro tennista tedesco di ben altra fama. Ma soprattutto questo Becker qui ha sconfitto Andre Agassi nell’ultima partita della sua carriera a New York nel 2006, il giorno del discorso in lacrime e dei baci ai quattro lati dell’Arthur Ashe Stadium. Vorrei fermarlo, per chiedergli cosa si prova ad avere come highlight della propria carriera l’ultima partita di quella di qualcun altro.

Nella sala conferenze stampa adesso c’è Kimiko Date-Krumm, una giapponese classificata n. 100, che ha appena vinto un primo turno contro la testa di serie n. 12, Nadia Petrova. Ma la cosa particolare qui non è tanto la sconfitta a sorpresa di una giocatrice sulla carta più forte, il fatto è che Kimiko non vinceva una partita all’Australian Open dal 1996. Ha 42 anni, ha smesso di giocare proprio nel 1996 (poco dopo essere diventata n. 4 del mondo) per poi ricominciare nel 2008, dopo 12 anni lontana dai campi. Da quando è tornata ha vinto un titolo WTA (il circuito professionale femminile) e diversi tornei minori, e ha battuto nove volte giocatrici top 20. Gioca tutto d’anticipo, colpisce piattissimo, crea angoli stretti per prendere la rete, in sostanza è come guardare il tennis sulla RAI quando avevo dodici anni, stupendo. La amo sempre di più a ogni risposta che dà: le chiedono che dieta segue (in giro per tornei non mangia spesso giapponese, ad esempio la sera prima dell’incontro con la Petrova ha mangiato pasta), se è amica con altre tenniste del circuito («le madri di molte giocatrici sono più giovani di me»), qual è il suo segreto («mangiare tanto, dormire tanto, finire di cenare massimo alle 7.30, a letto prima delle 10»). Continuano a chiedere, a cercare di capire, come si fa, com’è possibile. Lei parla degli ultimi anni prima del ritiro nel ’96, il tennis non le piaceva più, ma adesso le piace tutto della vita nel circuito pro.

«Now I’m 42, I know how to do everything».

Ho sei anni di tempo per arrivare a poterlo dire anche io, come lei.

 

 

Le puntate precedenti:
1- La strada per l’Open

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