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13:28 martedì 8 settembre 2026
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.
È valsa la pena seguire tutti gli Emmy solo per vedere Rob Reiner vincerne uno storico, da record Ha vinto il premio per Outstanding guest actor in a comedy series per la sua interpretazione nella quarta stagione di The Bear.

Il problema della Siria

Cosa sta fermando un attacco americano? Sembrava Obama fosse pronto a colpire a breve, ma ora pare tutto bloccato. Ecco cosa complica le cose.

29 Agosto 2013

Chi si aspettava, a stretto giro, un attacco di America e alleati (dove, in questo caso, per alleati si intende soprattutto Francia, Regno Unito e Turchia) sarà rimasto deluso. Oppure, a seconda di come uno la vede, sollevato. Pare che il raid contro il regime di Bashar al-Assad, che alcuni davano per probabile già oggi, per il momento sembra rimandato. Certo, non si può escludere che la situazione si sblocchi a breve. E la volontà americana di fare qualcosa – cosa, di preciso, è ancora da vedere – sembra esserci ancora. Ma i toni sono cambiati. Tira un’aria diversa, rispetto anche solo a martedì, quando Kerry aveva pronunciato un discorso che molti avevano interpretato, a torto o a ragione, come una dichiarazione di guerra. «Non ho ancora preso una decisione» sulla Siria, ha detto Obama in un’intervista mercoledì. Per poi ribadire, però, di essere convinto che Assad abbia utilizzato armi chimiche – cosa che gli ispettori Onu non hanno ancora verificato. L’idea, ha aggiunto Obama, è mandare al regime il messaggio che «è meglio non farlo un’altra volta».

Ricapitolando: lo scorso 21 agosto l’esercito siriano ha attaccato un quartiere di Damasco, centinaia le vittime, secondo alcuni più di mille; i ribelli hanno diffuso foto e filmati che mostrano i cadaveri delle vittime senza segni di traumi visibili, il che farebbe pensare all’utilizzo di armi chimiche, forse gas nervino. Visto che Obama aveva messo in chiaro, più di un anno fa, che l’utilizzo di arsenali chimici, proibiti dalle convenzioni internazionali, costituiva una linea rossa, una reazione militare americana pareva possibile. Intanto, Assad ha acconsentito all’ispezione degli osservatori dell’Onu, per verificare l’utilizzo o meno di armi chimiche, ma quasi una settimana dopo l’attacco, cosa che rende più difficile raccogliere prove, visto che le tracce del gas nervino si affievoliscono col tempo.

Gli ispettori cominciano il loro lavoro il 26 agosto, e ad oggi devono ancora stilare le loro conclusioni, che forse arriveranno la prossima settimana. Lo stesso giorno, però, il segretario di Stato John Kerry pronuncia un discorso in cui dice che gli americani hanno già le prove dell’utilizzo di armi chimiche: promette «conseguenze». Il 28 agosto, il sito di Foreign Policy sostiene, citando una fonte anonima dell’intelligence, che i servizi americani sarebbero in possesso di una registrazione telefonica tra un rappresentante del ministero della Difesa siriano e un membro dell’esercito che proverebbero l’utilizzo di armi chimiche, sebbene il ministero della Difesa paresse all’oscuro della faccenda fino ai fatti compiuti.

In principio, insomma, l’America non pareva particolarmente preoccupata di attendere il responso degli ispettori Onu. La posizione di Washington era: le prove ce le abbiamo, e tanto ci basta. I toni lasciavano intendere un’azione a stretto giro, sebbene a scopo “punitivo”, senza la pretesa di rovesciare il regime o cambiare di molto gli equilibri sul campo. Ora, però, Obama dà l’impressione di volere «prendere tempo», come titola il Sole24Ore.

Cosa è cambiato, in questi giorni? La situazione, in Siria, in Medio Oriente e nella diplomazia internazionale, è volatile quanto complessa. Non è possibile, insomma, analizzare o anche solo ricapitolare tutti i fattori che pesano in questa vicenda. Quello che possiamo fare è offrire una panoramica delle questioni principali che hanno contribuito ad arrivare a questo punto.

La Gran Bretagna. Insieme alla Francia, che sulla Siria ha per ragioni storiche un approccio interventista e che col clan Assad ha una serie di conti in sospeso (per dirne due: l’omicidio Hariri nel 2005, i soldati uccisi a Beirut nell’83), la Gran Bretagna pareva il paese occidentale più incline a un’azione militare. David Cameron, dal canto suo, la pensa più o meno come Obama. Il leader dell’opposizione Ed Miliband un po’ meno, idem per il Parlamento, con 70 deputati conservatori che minacciano la ribellione. Risultato? Cameron potrebbe avere le mani legate, o quasi, fino a quando non arriverà il responso degli osservatori Onu. Anche se il primo ministro ha annunciato che renderà pubblici a breve dei dossier d’intelligence, che potrebbero cambiare le cose.

Le Nazioni Unite: gli ispettori Onu hanno chiesto più tempo. Il 28 agosto hanno dichiarato di avere bisogno di almeno quattro giorni prima di completare il loro lavoro. Il che significa che, al più presto, i risultati arriveranno all’inizio della prossima settimana. Anche il segretario generale Ban Ki-moon ha esortato le potenze occidentali a non mettere fretta agli ispettori. Probabilmente questo complica il lavoro a Obama, Cameron e Hollande, che, più passa il tempo, meno possono contare sull’ondata emotiva delle immagini dei morti siriani, che avrebbero contribuito a fare accettare un intervento all’opinione pubblica.

La Russia (e l’Arabia saudita): per Obama sarebbe tutto molto più semplice, se potesse ottenere il via libera del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Problema: la Cina e la Russia hanno il potere di veto e quasi certamente bloccherebbero una risoluazione. Il vero problema è soprattutto la Russia, storica alleata degli Assad (c’è chi arriva a dire che per il Cremlino la Siria è ciò che per gli americani è Israele). L’Arabia saudita, nemica giurata della Siria, ha provato a ottenere da Mosca un impegno a non bloccare una risoluzione contro il regime siriano, a patto che essa autorizzasse un intervento “light”, e in cambio di un accordo sui prezzi del greggio. Pare che il principe Bandar bin Sultan, capo dei servizi sauditi, una specie di rockstar della diplomazia mediorientale di questi tempi, ci abbia provato. Ma che Putin abbia respinto l’offerta.

Siria e Libano (che poi riguarda anche l’Italia). Il governo di Damasco ha detto che si difenderà, che la Siria sarà «un cimitero per gli invasori». Una dichiarazione che non va presa alla lettera, anche perché da quello che si capisce l’idea di Obama è solo un raid aereo, sul modello Libia, e le difese contraeree siriane non sono in grado di far un gran che, come dimostrano i ripetuti raid israeliani, dal 2007 ad oggi. Detto questo, quello che si teme è che Assad reagisca scatenando le varie milizie vicine al suo regime. A partire da Hezbollah, il “Partito di Dio” libanese, che potrebbe, per esempio, lanciare missili Fajr o razzi contro Israele, come ha già fatto in passato. Ma che potrebbe anche prendersela con l’Unifil, il contingente Onu presente in Libano, e in particolare nel Sud del Paese, territorio dalla milizia. L’Italia ha una forte presenza nell’Unifil: dal gennaio del 2012 il comando è in mano al generale Paolo Serra.

Foto di Matt Cardy/Getty Images

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