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La religione di Vasco

Quello celebrato sabato a Modena è il "grande romanzo italiano" di cui siamo in cerca: un reportage con suocera dal mega-concerto.

Vasco è Vasco. Come ogni religione rispettabile non accetta margini di intervento rispetto all’affermazione principale, al primo comandamento. I detrattori si devono fare da parte e accettare questa moltitudine di fedeli sguaiati, facinorosi, romantici, casuali. Perché in Vasco tutto è enorme. Gli album venduti, le classifiche dominate, i biglietti staccati per i suoi concerti. Per la celebrazione dei suoi quarant’anni di carriera il mega concerto al Modena Park ha dovuto accontentarsi di circa 220mila ticket, esauriti da tempo. Record mondiale. Un’altra enormità. Più autobus, ambulanze, sicurezza che per la venuta del Papa. Mi viene in mente che a Milano per il concerto di Bruce Springsteen non si erano lasciate le linee della metro aperte durante la notte, per il Papa sì. Per Vasco invece si ribalta tutto.

Nell’anno in cui si celebra con parsimonia e anche un po’ di paura il ’77 politico, Vasco rilancia partendo proprio da quell’anno, quando la sua carriera ebbe inizio. Il detrattore non si agganci alle strofe abusate, alle imitazioni scontate, le cadute di stile. Agli album più o meno riusciti, soprattutto negli ultimi dieci anni (ma anche quindici, diciamolo). Il rocker Vasco sconfigge le resistenze, il suo fan finirà con alzare le spalle e passare alla canzone successiva, quella che “dai, questa non è poi così male”. Sapendo che tanto alle spalle ci sono decine di capolavori, centinaia di ottime canzoni che lo rincuorano.

Il popolo di Vasco è lo sfondo di un grande romanzo italiano, perché bisogna stare attenti a non infilare in quegli stadi e palazzetti sempre pieni soltanto la retorica del pub di provincia, dell’autoradio, della birra sudata. Il popolo di Vasco è anche questo, soprattutto quando è di fronte al proprio idolo. Ma non solo. Come tutti i miti, ha petto e spalle capaci di abbracciare la vastità. Ed è un grande romanzo tutto italiano e solo italiano questo, perché il signor Vasco Rossi da Zocca, al di fuori dei confini non è nessuno. Mai esportato. I russi cantano a memoria Toto Cutugno, Al Bano, Michele Zarrillo. I sudamericani Tiziano Ferro e Laura Pausini. Vasco lo cantiamo solo noi.

Questo evento monstre lo hanno seguito in diretta da più di centonovanta cinema d’Italia, su alcune radio, una decina di Palazzetti dello Sport, un megaschermo al porto di Rimini. Addirittura la prima serata di Rai Uno con il cerimoniere Paolo Bonolis, definitivo strumento d’accusa utilizzato nei giorni precedenti: il cantore della vita spericolata a disposizione degli italiani addivanati. Il concetto di popolare al suo apice. Tutti insieme nella liturgia. Abbracciati, urlanti. Ho pianto tanto e ovviamente sono senza voce. Qualcuno sarà finito nelle mani della Protezione Civile, della Croce Rossa, forse anche dei gendarmi. Qualcuno si sarà picchiato, altri avranno consumato dell’amore.

Una festa in cui la macchina organizzativa è stata virtuosa. Come un liquido, la massa di duecentocinquanta mila persone si è sparsa per Modena per poi uscirne, senza creare troppi ingorghi. Non ho mai avuto la sensazione di abbandono, di possibilità di panico. Forse tutti ci tenevano a non rovinare casa di Vasco e si sono comportati bene.

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Affronto il grande evento con mia suocera, fan della prima ora. Parliamo degli anni Ottanta, quando io crescevo. Lei militante del Pci, vecchia ragazza spettinata. Il processo di preparazione al concerto è stato meticoloso, perché non poteva essere un concerto qualsiasi. Tante, tantissime persone. La difficoltà per fare ogni cosa. Gli spostamenti, i bagni, procurarsi l’alcol, stendersi un po’, respirare. Al concerto andiamo con i vestiti e poco altro. Portiamo con noi un documento, il biglietto, soldi, sigarette, i telefoni. Pantaloncini, maglietta, scarpe comode.

 

Io sono stato a Modena anche il 29 giugno, due giorni prima del concertone. Volevo sentire il respiro della città. È il giorno delle prove, cui sono stati invitati anche circa 500 residenti della zona prossima all’area interessata. Una forma di risarcimento per il disturbo. Insieme con loro gli appartenenti al fan club ufficiale. La città è un poco infastidita e si sente invasa. Arriveranno in questo comune con meno di duecentomila abitanti ben più di duecentomila persone. In pochi giorni, poche ore. Rinviati gli esami orali di maturità previsti sabato 1 luglio. Anticipati con deroga comunale speciale i saldi (perché già che ci portano fastidio, almeno lascino un po’ di denari).

Un barista è fan di Vasco, e con lui non vale. È esaltato, ha riempito il locale di riferimenti, scritte, sciarpe, foto. Mi dice che è la festa in casa di Vasco. «Ha invitato tutti!». Poche decine di metri più avanti un altro barista non è della stessa parrocchia. Rimarrà aperto, certo, ci mancherebbe. Il susseguirsi di opinioni dei negozianti viaggia tutto tra la sopportazione e l’affetto. Molti degli abitanti di Modena hanno chiuso casa e ne hanno approfittato per farsi una vacanza. Il vecchio Amilcare, in bicicletta, fuori da un bar defilato, chiude tutto con la definizione migliore: è come un matrimonio. Un matrimonio dentro un paesino, allora tutto si blocca. Questo è un matrimonio grande in un paese grande. Quindi si blocca tutto lo stesso. Amilcare ha visto invasori ben peggiori, lui è nato nel 1932. Sorride senza troppi denti. Dice che forse andrà a trovare figli e nipoti ai lidi ferraresi, o forse starà a casa. Non è troppo spaventato. Aggiunge che ha smesso di fumare da dieci anni e dovrei fare lo stesso.

Per il giorno del concerto mi sono dotato di un pacchetto di sigarette e di cento euro. I cento euro sono per le birre e un paio di piadine. In auto lascio due bottiglie grandi d’acqua, una maglietta di ricambio, due banane. Il pubblico in processione verso il palco è rumoroso, carico, baldanzoso. Il tasso di fighettismo a una prima occhiata è molto basso. Pochi devoti dei Thegiornalisti. Scorgo molte maglie degli Iron Maiden o dei Guns’n’Roses, qualche canottiera dell’Nba, ovviamente tantissimo merchandising marchiato Vasco. Infinite magliette con i tour passati sulle spalle. È verosimile che tra i partecipanti ci siano parecchi individui che ascoltano Max Pezzali, ma preferisco non approfondire. La religione Vasco Rossi necessita di pudore, a volte. Più in generale, ed è confortante, è una massa che non aderisce a un dress code.

Non mi spiego invece l’età molto bassa. Vasco dovrebbe appartenere all’emisfero della pura malinconia, invece ecco una decisa maggioranza di under trenta. Come da curriculum, tanti occhi impallati, tanta cocaina. Tutti tatuati da far schifo. Eppure l’ultimo Vasco canta “Siamo soli” e non ammicca troppo ai disimpegnati. Lui stesso non finge di essere un ragazzino. Perché negli anni recenti ha deciso e ribadito di essere adulto. Un adulto spesso debole. Invecchiando gli uomini piangono. Vasco somiglia più al Mickey Rourke di The Wrestler che a Bruce Springsteen.

Ci sono tre zone, io sono nel Pit1, quello più vicino al palco. Ma rimango lontano dalla calca che cerca la prossimità. Tengo a vista il bar e i bagni più vicini. Voglio cantare senza qualcuno che mi rovesci la birra addosso. Voglio fumare senza ustionare nessuno. Non sono riuscito in ambedue gli intenti.

La scaletta è dirompente. Tutto quello che ci si aspettava Vasco cantasse lo ha fatto. Tutti i successi. Tutte le canzoni più urlate. Inizia con “Colpa d’Alfredo”, per imbastire subito la mise en abyme del richiamo al Modena Park, in cui tutti urliamo come esaltati. “Gli spari sopra”.  “Canzone”. “Anima fragile”. “Ogni volta”. Non ha risparmiato colpi, in questo amarcord. Riesuma l’attualissima e difficile “Ed il tempo crea eroi”, canta “”Non mi va. Fino al crescendo finale con “Siamo solo noi”, “Vita spericolata” e la scontata commovente chiusura con “Albachiara”, come sempre. Quasi quattro ore senza pause lunghe. Non ha lasciato nessun rimpianto. Non siamo andati via dicendo “peccato non abbia fatto questa, o quella”.

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Ho provato a domandarmi “perché”, semmai di fronte a un tale enorme successo si possano fare domande cui seguano risposte sensate. Questa epopea appartiene alla mitologia, alla necessità dell’uomo comune di aggrapparsi a qualcosa. E dire che come tutti i miti, Vasco possiede la capacità e la facoltà di inciampare. Lo ha fatto, tante volte. Subito sorretto dai suoi seguaci.

Oppure più semplicemente queste persone provano ogni volta a smentire una verità: non torna nulla che ci è piaciuto fare nel modo in cui l’abbiamo fatto. Eppure questo cancellare il tempo e sperare che Vasco non ceda mai (e invece cede, eccome, alla nostra stessa maniera) ha qualcosa di così lucente umanità da commuovere, o fare pena. Ma la pietas umana si applica anche nella contraddizione. Vasco è andato via come era arrivato, in elicottero.

Fumiamo una sigaretta sul viale, mentre le orecchie ronzano e il pubblico lento e incredulo si disperde. Il rimbalzo all’indietro di questo evento sarà doloroso, non basteranno i ricordi e non basterà l’invidia di chi non ci è stato. Ma è subito tempo di ritornare alla vita quotidiana, che non appartiene più alla mitologia. Non si può fare molto altro che contemplare, in certi momenti. Come di fronte al mare. Il mare è il mare.

Raggiungo il parcheggio dove ho lasciato l’auto, vicino al Cimitero San Cataldo. Il traffico è denso ma non isterico. Qualcuno azzarda la ripartenza. Altri, sfiancati come elefanti, crollano. Un tizio sgomma e preme il clacson, ma viene rimproverato. Io e mia suocera da un po’ non parliamo, il pudore delle nostre reciproche sensazioni è troppo forte. Attorno un rodeo di persone, auto che si muovono. Gli ubriachi, i molesti, quelli stanchi. Un tizio sta pisciando di fianco alla mia auto ma non me la sento di dirgli niente. Lo osservo finire, lui non si accorge nemmeno di me e barcollando prosegue nel buio.

Ci sediamo in auto. D’istinto accendo lo stereo, dentro ho ancora un album di David Bowie che abbiamo ascoltato all’andata. Abbasso il volume, anche perché il rumore intorno non permetterebbe nessun ascolto. E poi è tutto bloccato, meglio rimanere fermi e rifiatare. Osserviamo la massa di persone che raggiunge come noi la propria automobile. Le coppie abbracciate, le coppie che hanno litigato. Chissà perché. Gli amici contenti, gli amici che cantano. Un ragazzo a petto nudo si appoggia sul nostro parabrezza e urla alcune strofe di “Siamo solo noi”. Gli sorrido, così pure mia suocera. Chissà se lui se ne è accorto.

Rimaniamo silenziosi ad osservare questo flusso di persone cercare la sua fine, che sarà un’auto, poi magari un autogrill, forse un vicolo in cui vomiteranno o una casa in cui svenire. È uno spettacolo che rapisce e costringe a essere seguito, come quando in una città sconosciuta si sceglie il dehor di un bar per scoprirla, stando fermi.

 

 Foto Getty.
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