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La Milano da leggere

Ripercorrere gli itinerari meneghini di cinque romanzi scritti tra gli anni Venti e i Sessanta. Il centro visto da Hemingway, la Brera di Bianciardi, Moscova per Buzzati.

mil

Chi vive a Milano riconosce l’inizio dell’estate perché ogni weekend la città si svuota. Una lunga colonna di automobili si mette in marcia il venerdì sera, supera la cerchia dei bastioni e si riversa in tangenziale. Direzione laghi, riviera ligure, campagna brianzola: ovunque pur di sfuggire all’afa metropolitana. Le strade si ritrovano allora semideserte, animate soltanto da qualche turista con la reflex al collo. Ecco perché ho sempre snobbato le gite fuori porta, oltre che per un indubbio risparmio economico: per riscoprire Milano con gli occhi di un turista basta fingere di essere in vacanza.
Mi dico una cosa del genere, mentre passo in rassegna le coste colorate della mia libreria. Sono alla ricerca di quei romanzi scritti e ambientati in città; so di averne una ventina, forse qualcuno in più. Ne ho scelti cinque, ho preso una vecchia cartina topografica e, con una biro rossa, ho tratteggiato pazientemente le strade e le piazze attraversate dai vari protagonisti, seguendoli nel loro vagabondaggio cittadino.
Infine sono uscito di casa.

 

Tappa 1 – da Porta Venezia a piazza della Scala
Elio Vittorini, Uomini e no (1944)

«Il librario ambulante di Porta Venezia diceva: “Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite”. “Dal 1908?” diceva l’uomo al posteggio delle biciclette. “Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni”.»
L’uomo in bicicletta è Enne 2, il protagonista di Uomini e no, e questo è il primo dialogo del capolavoro di Vittorini. L’azione del romanzo si sposterà ben presto in altri punti della città, soprattutto in corso Sempione e in largo Augusto – là verranno lasciati a marcire i cadaveri. Ma questo incipit fulminante mi è sempre restato impresso, questo inverno dannatamente mite, con il sole che splendeva «sulle macerie del ‘43, ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate».
Un venditore di libri ambulante c’è ancora in Porta Venezia, precisamente in piazza Oberdan. Potrebbe essere proprio questo il punto da cui Enne 2 vede un tram – il 27 – ripartire dalla fermata all’ombra dei caselli, al centro dell’incrocio. All’interno del mezzo scorge «la spalla di una donna». Ed è quanto basta per inforcare la bicicletta e partire all’inseguimento di quel tram, che all’epoca arrivava da corso Buenos Aires, attraversava lo spiazzo della circonvallazione per poi costeggiare i Giardini pubblici – prima in corso Venezia, poi in via Palestro, proprio davanti a Villa Reale. Un percorso affascinante tra palazzi ottocenteschi e ville neoclassiche puntellato dal verde dei Giardini. Da qui parte la mia gita, all’inseguimento di quel 27.
«Lo sapevo che eri tu» dice Enne 2 alla donna, una volta raggiunta. Siamo ormai in piazza della Scala.

 

Tappa 2 – Galleria Vittorio Emanuele e dintorni
Ernest Hemingway, Addio alle armi (1929)

«Arrivammo a Milano di mattina presto e ci scaricarono allo scalo merci. Con un’autoambulanza, mi portarono all’ospedale americano. Sdraiato sulla barella, nella vettura, non riuscivo a capire quali vie percorrevamo: quando mi tolsero dall’ambulanza vidi una piazza con un mercato e una fiaschetteria aperta, con una ragazza che spazzava».

Il tenente Henry racconta così il suo ritorno in città, e quella piazza con il mercato doveva essere l’incrocio tra via Armorari e via Cesare Cantù, a due passi dalla biblioteca Ambrosiana e dal Duomo. È in un bel palazzo all’angolo di queste due strade che lo stesso Hemingway ha infatti passato la sua convalescenza, dopo essere stato ferito al fronte. Siamo nel periodo decisivo della Prima Guerra Mondiale.
Una targa in marmo, pulita e ben lucidata, è appesa oggi sulla facciata di quel palazzo. «Così nacque la favola vera di Addio alle armi» dice la targa, ed è vera perché il protagonista del romanzo è un personaggio fortemente autobiografico e si racconta che proprio qui lo scrittore americano abbia conosciuto l’infermiera che ha ispirato il personaggio di Catherine.
Partendo da via Armorari, il tenente Henry passeggia con Catherine per le vie del centro, fermandosi nei vari bar dei dintorni. Perché non esiste Hemingway senza alcol. «Poi mi riuscì di camminare con le grucce, e si andava a pranzo insieme, al Biffi o al Grande Italia. Ci piaceva star fuori, in Galleria. […] Bevevamo del Capri bianco secco, in ghiaccio nel suo secchiello; ma provammo altri vini dal Freisa al Barbera, al bianco dolce».
Io resisto invece alla tentazione di prendere un aperitivo e mi accontento di attraversare la Galleria per tornare in piazza della Scala e, da lì, dirigermi verso Brera. Non quella di oggi però, quella scapestrata degli anni Sessanta.

 

Tappa 3 – quartiere di Brera
Luciano Bianciardi, La vita agra (1962)

«In quel punto la via Adelantemi inverte il suo nome, e continua ciottolosa […] e passa dinnanzi a un bottegone di antiquario, tre o quattro ristoranti, dove mangiavamo noi, cambiando i pochi soldi che avevamo in tasca: il Quattrino era il più economico, non c’erano né tovaglie, né tovaglioli, e la pastasciutta te la scodellavano con le mani in quel buco di cucina […].»
Chi volesse cercare via Adelantemi su Google Maps non la troverebbe, e non perché la strada in questione non esiste, quanto perché il Bianciardi de La vita agra si diverte a giocare con la toponomastica. Ed ecco che dietro via Adelantemi si riconosce via Fiori Oscuri (adeloi anthemoi), e il punto in cui questa inverte il suo nome è quando diventa via Fiori Chiari. Allo stesso modo via Brera diviene via della Braida, e così via. Un procedimento comune anche a quel gran lombardo chiamato Gadda.
«Era una strada tranquilla e tutta nostra; il traffico quasi non ci si azzardava, ma anche in via della Braida che pure è centrale e frequentata, le auto sembravano riconoscere che questa è zona nostra. […] Per tacito consenso insomma quella era la nostra isola, la nostra cittadella. Ci abitavo anch’io, poco oltre l’incrocio, dove via della Braida, pur restando identica per larghezza e colore, cambia nome, ne prende uno risorgimentale», insomma nel punto in cui diventa via Solferino.
La Brera di Bianciardi era quella delle osterie da quattro soldi, degli artisti o aspiranti tali che frequentavano le «belle arti» nel palazzo della pinacoteca – tuttora al suo posto e tuttora sede dell’Accademia –, degli intellettuali bohémien che passavano le giornate alla biblioteca braidense e le serate al caffè Jamaica (il caffè delle Antille della Vita agra). Una piccola Montmartre milanese. E negli anni ha subito la stessa sorte del più famoso quartiere parigino, diventando chic, turistica, costosa. Pure il Jamaica – anche lui c’è ancora – non ha niente a che vedere con quello di un tempo.

 

Tappa 4 – La via fantasma di Moscova
Dino Buzzati, Poema a fumetti (1969)

«In via Saterna nella città vecchia esiste una villa con grande giardino da moltissimi anni apparentemente abbandonata. Dalla strada però non si vede che il muro di cinta e il culmine della casetta del custode.»
Così inizia quella splendida graphic novel che è Poema a fumetti, anche se nessuno ai tempi di Buzzati si sarebbe mai azzardato a definirla così. La discesa agli inferi del moderno Orfeo, una rockstar di quelle che «quando lui canta nessuno può star fermo», comincia proprio in questa «strada dove di notte nessuno ama passare».
Per aiutare i lettori appassionati di topografia, Buzzati disegna una cartina dettagliata del quartiere, quello che oggi si estende attorno alla fermata della metropolitana di Moscova: via Saterna non è altro che una stradina sghemba che da largo La Foppa arriva in via Solferino. C’è solo un problema: via Saterna non esiste.
Ricordo bene la prima volta che l’ho cercata: ho fatto per due volte il giro della piazza, arrivando fino in via San Marco (e costeggiando così la sede del Corriere della Sera, dove Buzzati ha lavorato per moltissimi anni), oppure, dalla parte opposta, fino ai bastioni di Porta Volta. Ma di via Saterna non c’è traccia. E forse non potrebbe essere altrimenti: dopotutto chi mai si sarebbe sognato di dare un indirizzo preciso all’Ade?
Ma non importa, sono queste le vie di Buzzati, quelle che dipinge per più di duecento tavole di una bellezza conturbante, erotica e grottesca. La Milano che ne esce è una città che si sfalda e si deforma costantemente sotto il suo tratto, ma non perde mai la propria riconoscibilità. E su tutto il libro troneggia il profilo di Torre Velasca, così come adesso, alzando lo sguardo, incrocio la cima del grattacielo Unicredit. È lì che mi dirigo e, attraversata la nuovissima piazza Gae Aulenti, costeggio i grattacieli e i cantieri dei grattacieli fino a sbucare in piazza della Repubblica.

 

Tappa 5 – Piazza della Repubblica e viale Tunisia
Giorgio Scerbanenco – I milanesi ammazzano al sabato (1969)

«Sa, io lavoro alla Gondrand, alla sede dei trasporti internazionali in piazza della Repubblica, e abito in viale Tunisia 15, sono tre minuti di strada, col permesso del cavalier Servadio due volte al mattino e due volte al pomeriggio correvo a casa […] per vedere che la mia bambina non avesse combinato qualche guaio.»
Amanzio Berzaghi si rivolge così a Duca Lamberti in I milanesi ammazzano al sabato, ed è in questo centinaio di metri che separano il suo appartamento dall’ufficio ­– anzi, dalla «bottega», come lo chiama il Berzaghi – che il suo dramma prende forma: il rapimento della figlia, una ventottenne rinchiusa in un cervello da bambina di dieci anni, ma bella come «la più bella statua della Vittoria».
Più che una piazza, Repubblica è un immenso incrocio circondato da alti palazzi, palazzoni e grattacieli che fanno a pugni l’uno con l’altro, ma che – inspiegabilmente – hanno una certa armonia. Quando si guarda verso nord, si può vedere in lontananza la glaciale facciata della stazione Centrale. E, fermandosi in mezzo a questa piazza, nella sua «oscura vastità sahariana», acquistano senso le parole con cui si apre l’ultimo capitolo della saga di Lamberti: «Ma non c’era tempo di cercare una ragazza alta quasi due metri, del peso di un quintale, minorata di mente, scomparsa da casa, vanificata, in una sterminata Milano dove ogni giorno qualcuno scompare e non si ha possibilità di ritrovarlo».
Seguendo il tragitto abituale del Berzaghi, imbocco viale Tunisia, uno stradone anonimo da cui si snodano le belle viuzze dell’antico Lazzaretto – e chi ama Manzoni non resterà indifferente a questo quartiere. Io, però, tiro dritto e sbuco in corso Buenos Aires.

Davanti a me la metropolitana di Porta Venezia, poco distante l’ambulante di libri usati, e poi i Giardini, Vittorini e tutto il resto.

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