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Grazie, Jane Austen

A duecento anni dalla morte, perché nell'epoca dei dibattiti infuocati sul girl power è importante rileggere l'autrice di Orgoglio e pregiudizio.

Detesto le cose che mi ricordano di essere una donna. Le antologie che raccolgono i racconti di scrittrici donne. Il sito con i racconti-verità sulle esperienze delle donne. Una mostra di arte contemporanea «tutta al femminile» – un dettaglio che non verrebbe mai evidenziato in un’esposizione di soli artisti maschi. Ho partecipato a raggruppamenti di questo tipo e l’ho fatto interrogandomi sul perché mi irritavano tanto. «Pensavo fosse stato scritto da un uomo» è un commento di un lettore a un articolo che scrissi su una porno attrice: istintivamente, mi riempì di piacere. Le mie prime letture serie – immediatamente successive ai libri della collana “Esperienze”, racconti di vita vera su storie di droga, prostituzione e anoressia che in terza media rubavo in biblioteca (scritti tutti da donne ovviamente) – sono stati autori maschi: Goethe, Dostoevskij, Gogol, Bulgakov, Nabokov, Flaubert, Balzac, Rimbaud, Nietzsche. Gli uomini, pensavo da adolescente, parlano di tutto: passione, ambizione, senso di colpa, omicidi, affinità elettive, patti col diavolo, opere d’arte, desiderio, sesso, corrispondenze, ragionato sregolamento di tutti i sensi, magia, perversione, classi sociali, noia, invidia, morte. E le donne di cosa parlano, invece? Del ruolo delle donne nella società.

Anche un bambino dell’asilo sarebbe in grado di apprezzare un’opera come Delitto e castigo, ma è necessario essere adulti e donne per capire davvero Jane Austen. Bisogna che il velo di Maya sia caduto dagli occhi, che la nave del romanticismo sia andata a sbattere fragorosamente contro gli scogli e l’iceberg dei sogni di gloria abbia cominciato a sciogliersi e galleggiare a caso in un oceano di bollente delusione. Bisogna che si sia capito davvero quanto contano i soldi, le classi sociali, il decoro, il potere, il successo nelle relazioni amorose. Bisogna aver capito quanto, a un certo punto, in qualsiasi era e per qualsiasi donna, l’obiettivo diventi – per imposizione della società, della famiglia, dei social, della pubblicità, del lavoro, della moda, di tutto – quello di riuscire ad accaparrarsi una sedia quando finisce la musica e tutti smettono di ballare e corrono ai loro posti. Non rimanere in piedi. Non restare sola.

Jane Austen

Jane Austen non dovrebbe rientrare nelle letture scolastiche. I suoi libri sono molto più difficili, noiosi e sofisticati di Gita al faro, Jane Eyre e Cime tempestose. Cosa può assimilare una bambina di quell’umorismo tagliente, dell’uso massiccio e specifico del discorso diretto (le parole usate come armi, i dialoghi scene di battaglia), del rimorso, dell’importanza del controllo e del decoro? Il decoro: oggi più che mai l’immagine di sé dev’essere sotto controllo, per tutte, anche se non abbiamo scelto la professione di modella, culi e tette fotogenici, selfie, stories intriganti, profilo Instagram curato, incisivo, sexy ma in modo intelligente o simpatico (ma attenzione, a meno che tu non sia @emrata non ti è concesso superare il limite, e devi capire tu qual è. Pena la derisione di maschi e femmine, che si scambieranno screenshot dei tuoi eccessi, pena guadagnare un casino di follower e condannarti a una vita davanti allo schermo, senza neanche dei soldi in cambio).

Sono duecento anni, oggi, dalla morte di Jane Austen. Nessuno è attuale come lei, stiamo dicendo tutti, nessuno ha capito così bene la natura umana, i suoi personaggi sono universali, e infatti da decenni si sfornano film che li riprendono e reinterpretano, dall’indimenticabile Clueless, il cult del 1995 con Alicia Silverstone, rivisitazione di Emma, agli adattamenti con Gwyneth Paltrow e Ewan Mc Gregor (sempre Emma), Keira Knightley (Orgoglio e pregiudizio), Kate Winslet e Emma Thompson (Ragione e sentimento), fino alle serie tv e ai documentari. Sorgono spontanee alcune domande. Quanti di noi hanno letto Jane Austen da adulti? Quanti di noi conoscono la sua vita e i suoi scritti al di fuori della pappardella imparata a scuola? E quanti, tra questi, sono uomini?

Il personaggio più commovente che il cinema ha ricavato dalla scrittura di Jane, a mio parere, è Jane stessa, e cioè Anne Hathaway in quel capolavoro per serate a base di pianti e Nutella da mescolare col gelato alla crema che è Becoming Jane. Non è soltanto la presenza sexy e sublime di James McAvoy a rendere questo film il modo più pop per celebrare Jane Austen oggi. È la tenerezza disneyana con cui il personaggio della scrittrice viene ritratto. Jane Austen voleva sposare Thomas Langlois Lefroy – erano innamorati – ma i genitori di lui non hanno ritenuto l’unione adeguata a livello sociale, e l’hanno allontanato. Data la dipendenza economica di Lefroy dal prozio – gli pagava gli studi per farlo diventare giudice – il matrimonio fu impossibile. Il film del 2007 riprende questa faccenda e la romanza, con loro due che cercano di fuggire insieme e Jane che capisce che se rimane con lui tutto sarà troppo complicato e lei non potrà continuare a scrivere, e allora rinuncia all’amore e a una vita a due: torna a casa.

Old Manor House

Jane Austen scriverà tutta la vita infilando pezzi di Lefroy in Mr. Darcy, in tutti i suoi eroi maschili, mettendo parti di parenti e amici negli altri personaggi, ritagliando e incollando paesaggi visti e frasi sentite in giardino, china sulla scrivania della sua stanza, sul collage della sua vita vissuta soltanto con la mente e non con il corpo. Il matrimonio sarà il Godot dei suoi libri, quello da aspettare in eterno (a differenza di Godot, a un certo punto arriva per tutte, o quasi): unica realizzazione della vita, salvezza economica, psicologica, emotiva, sociale. Anche quando manca, quando non ti sceglie (soprattutto in quel caso), è l’uomo la figura centrale, è lui che comanda. Quale concetto più attuale e intramontabile di questo? Ce lo insegnano, per contrasto, i personaggi femminili delle narrazioni che oggi hanno un po’ preso il posto dei romanzi rosa (le serie), che si impegnano a far finire le storie senza uomo, per far capire che oggi va bene, è possibile, stare con uno non è più il lieto fine obbligatorio. Lena Dunham fa finire Girls con Hannah che allatta la sua bambina (il goal è avere finalmente una responsabilità, una persona di cui prendersi cura), Phoebe Waller-Bridge in Fleabag riesce a farsi prestare i soldi per tenere aperto il bar grazie all’aiuto dell’unico uomo con cui non ha scopato (il goal è la realizzazione professionale), Chris Kraus in I love Dick, con in testa il cappello di Dick e dopo non aver fatto sesso con lui perché le è venuto il ciclo, cammina fiera nel deserto, con un rivolo di sangue che le cola sulla coscia (il goal è rientrare in contatto con il desiderio sessuale e tutte le sue contraddizioni).

C’è un gioco che faccio sempre con le autrici: vado a cercare con chi stanno. Lena Dunham sta con Jack Antonoff, il tizio che ha aiutato Lorde a fare il suo ultimo disco. Phoebe Waller-Bridge sta con il presentatore tv Conor Woodman. Chris sta ancora con Sylvère Lotringer, fondatore di Semiotext(e), la casa editrice che pubblica i suoi libri. Simone De Beauvoir stava con Sartre, Virginia Woolf con Leonard (con cui fondò Hogarth Press, casa editrice che pubblicava i suoi libri), ecc. So che è sbagliato rimanerci male. Dopotutto le cose più belle si fanno insieme. E poi è normale, è giusto, tutti speriamo e meritiamo di trovare un complice, un compagno, un amante. Perfino io. Ma Jane Austen, no. Lei è rimasta da sola per tutta la vita e fino alla morte ha continuato a scrivere libri in una condizione di semi-anonimato, come una specie di Elena Ferrante.

L’amarezza delle pagine di Austen lascia un sapore diverso da quello dolciastro del girl power esteticamente corretto

In un periodo in cui da HM si vendono magliette con scritto «GIRL POWER» e «FEMINIST», in cui stiamo tutte a contorcerci per fotografarci il culo e a ballare in mutande avere più like e a pensare che è bello e giusto, perché il corpo è nostro e ne siamo fiere (le ragazze brutte piangono in camera loro fissando lo schermo), in cui su Facebook si accendono dibattiti infuocati su quanto questo o quello è offensivo per le donne, in cui non esco più con le femmine perché parliamo solo di uomini e di scopate e trascorriamo ore a fare l’analisi logica e grammaticale di conversazioni WhatsApp – dopo un po’ io mi annoio – in cui Emily Witt scrive Future Sex e Olivia Laing scrive The Lonely City e Emma Cline scrive The Girls, insomma, in cui come al solito, le donne riflettono il ruolo delle donne nella società e le donne riflettono sul ruolo delle donne nella società, diventa più importante che mai rileggere Jane Austen, leggerla davvero, nel tentativo disperato di trovare una voce amica, e provare a capire come posizionarsi in questo delirio.

L’amarezza che traspare dalle pagine di Austen lascia in bocca un sapore diverso da quello dolciastro del girl power esteticamente corretto che i film come Becoming Jane e le serie tv e le magliette del cazzo e i magazine pseudo-femministi con gli articoli sulle mestruazioni e le interviste alle donne con capelli blu ci propongono, contentino o consolazione in una società che non guarderà mai alla solitudine femminile come a quella maschile. L’amarezza di Austen è reale e pungente, giace irrisolta nella sua vita e nei suoi libri, dove alla fine dei conti sono sempre gli uomini a decidere, e molte volte sono ridicoli, e l’amore è bello anche se è un’imitazione dell’amore, il lieto fine parodia del lieto fine e l’unica vera arma delle donne resta sempre e soltanto la parola.

Immagini Hulton Archive/Getty Images
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