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La gioia di non essere felici

La Pixar contro gli psicofarmaci. Perché Inside Out, da mercoledì al cinema, è un modello realistico della nostra mente.

La Pixar, si sa, fa le cose in grande. Verso la fine dei lunghissimi titoli di coda del nuovo film spuntano addirittura due «consulenti scientifici»: Dacher Keltner e Paul Ekman, professori di psicologia presso l’università della California. In un articolo uscito sul New York Times, i due garantiscono l’accuratezza con cui è stata rappresentata la psiche umana. Accuratezza? Naturalmente non è la prima cosa a cui uno pensa vedendo le immagini del film, che mette in scena quello che succede nella «cabina di pilotaggio» della mente umana ricorrendo a dei buffi personaggi antropomorfi e colorati.

Eppure il consulente Paul Ekman è riconosciuto come uno degli psicologi più importanti e influenti del Ventesimo secolo. E se quello che si vede nel nuovo film della Pixar fosse esattamente quello che succede nella nostra testa? L’idea sembra assurda: nessuno potrebbe sostenere senza battere ciglio che nella nostra testa vivano cinque personaggi parlanti che incarnano la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura e il disgusto. Sappiamo benissimo che nella nostra testa c’è… Già, cosa c’è? Una massa di materia grigia percorsa da scariche elettriche, forse. Un’anima immortale, magari. Oppure, come sostengono i freudiani, tre aree ben distinte: l’Es, l’Io e il Super-Io.

Chi ha ragione? Nessuno naturalmente: si tratta di modi diversi di rappresentare quello che accade nella mente e di spiegare l’origine dei comportamenti. Lo stesso Freud, riferendosi alla sua celebre tripartizione, la definiva una «topica», dal greco topos: ovvero un modo di dare corpo e disporre nello spazio certi rapporti e certe relazioni, in verità ben più complessi. Tant’è che congegnò una prima topica e poi una seconda, che erano modi differenti di rendere comprensibili le sue teorie.

Fortunatamente i neurologi dispongono di tecniche piuttosto efficaci per individuare traumi, tumori e altri danni materiali che possono colpire cervello e sistema nervoso: encefalogrammi, radiografie, ecografie… Ma queste tecniche dicono assai poco sulle motivazioni dei comportamenti umani. Nessun esame potrebbe diagnosticare il disagio di Riley, la protagonista del film, perché la sua non è una malattia: Riley sta semplicemente diventando adolescente. E quello che accade nella sua testa non può essere «fotografato» né curato, come tentavano di fare alla povera Dorothy — a colpi di elettrochoc — nel film Nel fantastico mondo di Oz, che la Disney ha prodotto nel 1985.

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In questo senso, quello che accade in Inside Out non è meno vero di qualsiasi altra topica: è un modello. Così come gli atomi non hanno assolutamente l’aspetto che gli prestiamo nelle nostre rappresentazioni simboliche, eppure li prendiamo per veri, nello stesso modo Gioia e Tristezza esistono anche se non hanno i capelli colorati, gli occhiali e quello stesso vestito verde.

La topica di Inside Out si ricollega a un’antica tradizione filosofica, quella delle tassonomie delle passioni. «Antica» non significa “superata”: significa che ha resistito per lunghi secoli e che per lunghi secoli si è dimostrata efficace per comprendere la realtà (e affrontare certi problemi) a un livello più semplice di quello delle neuroscienze. Ricongiungendosi a questa tradizione, il regista Pete Docter e gli sceneggiatori del film sembrano voler dimostrare che essa è ancora in grado di produrre un sapere, di avvicinarci alla piena comprensione del comportamento umano e, se possibile, persino di guarire la società dalle sue ossessioni farmacologiche.

Secondo la teoria umorale d’Ippocrate, l’equilibrio corporeo tra quattro fluidi (bile nera, bile gialla, flegma e sangue) determina quattro tipi di temperamento: malinconico (eccesso di bile nera), collerico (eccesso di bile gialla), flemmatico (eccesso di flegma) e sanguigno (eccesso di sangue). Ovviamente ogni individuo ha uno specifico carattere, variabile in funzione delle proporzione dei diversi umori, proprio come in Inside Out. Sul piano fisiologico la teoria d’Ippocrate è da buttare, ma come metafora ha sicuramente influenzato il nostro modo di rappresentare (e curare) la mente umana.

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Fin dai tempi antichi, le passioni erano contemporaneamente un argomento medico e un argomento politico, sicché venivano trattate indistintamente da autori come Ippocrate e Platone, Agostino e Tommaso, e in epoca moderna Thomas Hobbes o Baruch Spinoza. Ogni autore ha proposto le sue classificazioni, aumentando o diminuendo il numero delle passioni elementari — da tre a quattro a undici, eccetera — oppure combinandole diversamente. Nel Leviatano, prendendo molto alla larga il discorso che gli sta a cuore, Hobbes dedica un intero capitolo a definire una per una le passioni umane, la cui fonte primigenia è il desiderio. Ma Hobbes parla anche dello scoramento e della depressione (grief, dejection) e ne identifica una variante particolare, improvvisa e immotivata, della quale sono vittime soprattutto le donne e i bambini.

L’equilibrio delle passioni nel corpo umano poteva essere visto come un’immagine dell’equilibrio delle passioni nella città. Nel film, l’interno della mente di Riley viene presentato proprio come una piccola città, con i suoi quartieri e la sua rete di trasporti. Si tratta di una tradizione iconografica anch’essa piuttosto antica, quella delle “geografie della passioni”, il cui esempio più celebre è la Carte de Tendre attribuita all’incisore François Chauveau. Ispirandosene vagamente, nel 1660 padre Zaccaria di Lisieux addirittura immaginò l’esistenza di un paese della disperazione, la “Désespérie”.

Ma la più celebre delle tassonomie moderne, non foss’altro perché tornata di gran moda tra i filosofi della politica, è sicuramente quella di Spinoza. Secondo il filosofo olandese tutte le passioni (affectus) nascono da una combinazione atomistica di passioni elementari, riconducibili alla coppia gioia-tristezza (laetitia-tristitia) e al desiderio (cupiditas). L’intera terza parte dell’Etica, pubblicata postuma nel 1677, elenca le diverse possibili combinazioni tra queste passioni elementari. Alla base di Inside Out, come mostrato bene in una tabella che circola su Internet, c’è la medesima ambizione sistematica. La chiave di tutto il film è nella combinazione tra Gioia e Tristezza, ovvero la malinconia. Ed è in questa sintesi che tiene il contributo del film a una questione tutt’altro che marginale: qual è il posto della passioni tristi nella società del benessere?

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Si è molto ironizzato negli Usa sul fatto che i problemi di Riley fossero del tutto banali, dei veri e propri “First World Problems” da bambina borghese. Ma Inside Out appunto non è un film sulla malattia mentale, quanto piuttosto un film sulla normalità. E su quanto la normalità stessa possa essere traumatica. Riley non è pazza: sono la stessa scuola, la società, il mondo del lavoro a non essere compatibili con l’imperativo incarnato dal personaggio (insopportabile) di Gioia: sii sempre felice, allegro, spensierato. Un imperativo che ritroviamo nella sua forma più pura in un altro film attualmente nelle sale ovvero I Minion, dei mostriciattoli iper-euforici a forma di pillola e sempre in botta durissima. In questo senso, Inside Out è l’anti-Minion.

Inside Out è un film che tenta di disinnescare certe rappresentazioni del disagio mentale e della depressione prêt-à-porter che alimentano l’abuso crescente di psicofarmaci in Occidente. Perché una cosa è la depressione e altra cosa i “dolori della crescita” e più generalmente il disagio che suscita in quasi tutti il confronto con la realtà. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Psychotherapy and Psychosomatics e citato dal New York Times, almeno due terzi delle diagnosi di depressione negli Usa sono sbagliate. Un dato piuttosto inquietante se pensiamo che secondo la Food and Drug Administration i farmaci antidepressivi raddoppiano la propensione al suicidio nei pazienti giovani.

Nel 1621, Robert Burton pubblicava il suo saggio The Anatomy of Melancholy, nel quale tra innumerevoli digressioni letterarie tentava di dimostrare che la malinconia fosse una patologia — dalla quale tuttavia, scrive Burton, nessuno è immune: perché la malinconia è propria dell’essere umano. Oggi si tende a diagnosticare con grande facilità degli “squilibri chimici”, medicalizzando i comportamenti che si discostano dall’accettazione euforica della realtà. È un sistema perverso che porta gli specialisti a prescrivere con eccessiva facilità farmaci antidepressivi anche ai bambini e agli adolescenti, creando dipendenze dalle quali poi avranno gran difficoltà a liberarsi. Tra il 1994 e il 2006, il numero di giovani americani che arrivano all’università già sotto trattamento antidepressivo è triplicato: dal 9 al 23 per cento.

Inside Out s’inserisce di peso in questo dibattito trattando in maniera delicata un problema molto serio e lanciando un messaggio politico forte, forse il più forte che si sia visto al cinema quest’anno: non sentiamoci in colpa se non siamo felici, ma impariamo a convivere con la malinconia.

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