Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Houston, abbiamo un po’ di problemi

L'uomo e lo Spazio, un rapporto pieno di inconvenienti e incidenti passati che non sembra avere un futuro roseo. A partire da Gravity, fino alla robotizzazione.

Pochi giorni fa sono andato al cinema, in una grossa sala dotata di schermo 3D, con i soliti piccoli e scomodi occhiali 3d che ricordano sempre di più gli occhiali di Pasolini, e ho visto Gravity. Non credo sia necessario spiegare nel dettaglio cos’è Gravity, ma in due o tre righe si può fare: la storia di due astronauti, Ryan Stone e Matt Kowalski, che in seguito a una tempesta di detriti che li investe mentre sono al lavoro sul telescopio spaziale Hubble, si trovano a dover affrontare l’inaffrontabile: la sopravvivenza nello spazio aperto in condizioni disperate, senza una base a cui rientrare e senza un modulo (nelle prime scene, prima della catastrofe, si vede l’ormai pensionato Space Shuttle) a fornir loro assistenza e riparo. La trama è tutta qui, è poca cosa e non importa nemmeno poi tanto, Gravity è una storia di avventura, una versione a gravità zero di Robinson Crusoe, senza “Venerdì” spaziali ma con lo stesso obiettivo finale del romanzo di Defoe: il ritorno nel mondo conosciuto del protagonista / dei protagonisti.

Soltanto dopo aver visto il film, e non prima, ho letto molti articoli intorno a Gravity, tutti con molti spoiler. Quasi tutti si sono concentrati, dando voce a esperti di aeronautica, scienza e altri argomenti affini tra loro e capaci di rispondere alle molte domande dello spettatore medio, sulla verosimiglianza del film. Cosa c’è di realmente possibile in Gravity? Gli stratagemmi dell’astronauta Ryan Stone per sopravvivere nello spazio aperto, soggetta a forze impossibili o quasi da contrastare come l’orbita terrestre, sono stratagemmi possibili? È possibile utilizzare un jet pack stabilizzatore, come fa Matt Kowalski, per muoversi di circa cento chilometri da un punto all’altro a centinaia di chilometri dal suolo terrestre? La risposta per quasi tutte queste domande, e molte domande ancora, è sempre la stessa ed è negativa: in Gravity il quantitativo di “suspension of disbelief” da iniettarsi per accettare le regole fantascientifiche del film è molto potente.

Quando parliamo di uomini catapultati da un razzo nello spazio aperto (outer space, in inglese, suona molto meglio), possiamo stare certi di una cosa: qualcosa andrà storto, è quasi sicuro.

Nel mezzo di questo leggere, ho pensato a un’altra domanda, non sulla sospensione di incredulità che un film come Gravity possa richiedere, ma sull’importanza di questa assidua ricerca della spiegazione reale e razionale per gli elementi di fiction di un film come Gravity. Probabilmente, mi sono detto, l’equivoco deriva dal fatto che Gravity non si presenta come un film fantascientifico, né come una storia di pura fiction, ma come una fiction “possibile”. Ed ecco che entrano in gioco i professionisti della scienza, a spiegare perché la fiction di Gravity in realtà non è una possibilità della realtà ma dell’irrealtà. Ciò su cui avrei voluto leggere di più, invece, è l’elemento più angosciante del film: l’imprevisto, l’incidente, la solitudine e la morte. Ryan Stone e Matt Kowalski si trovano, dopo pochi minuti dall’inizio del film, in una situazione di condanna senza possibilità di appello realistico: fluttuano, senza più appigli fisici a una struttura, o metaforici alla vita, in balia dello spazio. Questo, ho scoperto, è sì un elemento in gioco nel film che rientra nella sfera del possibile. Anzi, ancora di più: la morte degli astronauti Stone e Kowalski, e degli astronauti in genere, ossia degli esseri umani impiegati in missioni spaziali, non solo è possibile, è spesso altamente probabile. Quando parliamo di uomini catapultati da un razzo nello spazio aperto (outer space, in inglese, suona molto meglio), possiamo stare certi di una cosa: qualcosa andrà storto, è quasi sicuro. E non soltanto agli uomini: ci sono un mucchio di modi per cui qualcosa, quando si tratta di missioni spaziali, può andare storto.

Tornando a Gravity: ho detto che nelle primissime scene si vede uno Space Shuttle, che verrà poi distrutto e spazzato via in mille pezzi dalla tempesta di detriti che segna l’inizio dei problemi per i due protagonisti. Lo Shuttle, che ha terminato la sua ultima missione di sempre nel luglio del 2011 e per cui si sono spese molte lacrime e molto inchiostro (la fine di un’epoca, quando lo spazio era più vicino, eccetera) è stato il primo tassello nella conquista pionieristica dello spazio, ed è stato anche il primo problema che la Nasa si è trovata ad affrontare. Lo Shuttle è stato un progetto andato completamente storto fin dall’inizio. Si iniziò a lavorare sul progetto Shuttle (il nome intero sarebbe: Space Transportation System) negli anni Sessanta, ancora prima delle missioni Apollo, e nel 1981, dopo quasi vent’anni, fu pronto il primo modello. Fu creato, però, con l’intento di ridurre i costi dei viaggi spaziali, e con la convinzione che quella specie di aereo molto più piccolo di un Boeing 747 potesse sollevarsi da terra e andare nello spazio ogni settimana. Questa speranza fu forse più una bugia fin dal principio, e fu raccontata proprio nel 1981 in un tentativo di richiesta fondi al Congresso statunitense.

Lo Shuttle è stato il primo tassello nella conquista pionieristica dello spazio, ed è stato anche il primo problema che la Nasa si è trovata ad affrontare. Lo Shuttle è stato un progetto andato completamente storto fin dall’inizio.

In realtà la settimana iniziale diventò prima un mese, poi molti mesi: preparare un mezzo per andare in orbita non è la stessa cosa che preparare un aereo per andare da Miami a Houston, per dire. A questo si aggiunse il problema sicurezza: nel gennaio del 1986, 73 secondi dopo il lancio dello Shuttle Challenger, un guasto nella guarnizione del razzo destro fece esplodere il razzo destro, il Challenger e il razzo sinistro. Morirono inevitabilmente tutti gli otto componenti dell’equipaggio. Dal disastro del Challenger nacquero due pesanti insegnamenti: il fallimento di una missione spaziale del programma STS è un fallimento sempre drammatico, in termini di vite umane e di dollari bruciati. Ogni missione, infatti, aveva un costo di circa 1,3 miliardi di dollari. Il secondo insegnamento è quello della tempistica e del tempismo: i lanci degli Shuttle sono sempre stati incerti in quanto a puntualità. Il Challenger ha percorso i suoi finali 73 secondi di vita il 28 gennaio, ma l’iniziale countdown era stato programmato per il 22. Fu rimandato poi al 23, poi ancora al 24. A causa delle condizioni meteo non ottimali di Dakar, Senegal, ovvero il punto di atterraggio d’emergenza transoceanico, si scalò al 25. Si spostò il punto di atterraggio da Dakar a Casablanca, ma il meteo nel frattempo era peggiorato in Florida, e il lancio fu posticipato al 27. Ci fu poi un guasto al sistema antincendio durante il rifornimento di idrogeno liquido, e si decise, definitivamente, per il 28. Le ultime parole registrate dalla Terra arrivarono esattamente al secondo 73, e furono pronunciate dal pilota Michael John Smith. Furono: «Uh-oh».

Le ultime parole registrate dalla Terra dallo Shuttle Challenger arrivarono esattamente al secondo 73, e furono pronunciate dal pilota Michael John Smith. Furono: «Uh-oh».

Dopo il disastro del Challenger, nel 2003, ce ne fu un altro: quello del Columbia. La seconda volta che uno Shuttle andò perso (questa volta al rientro, sopra il Texas), morirono sette astronauti. Su 135 missioni, 2 complete distruzioni non sono una buona statistica. Significa che più o meno un lancio su 60, stando ai numeri, si è risolto con la polverizzazione del mezzo e dell’equipaggio al suo interno. Ma i problemi singoli non hanno una vita propria e indipendente, e sono legati l’uno con l’altro. Così succede che i numerosi ritardi dei lanci abbiano ripercussioni sull’economia, e che l’economia risenta anche della sicurezza, e la sicurezza, ma questo è ovvio, si ottiene solo non facendo economia. Per dirne un’altra: l’ultimo Shuttle lanciato, Endavour, doveva decollare da Cape Canaveral il 29 aprile del 2011. Ci riuscì soltanto il 16 maggio, un ritardo che costò alla Nasa 500.000 dollari. Infine, il costo di lanciare in orbita uno Shuttle se confrontato con quello del Soyuz russo: 10.400 dollari per chilogrammo, contro i 5.400 del Soyuz.

Tutto questo non significa che i progressi o l’esplorazione spaziale siano stati uno spreco, o che uno spreco saranno i tentativi futuri. Questa è soltanto una faccia della medaglia, ed è la faccia più negativa. La faccia sorridente dice che la chiusura del programma Shuttle consentirà alla Nasa di risparmiare molti più soldi per concentrarsi – anche con l’aiuto di privati – su progetti ancora più ambiziosi. Tra questi c’è Marte, ma non solo: a chi pensa che l’umanità abbia rinunciato alle Grandi Speranze Spaziali, basti questo come iniziale risposta: a Tampa, Florida, nel 2011 si tenne un congresso di tre giorni (30 settembre – 2 ottobre) sponsorizzato dalla stessa Difesa statunitense, per dibattere su quale sarebbe il miglior sistema solare a cui fare visita, e con quali mezzi e quali tecnologie. Tra i partecipanti, oltre alla Nasa, anche università e fondazioni private. Il problema, per la razza umana o per il suo romanticismo, sarà principalmente uno: non sembra esserci molto spazio per l’uomo nel futuro dell’esplorazione spaziale.

Il problema, per la razza umana o per il suo romanticismo, sarà principalmente uno: non sembra esserci molto spazio per l’uomo nel futuro dell’esplorazione spaziale.

Se vogliamo andare verso una nuova stella, abbiamo bisogno di un nuovo piano, che sia completamente diverso dai piani utilizzati fino a oggi. Alpha Centauri, che pure è la più vicina alla Terra, è lontana più di 25 milioni di miliardi di miglia. La sonda Voyager 1, l’ “esploratore” che ha percorso più distanza fino a oggi (ed è attiva dal 1977) ha percorso soltanto 11 miliardi di miglia. A queste velocità, ci vorrebbero generazioni e generazioni per arrivare in un altro sistema solare (e fare sesso nello spazio, e riprodursi, non è così facile né scontato. Ma si sta dibattendo anche su questo). Le cose sono estremamente complicate – per l’uomo, non per un robot – anche se parliamo di un pianeta così vicino e ormai familiare come Marte. Le radiazioni, ad esempio: secondo un calcolo della stessa Nasa, un astronauta in missione “marziana” assorbirebbe in un solo volo di andata e ritorno tutte le radiazioni che il suo corpo potrebbe tollerare in un’intera esistenza.

Tra gli articoli che ho letto dopo aver visto Gravity, ce n’era uno più interessante di altri, e trattava proprio il problema dell’evoluzione umana in vista di una conquista di altri sistemi solari. Nel contemplare l’ipotesi di un lunghissimo viaggio interstellare, parlava di cervelli umani inseriti in corpi robotici (una cyborgisation molto estrema). E si diceva, più o meno, così: siamo macchine create per il pianeta Terra, e non per altri pianeti; se vogliamo cambiare casa, piuttosto che cercare di rendere altri pianeti abitabili, è molto più facile evolvere il nostro stesso corpo. Questo è tutto un altro discorso però, ancora più lontano e forse ancora troppo incerto per poter essere credibile. Come quando, nel 1976, il Times scriveva che Marte, in capo a cento anni, avrebbe avuto una colonia umana su di sé.

 

Nell’immagine, l’equipaggio della Space Shuttle Mission STS-88 inizia la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale, nel 1998.

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg