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Per sopperire al taglio dei fondi per la ricerca, un gruppo di scienziati che studia le marmotte ha aperto un canale OnlyFans tutto dedicato alle marmotte OnlyMarms (si chiama proprio così) è gratuito, pubblica «contenuti non censurati di marmotte dalle Montagne Rocciose» e accetta mance per la buona causa della scienza.
Le ondate di caldo potrebbero far aumentare il prezzo del cibo più della guerra in Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz Addirittura un punto percentuale di inflazione alimentare in più, un aumento del costo del cibo che nel 2027 rischia di arrivare al 3 per cento.
Il ristorante Trippa ha tolto dal menù i suoi due piatti più celebri perché troppe persone prendevano solo quelli per fotografarli L'ha spiegato lo chef Diego Rossi, per provare a sfuggire alle tendenze dettate da Instagram anche sulla ristorazione.
Il Pentagono ha improvvisamente cambiato il modo in cui conta i morti e i feriti nella guerra in Iran Pare su richiesta diretta dalla Casa Bianca. Risultato: 4 morti "in meno" e circa 600 feriti in più.
Fred Again ha passato 50 ore consecutive in livestream su YouTube per completare il suo nuovo mixtape Lo ha fatto insieme al collettivo LATIN MAFIA, registrato tutto a Città del Messico e intitolato (didascalicamente ma efficacemente) 9 months & 50 hours.
I Massive Attack sono stati banditi a vita da Singapore dopo aver esposto la bandiera della Palestina durante un concerto Prima di essere espulsi hanno subìto perquisizioni e il sequestro dei passaporti. «Un'esperienza surreale», l'ha definita la band.
La crisi climatica sta causando un nuovo tipo di gentrificazione e stavolta la vittima non sarà la città ma la provincia Lo dimostra una ricerca della Universitat Autònoma de Barcelona: aree con più verde, meno popolate e lontane dal centro stanno diventando le più appetibili. E costose.
L’unica pasticceria al mondo che ha il permesso dello Studio Ghibli per fare dolcetti di Totoro è quella della cognata di Hayao Miyazaki Si chiama Shiro-Hige’s Cream Puff Factory e ne produce pochissimi alla volta: accaparrarseli è difficile quasi come riuscire a visitare il Ghibli Park.

HBO sdogana il fantasy

03 Luglio 2011

Nei salotti italiani è sufficiente pronunciare la parola fantasy per ritrovarsi circondati dai risolini soffocati di chi si considera troppo “serio e maturo” per interessarsi di draghi, folletti e cavalieri. Ogni tanto – in occasione di ricorrenze particolari o di grandi adattamenti cinematografici – qualche fendente di luce tolkeniana riesce a squarciare questa cortina di diffidenza ma perlopiù il fantasy resta un genere relegato alla periferia della rispettabilità. In parte perché le sue radici risiedono lontane da noi, nella tradizione celtica e nordica, in parte perché viviamo nel mito ingessato che la cultura non può coincidere troppo con il divertimento e il consumo di massa.

Altrove, invece, di queste distinzioni se ne fregano e George Raymond Richard Martin è considerato un autore con la A maiuscola, con uno scaffale di premi letterari lungo un chilometro e l’aspetto di un marinaio in pensione anche se come scrittore non è per nulla in pensione e prosegue a stendere le sue saghe, al cui confronto l’opera di Tolkien occupa lo spazio di un bigino.

Per darvi un’idea, qualche tempo fa Time ha inserito G.R.R. Martin tra le 100 persone più influenti al mondo. Era il 21 aprile e quattro giorni prima HBO aveva mandato in onda il primo episodio di Game of thrones, serie tratta da A Song Of Ice And Fire, l’infinita saga fantasy scritta da Martin; tradotta in 20 lingue per un totale di 16 milioni di copie vendute. Due giorni dopo aver trasmesso la prima puntata, HBO aveva già firmato il contratto per estendere la serie di un’altra stagione, nonostante il primo episodio fosse stato visto da 2 milioni e mezzo di persone in meno di quante avevano seguito la puntata d’esordio di Boardwalk Empire (girata però da Scorsese).

Una decisione presa “sulla fiducia” che si è ripagata da sè visto che, partendo dai 2,2 milioni di spettatori iniziali, Game of thrones ha proseguito in crescendo fino ad attestarsi intorno ai 3 milioni di spettatori per episodio (a Boardwalk è capitato esattamente l’opposto: partita da 4,7 milioni è scesa spesso sotto i 3). Una decisione saggia non soltanto dal punto di vista economico ma soprattutto da quello qualitativo. Date le premesse poste dalla prima serie (conclusasi il 19 giugno negli USA) Game of thrones “rischia” infatti di entrare nella ristretta cerchia delle serie HBO migliori di sempre, al fianco di titoli come SopranosThe Wire; due prodotti di impronta “realista” con i quali condivide più cose di quel che ci si potrebbe aspettare da una serie ambientata in un mondo e in un tempo immaginario. E non solo per via di quella tagline “The Sopranos in the middle earth” con cui è stata pubblicizzata.

Al netto di qualche momento trash, Game of thrones – così come i libri da cui è tratta – è infatti principalmente un dramma shakesperiano (recitato alla grande, con una serie di dialoghi, attori e personaggi indimenticabili. Tipo lui) che ha per tema il potere e la politica, in cui l’elemento fantasy funge più che altro per fornire un contesto fascinosamente “a-storico”, che permetta agli autori di agire senza dover rispondere di una storicizzazione univoca e precisa. Per esempio è interessante notare come, rispetto agli standard del fantasy, in GoT il numero di creature fantastiche sia decisamente ridotto all’osso (niente maghi, orchi o anelli del potere per capirci) e le varie popolazioni del mondo immaginario in cui si svolge, presentino tratti desunti dalla geografia della storia umana. Così – per esempio – gli onesti e incorruttibili uomini del Nord sono figure – eticamente ed esteticamente – ricostruite a partire da un “lavoro” sul medioevo europeo (di cui condividono le tecniche militari, le superstizioni, la rigidezza morale); gli abitanti della capitale sembrano condensare una serie di pregi e difetti propri della Roma di fine impero o di Bisanzio; mentre le feroci tribù aldilà del mare sono un 50% Attila, un 50% Gengis Khan e la ricca famiglia Lannister ha molto di rinascimentale (nel senso di Borgia e Macchiavelli più che in quello di Michelangelo). E potrei continuare molto a lungo.

L’idea interessante (che coincide peraltro con uno dei miei sogni da bambino) che sta alla base del fascino della serie e dei libri di Martin, sembra essere pressapoco questa: prendere “in vitro” vari stadi di sviluppo  della cultura, del pensiero politico, della scienza militare, della filosofia e in generale del progresso delle istituzioni e delle condizioni umane e farle parlare tutte insieme la stessa lingua, in una stessa storia, in uno stesso “mondo” e vedere cosa succede. Che tipo di dialettica ne esce.

Poi sì, certo, di tanto in tanto infilarci dei fantasmi con gli occhi blu che vengono da un posto in cui esiste solo il buio.

Ma solo quando serve.

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