Hype ↓
15:32 lunedì 9 febbraio 2026
L’uscita dell’album di Lana Del Rey è stata rimandata di tre mesi e mezzo per colpa del vinile Il nuovo singolo, invece, creato insieme a Jack Antonoff e scritto insieme alla sorella, il cognato e il marito Jeremy Dufrene, uscirà il 17 febbraio.
Il Segretario generale dell’Onu ha detto che se non la smetteremo di preoccuparci solo del Pil andremo incontro al disastro planetario Per Antonio Guterres, nell'epoca delle crisi climatica il Pil non può più essere l'unico strumento per misurare il progresso e il benessere.
I Geese faranno finalmente un concerto in Italia, quest’estate a Milano Un sibillino Reel Instagram ha annunciato l'ingresso della band nella line-up di Unaltrofestival: l'appuntamento è per il 19 agosto al Magnolia.
Il governatore della California Gavin Newsom ha ribattezzato il Super Bowl Sunday in Bad Bunny Day Il governatore democratico ha dato l'annuncio con un messaggio ironico che fa il verso a Donald Trump, da mesi impegnato a parlare male del musicista.
Tra le cose mai viste fatte da Bad Bunny al Super Bowl c’è anche quella di essersi esibito in un total look Zara Camicia con colletto, cravatta, maglia e pantaloni chino: questo il look dagli stylist Storm Pablo e Marvin Douglas Linares.
Per i vent’anni di High School Musical, Disney ha spezzettato il film in 52 video brevi e lo ha pubblicato tutto su TikTok È la prima volta che un produttore e distributore come Disney "adatta" un film per essere visto su un social.
C’è un sito in cui le AI possono affittare degli esseri umani a cui far fare tutto quello che vogliono Si chiama Rentahuman.ai, lo ha lanciato un signore di nome Liteplo, finora (per fortuna) non ha riscosso alcun successo.
Sono state pubblicate le foto della corona tutta ammaccata che i ladri hanno lasciato cadere durante il furto al Louvre Il museo ha diffuso le immagini del gioiello, danneggiato ma ancora integro, in attesa di lanciare un bando per decidere chi la restaurerà.

L’Europa contro la Silicon Valley

Google è finito nel mirino della giustizia europea per Android: l'ultimo atto di una guerra tech in corso fra le due sponde dell'Atlantico.

21 Aprile 2016

Una delle principali notizie delle ultime ore è la scelta dell’Unione europea di accusare Google di aver abusato della diffusione suo popolare OS per dispositivi mobili, Android. Lo statement of objections, l’atto con cui la Commissione comunitaria informa ufficialmente le parti coinvolte in un caso al vaglio dell’antitrust dell’organo europeo, è il secondo emesso contro l’azienda californiana nel giro di un anno. Il primo, risalente ad aprile 2015, riguardava invece il presunto sfruttamento della posizione dominante di Big G nei Paesi della Comunità economica europea per promuovere i suoi servizi di shopping online.

Un leitmotiv del confronto ormai serrato tra la società di Larry Page e Sergey Brin e l’Europa consiste proprio nelle enormi quote di mercato europeo in mano a Mountain View, uno strapotere che obbliga il colosso a rispettare le norme antitrust del nostro continente. Google ha negato di aver dirottato il traffico per vendere i suoi servizi un anno fa, e ha già dichiarato di lasciare più spazio che mai agli avversari sulle piattaforme Android oggi, avendo cura di sottolineare come le app della concorrenza siano facilmente reperibili sul sistema operativo. Eppure qualcuno ha già accostato l’iniziativa della Commissione Ue al caso di Microsoft, costretta nel 2007 a pagare multe per un totale di più di 2 miliardi di dollari per aver, sostanzialmente, costretto a usare il suo Windows Media Player e i suoi server a chi avrebbe dovuto essere messo in grado di fare a meno. Da allora però l’asse dell’industria digitale si è spostato con decisione da Redmond alla Silicon Valley, e ciò che oggi viene imputato a Google è molto diverso dalla “semplice” vendita diretta di software proprietario chiuso.

Che Google venga trovata colpevole delle sue ipotizzate malefatte o meno, la diatriba transatlantica tra i giganti del tech e Bruxelles è un genere che ultimamente si è arricchito di diversi titoli, protagonisti e temi. Big G non è l’unica ad aver fatto i conti coi burocrati europei in questi anni, anche se di certo in un’ipotetica trasposizione cinematografica dello scontro potrebbe ambire al ruolo di protagonista principale (la sentenza del cosiddetto “diritto all’oblio” del maggio 2014, per citare una delle questioni più discusse di cui è stata parte in causa, ha avuto ripercussioni profonde sul dibattito inerente alla privacy online).

L’anno scorso a incappare nel radar dell’antitrust europeo è stata Amazon, accusata di aver plasmato il mercato degli e-book a sua immagine e somiglianza, favorendo i suoi prodotti e limitando le fortune commerciali di quelli altrui. Una clausola degli accordi della società di Jeff Bezos con gli editori europei imponeva loro di informare Amazon quando concedevano intese più favorevoli a rivenditori terzi; secondo la Commissione europea, un modo come un altro per tenere fuori dalla porta qualunque possibile insidia al primato nel settore. Allora Daniel Crane, esperto di mercati e concorrenza all’Università del Michigan, parlando al New York Times non si era mostrato troppo sorpreso dell’accusa: «Negli Stati Uniti le aziende possono godere della loro posizione dominante finché non lo fanno in modi apertamente anticoncorrenziali, ma in Europa devono sforzarsi di non fare scelte per estendere la loro influenza», aveva detto Crane. Amazon, nel frattempo passata al microscopio anche per la gestione dei suoi obblighi fiscali in Lussemburgo, si era detta innocente.

Facebook Exhibits Technologies At Innovation Hub

Anche Apple è stata oggetto di diverse vertenze nel Vecchio continente. Nel 2014 era stata avviata un’indagine sui conti di Cupertino in Irlanda, la sua sede fiscale europea, che ipotizzava un tacito accordo tra Dublino e l’azienda fondata da Steve Jobs. In parole povere: voi ci permettete di aggirare le leggi internazionali non pagando le tasse sui nostri ricavi miliardari; noi, per mostrarci grati, manteniamo i nostri posti di lavoro in Irlanda. Ad aprile dell’anno scorso la giustizia europea si era inoltre interessata a Apple Music, provando a capire se per caso lo streaming musicale si servisse di pratiche di mercato scorrette ma non trovando prove in tal senso.

Persino Facebook, in questo campo, non si è fatto mancare nulla: negli ultimi le istituzioni francesi, spagnole, olandesi, tedesche e belghe hanno chiesto di vederci più chiaro sul modo in cui il social network avvisa i suoi utenti di stare registrando le loro informazioni. Il mese scorso l’antitrust tedesca ha iniziato anch’essa un iter legale per scovare se nei Termini di utilizzo che il social chiede all’utenza di accettare si nascondono forzature capaci di raccogliere e custodire troppi dati sensibili. Facebook si è dimostrato collaborativo, ha detto di essere fiducioso di aver rispettato le leggi tedesche, ma il dubbio rimane: l’Europa non è (più) un terreno fertile per i grandi nomi della Silicon Valley? Da una parte, come scriveva Fast Company poco tempo fa, l’intento dei regolatori europei è di creare «Skype che non emigrano in America», ovvero di acquisire il controllo del mercato tech e usarlo per potenziare una scena delle startup che ha ingranato ma fatica a segnare vere conquiste.

Sul tema l’anno scorso è intervenuto anche il Presidente americano Barack Obama, che in un’intervista a Re/code ha definito queste battaglie legali «più motivate in senso commerciale che altro», aggiungendo quindi con un certo patriottismo: «Le nostre aziende hanno creato Internet, l’hanno diffuso, perfezionato in modi con cui loro [gli europei] non possono competere. E spesso ciò che viene rappresentato come una nobile posizione su un tema in realtà serve solo a ritagliare un po’ del loro interesse». Quel che è certo è che l’epico scontro tra burocrati belgi e nerd californiani ha ricadute concrete: Moments, l’app che Facebook ha rilasciato a metà del 2015, ad esempio in Europa non è mai arrivata per timori di violazioni della privacy legati all’uso del riconoscimento facciale.

Il destino di Android, il sistema usato da 8 smartphone su 10 tanto in Europa quanto nel mondo, invece sarà molto probabilmente più fortunato. A Google la Commissione contesta contratti di fornitura del software (open-source, come tengono a sottolineare a Mountain View) a produttori di telefoni de facto obbligati – sfruttando la necessità di inserire Google Play nelle applicazioni di default del dispositivo – a installare Chrome come browser predefinito e Google Search. Teoricamente, in caso di condanna, la società potrebbe essere costretta a pagare multe fino a un totale del 10% del fatturato dell’anno precedente (quello di Google del 2015 si attesta a 74.5 miliardi di dollari), ma fonti ascoltate dal Financial Times rivelano che è difficile che la cifra sarebbe così alta, nel caso. La Silicon Valley continua a esportare la sua disruption al di là dell’Atlantico, ma sempre più faticosamente.

Articoli Suggeriti
Social Media Manager

Leggi anche ↓
Social Media Manager

Ripensare tutto

Le storie, le interviste, i personaggi del nuovo numero di Rivista Studio.

Il surreale identikit di uno degli autori dell’attentato a Darya Dugina diffuso dai servizi segreti russi

La Nasa è riuscita a registrare il rumore emesso da un buco nero

Un algoritmo per salvare il mondo

Come funziona Jigsaw, la divisione (poco conosciuta) di Google che sta cercando di mettere la potenza di calcolo digitale del motore di ricerca al servizio della democrazia, contro disinformazione, manipolazioni elettorali, radicalizzazioni e abusi.