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Gli specialisti

Il mondo è pieno di sedicenti esperti. Ma mentre in alcuni campi una competenza tecnica è fondamentale, in altri si opera in "ambienti a validità zero".

L’editoriale di Giuliano da Empoli che introduce il panel di oggi, sabato 25 maggio, Contro gli specialisti – Davvero abbiamo tutto questo bisogno di sedicenti esperti? Ne parleranno, con l’autore, Christian Rocca e Andrea Romano.

L’8 dicembre del 1981, un uomo elegante fa il suo ingresso nel grande salone del Karolinska Institutet di Stoccolma. «Vorrei iniziare con uno sguardo al passato. Ricordate che anche una piccola lesione cerebrale, se collocata nell’emisfero sinistro, può distruggere la capacità di una persona di leggere, pur preservando la facoltà di parlare. Questa condizione segue generalmente un danneggiamento focalizzato nella circonvoluzione angolare. Deriva altresì da lesioni che interrompono gli impulsi neuronali alla circonvoluzione angolare sinistra dalle aree corticali visive». Per i non addetti ai lavori presenti in sala, non si può dire che sia un inizio incoraggiante. I signori in smoking si accasciano nelle poltrone di velluto rosso, mentre le signore mettono mano alle borsette in cerca di una diversione. D’altronde, le relazioni degli scienziati ricompensati dall’Accademia svedese non sono note per la loro valenza spettacolare. I più letterati tra gli astanti si consolano con Goethe: se le scimmie fossero capaci di annoiarsi potrebbero diventare uomini…

Eppure, il caso di Roger Sperry è differente. Man mano che progredisce nell’esposizione delle sue ricerche sul cervello, i più vigili tra presenti capiscono di essere di fronte a una rivoluzione. La visione classica della neurologia era di una parte sinistra del cervello dominante, responsabile del linguaggio e dell’analisi razionale, e di una parte destra subordinata e inferiore. Le ricerche di Sperry, invece, rivalutano l’emisfero destro del cervello, quello della comunicazione non-verbale, delle immagini e della creatività.

Trent’anni dopo il Nobel di Sperry, siamo appena agli inizi nell’esplorazione di quello che Woody Allen chiama “il secondo organo preferito dell’uomo”. Ma le conoscenze delle quali disponiamo hanno confermato a tutti i livelli l’assurdità di voler separare la ragione dall’emozione. In ogni campo, il pensiero puramente razionale che abbiamo ereditato da Cartesio e dal positivismo sta cedendo il posto a una visione più equilibrata della natura umana, che rivaluta la componente emotiva e relazionale del nostro comportamento e non aspira a inscatolarci in un’equazione matematica.

Ciononostante, il mondo continua ad essere pieno di sedicenti “esperti” che pretendono di inquadrare la realtà in una griglia iper-razionale da ipertrofia del cervello sinistro. Secondo un altro premio Nobel, Daniel Kahneman, intere professioni sono basate su una “illusione di validità”. Confrontando le performance dei gestori di fondi con quelle del mercato azionario nel suo complesso, ad esempio, si scopre che, in media, il mercato batte i gestori. In pratica, chiunque investa in Borsa farebbe meglio a comprare una quota di tutte le azioni che concorrono a formare l’indice Dow Jones, anziché affidarsi ai professionisti del settore.

Ciò non significa che non esistano ambiti nei quali una competenza tecnica è fondamentale. Per Kahneman si tratta di tutti campi nei quali sono riempite due condizioni. Primo: un ambiente sufficientemente costante da essere prevedibile. Secondo: l’opportunità per un soggetto di imparare queste costanti attraverso una pratica prolungata. Tanto per fare qualche esempio, i medici, le infermiere, gli atleti e i pompieri per Kahneman hanno a che fare con situazioni complesse, ma fondamentalmente ordinate. All’opposto, i broker finanziari o i politologi che formulano previsioni a lungo termine operano in un “ambiente a validità zero”. I loro fallimenti riflettono la sostanziale imprevedibilità degli eventi che cercano di pronosticare.

E se in questi campi, gli unici decision-maker davvero efficaci fossero quelli che accettano i limiti della loro competenza? Anziché sfoggiare il loro sapere, lavorerebbero per ridurre le aspettative. Non si presenterebbero come esperti, bensì come sperimentatori. Il fatto è che in politica, nell’economia, nella società, i veri tecnici sono quelli che si confrontano ogni giorno con la realtà. E che hanno l’intelligenza e la modestia di adattarsi a lei, anziché pretendere di ricondurla entro i loro schemi astratti.

 

Dal numero 10 di Studio

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