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Gli scrittori italiani hanno un problema con la politica?

Carrère su Macron, Wallace su McCain, perché il ritratto politico è un genere che in Italia non ha nessuna fortuna.

Alla fine della settimana scorsa, il Guardian ha pubblicato un lungo reportage di Emmanuel Carrère, che forse alcuni di voi avranno letto. Il giornale inglese ha commissionato allo scrittore francese – più conosciuto e apprezzato in Italia che nel Regno Unito, dove solo dopo l’uscita del Regno ha iniziato a essere rilevante – un ritratto dell’attuale presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Per farlo, Carrère ha passato una settimana con l’enfant prodige parigino, dalla visita a una Saint Martin devastata dall’uragano Lila a un viaggio di Stato in Grecia. Ne viene fuori un ritratto soprattutto umano, e quindi letterario, del personaggio, scritto dal punto di vista di un suo elettore dichiarato. Macron viene descritto come uno che non suda – «The man does not perspire», è l’incipit del pezzo – che persuade con le sue lunghissime strette di mano e che ammicca alle telecamere come Jude Law in The Young Pope. Si colgono, fuori e dentro le righe, la sua spietata determinazione, ma anche le ragioni per cui è arrivato a scalare l’Eliseo a meno di 40 anni. Si parla di poesia francese, di filosofia, di banche d’affari. Se dovessi spiegare perché è uno dei migliori pezzi di giornalismo narrativo che ho letto nel 2017, direi semplicemente che è un pezzo che sfonda la costruzione giornalistica che trasforma i politici in statue; cose inanimate che possiamo ammirare o disprezzare, ma che di fatto restano sagome senza profondità. È un pezzo, soprattutto, in cui le opinioni politiche dell’autore sono totalmente irrilevanti: se uno scrittore viene chiamato a ritrarre un personaggio politico, che sia di destra o di sinistra e abbia la sua idea su come salvare il mondo, dovrebbe contare meno di zero.

Mi sono chiesto, mentre lo leggevo, se un pezzo del genere sarebbe potuto uscire su un giornale italiano, scritto da un italiano su un politico italiano. E mi sono risposto di no. Abbiamo una tradizione molto consolidata in questo senso. Non è nel nostro Dna ritenere che lo scrittore debba farsi attraversare dalle storie che raccoglie o addirittura cambiare idea. Chiediamo allo scrittore, e all’intellettuale in genere, di avere un’idea molto precisa di cosa non vada nella realtà e di cosa debba cambiare. Ci piace l’idea di pendere dalle labbra di qualcuno che ci dica in che direzione andare. Un ritratto anche ambiguamente favorevole come quello di Carrère verrebbe visto con un gesto di servilismo.

Anni fa, proposi a Internazionale l’idea di pubblicare sul settimanale quattro ritratti di strani candidati alle politiche del 2008. Tra gli altri proposi di raccontare Gianluca Iannone, capo di CasaPound, oggetto all’epoca ancora relativamente misterioso. Ne venne fuori un ritratto abbastanza scevro di pregiudizi ideologici perché basato interamente sulla mia curiosità di approfondire la personalità di Iannone. Ebbene, il direttore De Mauro, che aveva pubblicato il pezzo senza trovare nulla da ridire, mi chiamò la settimana dell’uscita per dirmi che al giornale erano arrivate parecchie lettere di protesta. Qualcuno aveva anche disdetto l’abbonamento per un articolo che a giudizio di chi protestava era troppo morbido con un fascista. Contemporaneamente il mio nome finì su alcuni forum di estrema destra, identificato come una specie di giornalista amico. Ovviamente il mio obiettivo non era né accontentare gli uni né scontentare gli altri. Mi ero semplicemente appassionato a una storia.

French Presidente Emmanuel Macron Visits Saint Martin After Hurrican Irma

Dopo aver letto il pezzo di Carrère, ho riaperto Considera l’aragosta e sono andato a rivedermi qualche pagina di “Forza Simba”, il reportage che David Foster Wallace scrisse per le primarie repubblicane del 2000 sulla campagna di John McCain. Al contrario di altre cose scritte dall’autore di Infinite Jest, che hanno resistito meno bene al tempo, ho avuto di nuovo la sensazione di essere davanti a un caposaldo del giornalismo narrativo. In questo caso con l’ulteriore grado di difficoltà che Wallace non era un elettore repubblicano e si dichiara sin dalle prime pagine sostanzialmente estraneo al fascino di McCain, riuscendo però a far venire alla luce un gigante della politica, davanti a cui non si può restare indifferenti, qualcuno che avremmo voglia di conoscere al di là delle sue opinioni.

Ci sono molti altri esempi stranieri possibili (Reza su Sarkozy, Hunter Thompson su McGovern), ma faccio fatica a trovarne uno italiano. Possibile che non esistano ritratti letterari di Craxi o Andreotti, D’Alema o Fini? Possibile che a nessun giornale, settimanale, mensile, sia venuto in mente di commissionarne uno? Abbiamo abbondanza di materiale d’inchiesta (persino un pittore di quadri come Sorrentino ha finito nel Divo per seguire la traccia di un’ipotesi giudiziaria), così come di opinioni e sentenze elargite dal guru di turno sul disastro di questo o quel politico, a fronte di una scarsezza assoluta di primi piani giornalistico-letterari.

Abbiamo provato a immaginare in redazione come reagirebbero i lettori se decidessimo di seguire per qualche giorno Renzi nel corso della sua campagna. Quali sarebbero le reazioni? Sicuramente qualcuno ci accuserebbe di essere dei fiancheggiatori, dei servi del potere. Abbiamo immaginato, magari sbagliando, che pochissimi sarebbero interessati a conoscere come si svolge una campagna, gli aspetti umani e psicologici meno visibili, per esempio. Abbiamo in grandissima parte in Italia un rapporto con i politici che è quello dei servi con i loro padroni. Usurpatori a cui va riservata una forma di disprezzo più o meno velato, o un’ammirazione senza condizioni che possa farci da tornaconto. Questo forse è il motivo per cui il genere giornalistico-letterario – ma di giornalismo che sconfina nella letteratura e non di letteratura al servizio del giornalismo – di cui possiamo dirci i massimi esponenti non è il ritratto e nemmeno il reportage, ma il retroscena.

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