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Lunga vita al futile

Come rendere notizie di gossip e costume dei rompicapo e ribaltare il pregiudizio. Il caso O'Neal

C’è stato un tempo nella mia vita in cui essere informati su cinema, tv e mondo dello spettacolo richiedeva la lettura di Repubblica. Allora, non ci si vantava di sapere tante cosine futili, si leggeva la pagina degli spettacoli, le interviste a Julia Roberts, e, se l’argomento spettacoli saltava fuori in una conversazione, si cercava di capire dallo sguardo dell’interlocutore se fosse il caso di rivelare di sapere tutto della commedia britannica inglese. Ho tenuto per me certe informazioni per anni. Poi a un certo punto è cambiato qualcosa: non ci siamo più vergognati, abbiamo scoperto che c’erano tanti devoti del futile come noi, e i nostri Bocca e Biagi sono diventati Violetta Bellocchio, Federico Bernocchi, Matteo Bordone.

Da quando le informazioni non ci vengono più date dai droidi protocollari dei quotidiani ma da persone estrose e interessanti come quelle che ho appena citato, essere aggiornati sul mondo dello spettacolo, sulla musica, sui meme, sul buzz, è diventato un esercizio intellettuale non umiliante, non vergognoso. Perché? Una parte di me ancora prova vergogna per il tempo che passo a sapere cosa si dice in giro di film di supereroi che non andrò a vedere (o che peggio ancora andrò a vedere anche se non mi interessa niente dei film di supereroi), eppure di fatto negli ultimi anni la mia consapevolezza di quanto accade nel mondo dell’intrattenimento è aumentata a dismisura. (Alla domanda perché potrei rispondere che in fondo forse gli spettacoli erano l’unico argomento di mio interesse che avesse un po’ a che fare con la “ggente” oltre al calcio.)

Ho deciso di fare un punto della situazione e di analizzare, come esempio, il linguaggio di uno dei giornalisti di spettacolo che leggo di più: Sean O’Neal, news editor di avclub.com, un sito che ho iniziato a seguire perché la sua versione cartacea settimanale esce all’interno della rivista umoristica The Onion. Lo stile di O’Neal ti fa sentire intelligente e sgamato mentre impari cose completamente inutili che ti daranno il senso di essere molto aggiornato e furbo.

Innanzitutto, è un artista del titolo (oddio, probabilmente non li mette lui, ma i titoli dei suoi pezzi devono tutto all’impostazione dei pezzi stessi, quindi continuerò a considerarlo artista del titolo):

Mel Gibson’s latest audiotape rant lacks the innovation of previous releases, but makes up for it with primal fury.

L’ultimo sbrocco su nastro di Mel Gibson non è innovativo come le sue uscite precedendi ma compensa con la sua furia primale. (Per raccontare di un ennesimo sbrocco di Mel Gibson, si usa un giochetto di retorica che riesce sempre molto bene a O’Neil: trattare elementi vari della vita di un artista come fossero opere d’arte, ossia la ragione principale della loro fama. Qui si tratta l’ultima svalvolata di Gibson come fosse un disco, e lo si confronta con gli altri. Poi in effetti l’articolo dà effettive informazioni sull’accaduto, e ti ritrovi a sapere che Gibson frequenta casa di Joe Eszterhas’, lo sceneggiatore di Basic Instinct, e che Joe Eszterhas’ ha un figlio di quindici anni. Le informazioni vengono alternate con battue come “Debasement Tapes”, che richiede una conoscenza dell’opera omnia di Bob Dylan, e un lessico inglese medio alto ottenibile, per il lettore non anglofono, conoscendo i testi dei Pixies.)

Ted Nugent is a “black Jew at a Nazi-Klan rally,” according to Ted Nugent. (Questa notizia fa ridere così com’è, non c’è bisogno di approfondirla.)

Mark Wahlberg will be the humorously juxtaposed male selling cosmetics, traditionally a woman’s role, in Avon Man.

Mark Wahlberg sarà l’umoristicamente giustapposto maschio che vende cosmetici (Questa è la tipica notizia davvero inutile, che però ci aggiorna su dov’è la carriera di Mark Wahlberg in questo momento. La rende “importante” il fatto che Wahlberg sia sia il produttore di In Treatment sia l’ex Marky Mark dei New Kids on The Block.) (È importante anche considerare come l’intraducibilità di frasi piene di attributi del soggetto stia portandoci a soppiantare l’italiano – di enorme interesse in questo senso l’attività di twittaggio quasi esclusivamente in inglese di Violetta Bellocchio).

Come si capisce già da questi titoli, Sean O’Neal è il più bravo di tutti in quello che mi sembra essere l’elemento più importante di questa nuova piega del giornalismo pop: all’interno dei suoi pezzi si scontrano due forze. La prima è la stupidità dell’argomento, di cui in parte ci vergogniamo. La seconda è il rebus che devi sciogliere per capire la notizia.

Uno degli esempi più belli degli ultimi giorni:

The Smiths reunion rumors embark on triumphant comeback tour

Prima ci pare di leggere: Gli Smiths si imbarcano in un trionfante tour dopo la reunion. Poi capiamo che il comeback tour in realtà è dei rumors sulla reunion degli Smiths. Il che richiede che sappiamo, o fingiamo di sapere, che sono anni e anni e anni che ciclicamente la stampa britannica comincia a spargere voci sul ritorno insieme di Morrissey e Johnny Marr.

Eccone un altro sulla stessa linea:

Lindsay Lohan officially starring in press release about starring in Elizabeth Taylor movie.

Lindsay Lohan è confermata come protagonista di un’agenzia di stampa in cui si dice che sarà protagonista di un film su Elizabeth Taylor. Il fatto di dover decodificare il pezzo ingaggia la mente per un attimo: ti viene voglia di risolvere l’indovinello, e quando l’hai risolto hai già appreso la notizia, ma non ti senti più troppo stupido perché l’esercizio mentale è piacevole – ti fa anzi sentire più intelligente e connesso.

Li chiamo indovinelli perché a un certo livello forse non si può più parlare di “ironia”. Va bene, l’ironia è dire una cosa e intenderne un’altra. Ma in un contesto in cui non si può dire una cosa se non ironicamente si perde l’effetto-scarto dell’ironia e credo il termine rimanga bruciato. Tanto vale parlare in generale di codice criptato.

Quello che Sean O’Neal fa meglio di tutti, ma che fanno/facciamo in tantissimi, è il giornalismo esoterico.

Tupac is back, in hologram form.

È un titolo di metà aprile e fa riferimento all’utilizzo di un ologramma di Tupac Shakur durante un concerto degli amici Dr. Dre e Snoop Dogg al festival di Coachella. L’incipit del pezzo richiede una minima dimestichezza con le vicende dell’era del gangsta rap e con la narrativa distopica: «L’omicidio di Tupac Shakur nel 1996 presentò vari motivi di istantaneo rimpianto, ma il primo di tutti fu senza dubbio la consapevolezza che un giorno si sarebbe perso la performance di Dr. Dre e Snoop Dogg in chiusura di Coachella, che prometteva di essere una figata». Bisogna aver seguito tutto il dibattito sul futuro dei concerti dopo l’effetto inquietante dell’ologramma di Tupac a Coachella, bisogna averlo seguito così intensamente da aver già voglia di fare battute da Ritorno al futuro sul fatto che alla morte di Tupac (e qui devi sapere che per molti Tupac non è morto ma si è ritirato a vita privata e remota e che potrebbe aver partecipato alla realizzazione dell’ologramma) già si rimpiangeva il concerto di Coachella.

In un pezzo su Scorsese e Di Caprio leggo: «Leonardo Di Caprio farà un altro passo per rimpiazzare Robert De Niro come musa prediletta di Martin Scorsese, ora che Deadline conferma alla sua inimitabile maniera vanagloriosa che i due hanno messo le firme ufficiali per la loro quinta collaborazione, The Wolf on Wall Street». Comincia ad agosto la produzione di un film di cui si parla ormai da anni, con Scorsese che l’ha strappato di mano a potenziali usurpatori come Ridley Scott – il che significa che il comunicato stampa può oggi parlarne come di un film “gangster” sulla “ascesa dei nuovi gangster “moderni” di New York, perché Martin Scorsese, film di gangster, chettiserve, una carta stradale?

Tutto ciò va ovviamente ad aggiungersi all’altro scontatissimo selling point, cioè che si tratta di un film sui traffici illeciti e immorali del sistema di Wall Street nei primi anni novanta, che continua a consentire puntuali paralleli col presente a prescindere da quanti anni di ritardo subisca, tanto l’economia continua a fare schifo.

Insomma con questo pezzo abbiamo appreso qualcosa di davvero poco interessante: che Di Caprio e Scorsese faranno un altro film insieme – su un grosso tema scontato. Ma ci è stato detto in una maniera che ci fa ricapitolare le nostre conoscenze, che ci chiede di ricordarci tutto ciò che sappiamo. È il contrario di un comunicato stampa, o di quei rimescolamenti di comunicati stampa che sono spesso gli articoli di giornale sui temi in questione. Per seguire questo pezzo dobbiamo sapere o ricordarci di sapere o provare a fingere di sapere: i sottintesi omoerotici dei rapporti fra Scorsese e i suoi protagonisti, uomini duri che devono finire distrutti a un certo punto; che la stampa di Hollywood è centrata sulla vanagloria e che sono loro (non noi) a costruire dal nulla questo senso d’importanza (l’inimitabile vanagloria). Poi c’è un rapidissimo confronto fra Scorsese e Ridley Scott: il secondo è visto come usurpatore perché noi sappiamo – e ci scherziamo su – che Scorsese rappresenta l’idealismo e la presunzione (ha girato dei bellissimi documentari sul cinema, oltretutto!, e devi saperlo per poter annuire) e chiunque prenda un progetto che era di Scorsese non può che essere un usurpatore. Ma lo stesso Scorsese viene preso in giro, perché ora che è finalmente nel progetto potrà trasformare qualunque argomento in un film di gangster. Segue battuta sulla crisi finanziaria, che va fatta perché così ci ricordiamo che sappiamo anche in che mondo viviamo.

Quando hai finito di decodificare tutto ciò, il fatto che l’informazione sia inutile risulta secondario. Hai dovuto utilizzare memoria, intuito, intelligenza. Se anche fosse una notizia su Lindsay Lohan, cosa importa? Dopotutto, il bello delle parole crociate non è l’argomento delle domande, ma l’incastro delle risposte.

 

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