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Eppure ti amo, mia Diego Garcia

Storia dell'isola che fu “rubata” ai suoi abitanti dalla Gran Bretagna, delle deportazioni seguenti, della sua conversione da paradiso naturale a maggior base militare Usa nel mondo.

Se questo fosse un film, inizierebbe con questa scena: luglio 2013, il contractor californiano di origine filippina Fernando Licay sta nuotando nelle acque color turchese dell’oceano Indiano, isola di Diego Garcia, a metà strada tra il Madagascar e l’India ma lontanissima da entrambe, pacificamente perduta in mezzo al nulla o poco più. Fernando Licay, trentatré anni, membro dell’agenzia di “mercenari” G4S Parsons Pacific, è a otto metri dalla costa quando viene attaccato da uno squalo bruno lungo tre metri. Altri soldati che si stanno rilassando sulla spiaggia e vicino a Licay riescono a vedere l’attacco e a sentire le urla e si affrettano per salvarlo, lo afferrano e lo trasportano fuori dall’acqua e poi al pronto soccorso, probabilmente tutti ancora in costume, senza scarpe né stivali né indumenti, e lì provano a salvarlo, ma il mercenario muore per le ferite riportate. Ci si chiederebbe, a questo punto, cosa ci faceva Fernando Licay in un atollo a mollo a pochi chilometri a sud dell’equatore, con spiagge di corallo bianco frantumato e acqua basse e temperate più verdi che blu, e palme da cocco a coprire l’intero entroterra, e a farsi ammazzare da uno squalo bruno di tre metri, come si facevano ammazzare dalle tigri nella giungla i soldati in Viet Nam.

Diego Garcia era un’isola abitata da 2.000 persone, pescatori e coltivatori di palma da cocco. Oggi non ci sono più, e se ti stai chiedendo dove sono finiti, e hai dei brutti presentimenti sulla loro fortuna, stai pensando nella direzione giusta.

Fernando Licay si trovava a Diego Garcia perché a Diego Garcia c’è la più grande base militare statunitense del mondo fuori dagli Stati Uniti. Con Fernando Licay, sull’atollo, vivono tra le 3.000 e le 5.000 persone, quasi tutti soldati nordamericani. La base militare in questione, e ancora di più l’atollo in questione, hanno una storia complicata e piena di ombre, come poche altre storie nell’ultimo secolo, ed è una storia la cui importanza arriva fino a oggi, perché quando si parla di guerra in Iraq o di centri di detenzione per prigionieri in cui waterboarding e altri sistemi non convenzionali di interrogatorio vengono applicati, si parla anche di Diego Garcia. Un indizio: prima che arrivassero Fernando Licay e migliaia di altri soldati, molto prima, nel 1930, o nel 1950, o nel 1960, Diego Garcia era un’isola abitata da 2.000 persone, pescatori e coltivatori di palma da cocco. Oggi non ci sono più, e se ti stai chiedendo dove sono finiti, e hai dei brutti presentimenti sulla loro fortuna, stai pensando nella direzione giusta.

In origine Diego Garcia non era abitata. “In origine” significa, più o meno, prima della scoperta, non del tutto certa, da parte dell’esploratore spagnolo Diego Garcia de Moguer, avvenuta verso la metà del 1500, che guidò una spedizione portoghese nell’oceano Indiano ma morì prima di ritornare in Europa (anche se isole che potrebbero essere DG appaiono in documenti della dinastia Ming, circa un secolo prima). I primi abitanti arrivano quando il 1700 si appresta a tramontare, sono francesi che rimangono pochi anni e se ne vanno quando arrivano 275 britannici, che se ne vanno a loro volta dopo pochi anni. Nel 1793 la Francia riesce a stabilire una piantagione di palme da cocco e i primi abitanti davvero stabili di Diego Garcia, come è accaduto spesso nella storia alle piccole isole disabitate, sono schiavi. Nel 1814 Napoleone viene sconfitto, esiliato sull’Isola d’Elba, e Talleyrand firma il Primo Trattato di Parigi che impone alla Francia la cessione alla Gran Bretagna di Mauritius e territori minori, tra cui Diego Garcia. Da qui fino al 1965 non cambia molto. Nel 1965 la Gran Bretagna compra Diego Garcia dalle Mauritius e crea il British Indian Ocean Territory, una mossa apparentemente inspiegabile volta a istituire una sorta di “finta colonia”, ma un anno dopo, nel dicembre 1966, la matassa si sbroglia. La Gran Bretagna concede per 50 anni l’uso di Diego Garcia agli Stati Uniti, per scopi di difesa. Gli Stati Uniti, però, avevano chiesto alla corona britannica un’isola disabitata, e “Diego”, come è chiamata dai suoi abitanti in un creolo che attinge moltissimo dal francese, non lo è. La soluzione, per il governo laburista di Harold Wilson (non ne fece molte, di cose giuste: avete presente la storia delle radio pirata?), fu quella di “disabitare” l’isola, chiudendo le piantagioni e deportando i suoi abitanti, che furono considerati, per semplificare e rendere legale quella che altro non era che una deportazione, lavoratori a contratto appartenenti alle Mauritius. Il capo del Colonial Office di allora, Denis Greenhill, in un memo destinato a uso privato scrive che «sfortunatamente» sull’isola ci sono alcuni «Tarzan» e alcuni «Venerdì» che dovranno essere spediti alle Mauritius per liberare l’isola e renderla effettivamente disabitata, come da accordi.

In un documentario del 2004 chiamato Stealing a nation una donna chagossian (dal nome dell’arcipelago Chagos, di cui Diego Garcia è l’isola più grande) canta una canzone in creolo, è malinconica e con un ritmo calypso, dice: quando vivevo a Diego / ero come un meraviglioso uccello nel cielo / da quando sono nelle Mauritius / vivo una vita senza valore / aiutami amico, aiutami a cantare / a mandare il mio messaggio nel mondo. Un’altra donna, con una camicia blu e grossi fiori bianchi, racconta di come su “Diego” «potevamo mangiare e bere quello che volevamo, non ci mancava mai nulla, e non compravamo mai nulla, se non i vestiti».

La donna di prima, con la camicia blu e bianca, nel documentario racconta di come un ufficiale inglese le abbia detto, prima di imbarcarla, «very sorry for you Rita, your island has been sold».

Per convincere gli abitanti di Diego Garcia ad andarsene con le buone, o con quelle che vengono considerate non-poi-così-cattive, nel 1971 Sir Bruce Greatbatch, governatore delle Seychelles, ordina l’uccisione di tutti i cani dell’isola, raccolti e gassati mentre gli uomini sono al lavoro nelle piantagioni, o presi direttamente dalle case con le famiglie presenti. Gli esseri umani vengono imbarcati invece sulla nave SS Nordvaer e portati prima alle Seychelles, poi a Port Louis, capitale delle Mauritius. Nel documentario Stealing a nation Cassam Uteem, ex presidente mauriziano, dice: «Alcuni di loro sono rimasti fermi ad aspettare sui docks, aspettavano un’altra nave, e non c’era nessuna nave». I chagossian non sanno cosa fare e non sanno cosa succederà loro. Vengono portati in periferia, in una struttura fatiscente, senza porte né finestre o elettricità o acqua corrente, di nome Estate Beau Marchand, un nome piuttosto assurdo per una serie di palazzi. La donna di prima, con la camicia blu e bianca, nel documentario racconta di come un ufficiale inglese le abbia detto, prima di imbarcarla, «very sorry for you Rita, your island has been sold». E c’è una certa evidente mancanza di logica nella frase, tra le parole yourhas been sold.

Presto inizia una battaglia legale tra il Foreign Office britannico e gli esiliati isolani, che vivono in slum e in povertà a Port Louis. Viene alla luce un altro memo del FO, datato luglio 1965. Dice, in riferimento a Diego Garcia: «People were born there, in some cases their parents were born there. The intention is, however, that none of them should be regarded as being permanent inhabitants of the island». Nel 1983 la Gran Bretagna assegna un indennizzo di 3.000 sterline ai chagossians espulsi, previa la firma di un contratto in inglese – che nessuno di loro legge né parla – che stabilisce, accettando la somma di denaro, la formale rinuncia a ogni pretesa di ritorno. Nel 2000 la corte suprema inglese stabilisce che l’espulsione è stata illegale, ma gli abitanti di Diego Garcia non possono tornare a Diego Garcia, sia per via del trattato con gli Stati Uniti, che potranno usufruire dell’isola fino al 2016 (e d’altronde ne avevano chiesta una disabitata), sia per un discusso feasibility report compilato dal governo inglese, che sancisce che non ci siano le condizioni per rendere l’isola abitabile, a causa del surriscaldamento globale e del conseguente rischio che l’oceano Indiano sommerga le terre emerse. Il report non tiene conto, evidentemente, del fatto che Diego Garcia è attualmente abitata da 2.000 soldati nordamericani.

Gli Stati Uniti, a proposito di Iraq e a proposito di Afghanistan e di mondo arabo e di terrorismo, sono riusciti a crearsi qualche imbarazzo internazionale concernente (anche) Diego Garcia. È stato appurato, nel 2007 e nel 2008, che svariati prigionieri sottoposti a quei metodi di interrogatorio e prigionia (waterboardinglong-time standing, privazione del sonno) che George W. Bush ammise pubblicamente o passarono da Diego Garcia, in nave o in aereo diretti verso Guantanamo, oppure a Diego Garcia rimasero, in una prigione su cui si sa pochissimo, ma la cui esistenza è stata testimoniata, tra gli altri, dal generale statunitense – ora pensionato, o ritirato – Barry McCaffrey.

Ma fino al 2016 rimarranno padroni dell’isola, con possibilità di rinnovare l’accordo di altri venti anni, fino al 2036. Ci sono, in fondo, molte cose stupefacenti in questa storia: stupefacente è l’ipotesi che i chagossians non rivedano più la terra (o la Nazione, per essere meno romantici) in cui sono nati. Lo è il fatto che nei tribunali, nelle manifestazioni pubbliche, i chagossians presenti tra non molto saranno quelli che di Diego Garcia non hanno nemmeno mai sentito il profumo, essendo nati direttamente nelle Mauritius. È stupefacente la mancanza di interesse dei governi inglesi che si sono succeduti dal 1965, tra cui spicca quello Blair. Molto semplicemente le fotografie di Diego Garcia e della sua natura sono stupefacenti, sia che siano state scattate anni fa prima della deportazione, sia che siano recentissime e comprendano una buona parte di territorio asfaltata e sede di B-52 in attesa di partire per Iraq e Afghanistan, e urlano, come se bruciassero, la orrenda dicotomia tra “il paradiso terrestre” che era ed è ancora Diego Garcia, e il male puro e scientifico che vi è stato applicato.

 

Il titolo si riferisce a una frase finale del romanzo di Alfonso Bioy Casares L’invenzione di Morel, e in origine era: «Eppure ti amo, mio Venezuela!».

Nelle immagini: in evidenza, Diego Garcia oggi, veduta aerea; i resti di un aereo della II Guerra Mondiale su una spiaggia di Diego, nel 1982; Barochois Maurice, Diego Garcia, 1982.

 

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