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Doppiare è un po’ impazzire

Cosa vuol dire doppiare un horror? Risponde Peter Strickland in un film che spiega come il suono sia sempre al centro del film.

Piangiamoci un po’ addosso: il cinema italiano è in crisi. Il cinema italiano non ha più fantasia. Il cinema italiano ha pessimi registi, orribili sceneggiatori e terribili attori. Personalmente piuttosto che andare al cinema a vedere un film italiano, mi rivedo due volte di seguito La Regola del Silenzio, quel film dove c’è Robert Redford che ci spiega che i giovani d’oggi stanno al computer mentre i vecchi giovanili come lui scendevano in piazza per le cose giuste e belle. Ogni tanto prendiamo una boccata d’aria inattesa (gli ultimi exploit di Bellocchio e Tornatore), ma poi percorriamo fino in fondo e senza paura la strada del disastro, con registi come Fausto Brizzi o Paolo Genovese, spesso addirittura elogiati anche di fronte all’evidente bruttezza dei loro prodotti.

Eppure un tempo le cose erano diverse. Un tempo qui era tutta campagna e c’era il nostro grande cinema italiano. Ma non di soli Fellini, Antonioni e Pasolini si ciba l’uomo. Mario Bava, Dario Argento, Antonio Margheriti, Enzo G. Castellari, Aldo Lado. Ci crediate o meno, questi registi non li conosce solo Tarantino. Si tratta di autori stimati e omaggiati da un numero incredibile di persone sparse per il globo. Rappresentanti di un’eredità culturale che proprio noi italiani, ingiustamente, per primi ignoriamo.

Nel 2009 ha fatto parlare di sé un film franco-belga diretto da una coppia di giovani registi, Hélène Cattet e Bruno Forzani. Il titolo è Amer e ha girato metà dei Festival del pianeta. Si tratta fondamentalmente di un atto d’amore incondizionato proprio verso quel tipo di cinematografia. Un recupero estetico che rasenta la perfezione formale e che ci rispedisce di colpo nel lontano 1969, a un tipo di cinema fatto anche di (bellissima) superficie. L’anno dopo l’uscita di Amer, l’americano Matt Hill ha dato alle stampe il suo secondo bellissimo disco, Prophecy of the Black Widow. Il nome con cui ha firmato questo lavoro è Umberto. Come Umberto Lenzi (qualcuno ha giustamente fatto notare che, in quel preciso ambito musicale italiano, Umberto è anche Umberto Smaila). Si tratta di una rivisitazione filologicamente precisa, a partire dalla copertina/locandina, delle colonne sonore dei film italiani di quel periodo. Un disco stupefacente che omaggia con cuore e passione proprio quel periodo. Visto che siamo entrati in ambito sonoro, facciamo ancora un passo avanti e andiamo a scoprire di cosa parliamo quando parliamo di Berberian Sound Studio.

Questo è il titolo del secondo film del regista e sceneggiatore inglese Peter Strickland. La storia dice tutto: un timido e taciturno tecnico del suono inglese, interpretato dal bravissimo Toby Jones, arriva a Roma per lavorare su un film horror italiano, The Equestrian Vortex, ultima produzione del famigerato regista Santini. Di questo film non vedremo mai nulla, se non i titoli di testa, ovviamente fatti in moda da ricordare perfettamente quelli originali dell’epoca. Ma la conoscenza di Strickland della materia non si ferma solo alla superficie. Berberian Sound Studio è un’operazione molto più complessa e profonda.

L’idea geniale del film è quella di farci vivere la lenta discesa negli inferi della pazzia del povero Toby Jones, solo attraverso i suoni, i rumori, le voci e (soprattutto) le urla del film cui sta lavorando. Gilderoy, questo il nome del protagonista, si trova a dover affrontare un mondo nuovo e particolarmente ostile e si trova d’un tratto a cambiare il suo lavoro, passando dal fare il tecnico del suono per dei noiosi documentari sulla campagna inglese al doversi inventare e registrare il rumore che fa un’asta di ferro incandescente inserita nella vagina di una strega. D’un tratto la sua mente non regge più e, come le vecchie bobine analogiche, si spezza. Il Vortice Equestre entra a far parte della realtà, mentre la quotidianità del tecnico sfuma e finisce a far parte della trama del film. Berberian Sound Studio è un film molto angosciante che forse, proprio per aumentare il senso di disagio nello spettatore, opta per un ritmo a tratti fin troppo pacato in alcune parti. Risulta però una pellicola estremamente coraggiosa e potente. L’idea di far vedere come si realizzavano gli effetti sonori 40 anni fa, quella di non mostrare mai il film cui si sta lavorando, inquadrare i doppiatori nella cabina di doppiaggio come se fossero intrappolati in una bara, girare un film che uscirà praticamente solo in Inghilterra incentrato sull’importanza del suono e decidere di far parlare praticamente tutti in italiano, sono puri colpi dei genio.

La cosa che però colpisce di più è proprio l’idea di esaltare l’aspetto uditivo del film e, anzi, di costruire il suo impatto narrativo proprio su quello, andando poi progressivamente a sottrarre gli altri elementi del film. Impossibile che il film venga distribuito da noi per cui, se vi interessa, vi consiglio di recuperare il DVD o la stupenda colonna sonora a firma dei Broadcast. A questo punto tentiamo di andare indietro con la memoria, scovando qualche altro titolo che abbia a che fare prepotentemente con il suono.

Il primo che ci viene in mente è ovviamente Blow Out di Brian De Palma del 1981. La storia è quella di un tecnico del suono interpretato da John Travolta che per caso scopre di aver registrato la prova di un omicidio. Risulta particolarmente azzeccato ritirare fuori questo titolo, non solo per l’evidente importanza che il suono ricopre nella storia, ma anche perché come già tutti quelli citati fino ad ora, era un omaggio al nostro cinema passato: Blow Out è infatti un’evidente e dichiarato omaggio di De Palma a Blow Up di Michelangelo Antonioni. L’idea era quella di raccontare la stessa storia, passando però dalla prova fotografica a quella audio, dagli occhi alle orecchie. Altro tecnico audio e altro titolo: La Conversazione di Francis Ford Coppola. Qui è la volta di Gene Hackman, investigatore privato esperto in intercettazioni. Jazzofilo e sassofonista, Hackman passa la sua vita ad ascoltare di nascosto le altre persone, tentando e temendo di essere a sua volta oggetto di indesiderate attenzioni. Inevitabilmente finirà per sentire ciò che non doveva ascoltare e la sua paranoia aumenterà fino al punto di rottura. Siamo nel 1974, nel pieno del cinema del complotto statunitense, a soli due anni dallo scandalo Watergate, ma anche Coppola in più interviste dichiarò che la fonte d’ispirazione principale per questo suo film fu proprio Blow Up di Antonioni. La Conversazione, oltre a rimanere uno dei grandi film dei ’70 americani, è stato poi in parte rifatto dal compianto Tony Scott nel 1998 con il titolo di Nemico Pubblico. Al fianco di Will Smith troviamo un cast stellare composto da John Voight, Berry Pepper, Jason Lee, Gabriel Byrne e soprattutto, a collegare il film all’originale, il caro e vecchio Gene Hackman. Nemico Pubblico è un buonissimo film, forse uno dei più scatenati stilisticamente di Scott; anzi, l’originale interesse per l’audio viene sfortunatamente sacrificato proprio in nome di un accumulo di punti di vista che mette insieme una macchina da presa impazzita e milioni di punti di vista rubati da telecamere di sicurezza, satelliti e misterioso marchingegni da spia.

Cambiamo solo apparentemente genere andando a scovare un piccolo film horror canadese che con il tempo s’è guadagnato una certa fama. Ci riferiamo a Pontypool, diretto nel 2008 da Bruce McDonald. Scopro solo ora, cercando in rete che il film ha anche un sottotitolo italiano, segno forse del fatto che esiste una versione home video del film anche per noi. Il sottotitolo in questione è Zitto o Muori. Perché vi chiederete voi? È presto detto: Pontypool è un film che racconta di un’epidemia. La classica epidemia che arriva da non si sa dove e non si sa perché e che trasforma tutti in orribili e decerebrati assassini. Avete presente? Le motivazioni sono le più disparate: onde magnetiche che provengono dalla luna, esperimenti nucleari andati storti, malattie portate da strani animali esotici. Il risultato però è sempre quello: c’è un gruppo di simil zombie che si vuole cibare del tuo cervello. McDonald però, ispirandosi al romanzo Pontypool Changes Everything di Tony Burgess, ha una serie di incredibili intuizioni. Prima di tutto, quasi come un novello Carpenter, mette in scena un nemico per lo più invisibile, quasi inesistente. Il film è ambientato infatti in uno studio radiofonico, durante la trasmissione di un dj locale; la conseguenza è che tutto quello che accade ci viene raccontato e quasi mai mostrato. Non solo: la cosa più interessante di Pontypool è che l’epidemia che infesta la città si trasmette attraverso la parola. Il virus che trasforma normali esseri umani in mostri assetati di sangue è una traccia audio, un insieme di lettere che viene rimandato, ripetuto e tramsesso proprio dalla radio. La trovata è obbiettivamente geniale e ha a che fare più con la semiologia o la letteratura che con il cinema horror. L’idea della parola come infezione, come malattia, ci rimanda inevitabilmente a William Burroughs che la definì “un virus, che non è mai stato riconosciuto come tale perché ha raggiunto uno stato di relativamente stabile simbiosi con il suo ospite umano”.

Dopo questa lunga serie di ottimi titoli, ci sembra giusto salutarvi ricordando un mediocre horror del 2005 diretto da Goeffrey Sax e con protagonista uno svogliatissimo Michael Keaton. Il titolo è White Noise – Non Ascoltate. La storia è quella di un architetto di successo a cui muore la moglie a causa di un incidente automobilistico. Disperato, Keaton verrà contattato da un uomo che lo introdurrà al E.V.P., sigla che sta per Electronic Voice Phenomena. Si tratta di strani rumori statici o di fondo (il White Noise del titolo) che, appositamente stretchati, pitchati o lavorati, ricordano foneticamente parole o frasi vere e proprie. La teoria che sta dietro il film, e seguita solitamente dal fan medio di trasmissioni come Mistero, è questa: i morti comunicano con i vivi attraverso gli E.V.P. Come quelli che ascoltano i dischi dei Black Sabbath al contrario suggestionandosi fino a sentire distintamente una voce che gli ricorda dove Ozzy Ousbourne ha parcheggiato la macchina nel 1979, coloro che credono nei E.V.P. sono convinti che alcune registrazioni nascondano le voci dei nostri cari. Come dicevo, White Noise è più o meno inguardabile ma l’idea di fondo non è male. Tant’è che nel 2007 qualcuno ha avuto il coraggio di realizzare anche un seguito: White Noise – the Light. Il regista è quel Patrick Lussier che dirigerà poi Drive Angry 3D e il protagonista è il grande Nathan Fillion. Il collegamento con l’originale è talmente poco importante che la storia racconta di un uomo che dopo un tentato suicidio comincia a vedere attorno a chi sta per morire una strana aura luminosa. E il White Noise del titolo? Non pervenuto.

 

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