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Come si veste un boss

Veronica Fragola, costumista di Gomorra, ci ha raccontato come si ricostruisce lo stile di una periferia criminale.

Si è parlato moltissimo del realismo di Gomorra – La serie, dal cast alla regia passando per gli interni utilizzati per ricostruire le case di Scampia e Secondigliano, come ci ha raccontato il set designer Paki Meduri. Un altro elemento fondamentale del racconto è quello dei costumi, curati anche per la seconda stagione da Veronica Fragola. Ricostruire lo “stile” dei camorristi non è stata un’operazione semplice ed è diventata l’occasione per confrontarsi con un inventario maschile (ma non solo) fatto di giubbini in acetato, pantaloni sempre troppo stretti, jeans slavati e occhiali da sole anni Settanta. Affini ma diversi dai ragazzi di The Wire, dallo streetwear esagerato di Jesse di Breaking Bad o dall’affettata eleganza anni Venti dei Peaky Blinders guidati da Cillian Murphy, Genny, Ciro, Don Pietro Savastano e Salvatore Conte, fra gli altri, esprimono attraverso ciò che indossano la loro posizione di potere all’interno di una gerarchia mai stabile. Sullo sfondo, una Napoli dove prima di essere dei concetti prestati al marketing, la body confidence e la body diversity di cui discutiamo oggi sono già realtà, stile “veritiero” senza nessuno elemento parodistico. Una sfrontatezza fisica che può trasformarsi in una strana forma di bellezza, tanto affascinante quanto repellente, che è un po’ quel sentimento contrastante di molti commentatori di fronte alla serie tv italiana più discussa degli ultimi anni.

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ⓢ Com’è iniziato il processo di costruzione dello stile dei protagonisti di Gomorra?

Quando leggi una sceneggiatura inizi da subito a immaginare come potrebbero essere nella realtà i personaggi raccontati: la psicologia dei protagonisti è sempre il punto di partenza dell’estetica di un film. A quel racconto va poi sommata la fisicità degli attori scelti per interpretare quel ruolo: magari mentre leggevi hai iniziato a pensare a un personaggio in un modo e poi invece l’attore è diversissimo. Non si può prescindere poi dalle indicazioni del regista: in particolare, per Gomorra ci è stato chiesto di aderire quanto più possibile alla realtà, ma allo stesso tempo di rendere quel realismo in qualche modo cinematografico. Il mio è stato principalmente uno studio sul reale e sulla rappresentazione del potere, la sua espressione attraverso codici estetici ben definiti: il “camorrista demodé” non è un personaggio realistico, per cui neanche quelli della finzione dovevano esserlo.

 

ⓢ Quali sono stati i personaggi reali, televisivi o cinematografici che più ti hanno ispirato?

La mia ricerca parte sempre dalla realtà più che da altri prodotti cinematografici o televisivi: è fondamentale che lo spettatore non avverta mai un distacco mentre segue la storia, che percepisca il tutto come verosimile. In altre parole, deve sempre credere a quello che vede, anche quando poi ti sei inventata uno stile piuttosto che riprodurlo fedelmente. Una volta che hai preso quanto più possibile dalla tua indagine sulla realtà, infatti, devi iniziare a distaccartene, per varie motivazioni. Ti faccio un esempio: per Gomorra non avevamo la possibilità di utilizzare i marchi famosi e questo, in un mondo in cui l’ostentazione è prova tangibile della propria posizione sociale, è una bella sfida. Pensa per esempio alla “paranza” dei più giovani, a quella di Genny, che, soprattutto nella prima stagione, ha un look molto particolare. Quando il regista Stefano Sollima mi ha chiesto come potevamo superare l’ostacolo, gli ho detto che piuttosto che seguire le loro mode, avremmo dovuto crearne una nostra, seppur simile a quella reale. D’altronde, fare costume significa questo.

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ⓢ Come si è svolta la tua ricerca?

Non essendo io napoletana di origine, come prima cosa mi sono trasferita in città: ho vissuto a Napoli per un anno durante la prima stagione, e otto mesi durante la seconda. Ormai, in parte, mi sento quasi più napoletana che romana: all’inizio è una città difficile, ma poi finisci per amarla. Come dicevo, la realtà è stata la fonte d’ispirazione principale per il mio lavoro: ho guardato moltissimi documentari, inchieste televisive, spezzoni di processi, ho letto articoli e ascoltato le storie delle più importanti famiglie di camorristi, ho cercato di informarmi il più possibile sul modo di vivere di queste persone, ho studiato gli “alberi genealogici” delle loro famiglie e guardato tantissime fotografie. Un aiuto incredibile me l’hanno dato i social network: sembrerà non correttissimo da dire, ma una volta che sai qualche nome e vai a sbirciarne il profilo, ti si apre un mondo. Le foto che postano, le cose che scrivono: ti aiutano moltissimo a immaginare un personaggio.

 

ⓢ Da spettatrice, mi ha colpito il lavoro fatto su Genny, il cui stile è parte integrante della trasformazione fisica e psicologica del personaggio. Genny è viziato, vistoso, a suo modo anche ricercato. E poi cambia. Mi racconti come e quando hai iniziato a immaginarlo così?

Pensa che la prima prova costume con Salvatore (Esposito, che interpreta Genny Savastano) è stata un disastro! Stefano in quell’occasione mi disse, ridendo: «Eh no, così sembra il figlio del benzinaio». Sollima è un regista che sa sempre darti le indicazioni giuste, prenderti per mano e accompagnarti nel tuo percorso, anche quando sbagli. Mi ha ricordato che, nel suo essere ancora adolescente, un po’ goffo, Genny era pur sempre il figlio del boss e come tale doveva vestirsi. Il suo personaggio nella prima stagione è stato il più difficile. Così, quel weekend sono tornata a casa e ho lavorato ad altre proposte, finendo per costruire lo stile che conosciamo. Quando Stefano ha visto il nuovo look, ha detto «Ecco, sì, questo è Genny». Dopo il suo cambiamento, invece, è stato tutto più semplice. Per la sua seconda fase, mi sono ispirata alle gang dell’Honduras e alle pettinature di alcuni calciatori famosi: la cresta e i tatuaggi vengono da lì.

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ⓢ Poi ci sono Pietro Savastano e Salvatore Conte, che hanno un differente approccio (dovuto anche al gap generazionale) all’abito classico. Tutto d’un pezzo il primo, aderentissimo il secondo. Il completo giacca/pantalone è ancora simbolo di autorevolezza maschile?

Una difficoltà nel lavorare a una serie come Gomorra è sicuramente il fatto di muoversi in un range di personaggi principalmente maschili. Differenziarli l’uno dall’altro è un’operazione complicata, anche perché non è certo infinita la varietà delle tipologie di uomo che puoi rappresentare in un contesto del genere. E quello che tu dici a proposito dell’abito classico ne è un esempio: certamente è un simbolo di autorevolezza, sia nel caso venga adottato e “riadattato” al proprio stile, come nel caso di Don Pietro e Conte, sia nel caso contrario in cui venga del tutto rifiutato, come fa Genny nella sua seconda fase. Pietro è un boss vecchia maniera, di quelli la cui prima regola è l’invisibilità: abito super classico o anche, addirittura, pantalone, camicia e maglioncino. Lui appartiene a una generazione in cui i camorristi esibivano meno il loro denaro, mentre nel caso di Conte, soprattutto nella seconda stagione, le forme sono decisamente più contemporanee, c’è un gusto ben definito. La fisicità di Marco Palvetti, poi (l’attore che interpreta Salvatore Conte), ha aiutato moltissimo nella costruzione del suo personaggio, per il quale mi sono ispirata a un camorrista reale – di cui però non dirò il nome – che aveva uno stile particolare. È fondamentale che i costumi si adattino al corpo di un interprete, al suo viso e al suo stile di recitazione: per esempio, un attore “eccessivo” non regge un costume altrettanto eccessivo, perché si corre il rischio che sia tutto di troppo. Bisogna raggiungere un equilibrio fra le diverse parti.

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ⓢ E Ciro, invece?

Secondo me Ciro è un soldato, è scritto come un soldato. È uno che non vuole dare nell’occhio, che vuole raggiungere il potere ma ancora non ce l’ha, per cui ha bisogno di confondersi nelle retrovie e non di sbattere il suo status in faccia a tutti come fa Genny. Il suo è uno stile semplice, pulito, aiutato dal fatto che l’attore (Marco D’Amore) è un gran figo. So che è nata una sorta di follia popolare intorno agli occhiali da sole di Ciro e la cosa mi fa sorridere, tutti vogliono i suoi occhiali. Permettimi di dire però che un altro aspetto spettacolare di quel mondo, poi, sono le donne.

 

ⓢ Ecco, quello che volevo chiederti. Parliamo delle donne della serie.

Le donne napoletane hanno un modo di esibire il proprio corpo unico nel suo genere: una donna di cinquanta chili e una di cento si vestono allo stesso modo e, alla fine, quella sicurezza di sé, quella sfrontatezza, regalano una certa forma di bellezza che alla maggior parte delle persone manca. Sai, la cosa che amo del fare i costumi è che puoi permetterti di usare anche cose che tutti definirebbero “brutte” per raccontare una storia, perché in fondo che divertimento c’è a vestire dei personaggi ricchi, dal fisico perfetto e con un gran gusto? Per me nessuno. Cercare un equilibrio con il brutto, con tutto quello che proprio sta male, non cade bene, evidenzia i difetti: beh quello è un esercizio creativo molto più interessante. Maria Pia Calzone (l’attrice che interpreta Imma Savastano) nella realtà è una donna elegantissima, mentre lo stile del suo personaggio è un po’ il mix fra la politica locale di Napoli e Carmela Soprano. Ogni tanto le facevo indossare delle magliette talmente aderenti che lei mi guardava e mi diceva «Io ti voglio bene ma ti odio anche un po’. Capisco però che è giusto». Era giusto che, per raccontare Imma, anche il più piccolo difetto venisse esagerato e quasi sottolineato, perché alle donne napoletane non gliene frega niente dei difetti.

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ⓢ Tra le altre cose, hai curato anche i costumi di Suburra, ambientato a Roma, pensi che Napoli abbia un approccio allo stile diverso dalle altre città italiane?

Credo che possiamo definire Napoli più “avanguardista” rispetto a Roma o a Milano, per il discorso che facevamo poco fa. Negli ultimi anni a Roma i ragazzi hanno scoperto lo streetwear, si vestono un po’ da rapper, con le catene d’oro, le ragazze usano le magliette da basket lunghissime… beh a Napoli questo stile è arrivato molto prima. Ma più di ogni altra cosa non c’è paura di sperimentare, di osare, di non omologarsi: diciamo che se da altre parti si cerca qualcosa che stia bene, a Napoli si indossa quello che si vuole fregandosene delle regole. È quella sfrontatezza di cui parlavamo prima, che è unica.

 

Immagini di Emanuela Scarpa (courtesy Sky).
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