«Se esco da una mostra con un pensiero, l’arte ha fatto il suo lavoro»

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista e fondatrice della Fondazione che porta il suo nome, racconta trent'anni di arte contemporanea – e il sogno veneziano diventato realtà.

03 Giugno 2026

La sua prima collezione è nata mentre seguiva da piccola la madre nei mercatini, dove acquistava scatoline portapillole che etichettava e catalogava in un quadernetto. Da quel gesto preciso si può tracciare una linea dritta fino all’Isola di San Giacomo, nella Laguna nord di Venezia, dove il 7 maggio 2026 la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha inaugurato la sua nuova sede. «Collezionare fa parte del mio dna», dice Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. E si capisce subito che non è una frase di circostanza.Il salto verso l’arte contemporanea avviene nel 1992, a Londra. Una visita alla Lisson Gallery con il founder Nicholas Logsdail, e l’incontro con l’artista Anish Kapoor: «Ho ancora negli occhi quel momento». Da lì, la collezione cresce seguendo un consiglio dello stesso Logsdail: «Pensa con la tua testa, ma poi ascolta anche il cuore». Non ha mai comprato pensando ai muri di casa sua perché una collezione non nasce per finire in un deposito. Quando Sandretto Re Rebaudengo inizia a collezionare, il panorama italiano delle istituzioni dedicate all’arte contemporanea è quasi deserto. C’è il Castello di Rivoli, c’è il Pecci a Prato. Il MAXXI aprirà solo nel 2010. «Ho realizzato subito quanto ci fosse da fare per far conoscere gli artisti», racconta. È questa consapevolezza a portarla, nel 1995, a dare vita alla Fondazione: non come contenitore della collezione, ma come spazio attivo di ricerca, formazione, curatela. Anche per questo forse la sua collezione non è un elenco di nomi ma di opere, ciascuna legata a un incontro, a una storia, e guardarla le permette di ripensare a quei momenti e al loro mondo. Come quello con Maurizio Cattelan, il suo Bidibidodibiboo, il piccolo scoiattolo suicida, è praticamente la mascotte della collezione; o quello con Damien Hirst, uno dei primi artisti che ha conosciuto.

Se l’anno scorso è stato l’anno di festeggiamenti per i 30 anni della Fondazione, questo è l’anno di Venezia. «Un sogno a lungo coltivato prende finalmente forma»: con queste parole Sandretto Re Rebaudengo ci ha annunciato l’apertura della nuova sede veneziana sull’Isola di San Giacomo. Dopotutto il legame con Venezia è antico: la prima mostra della Fondazione era nata proprio lì, all’Arsenale. Ma il luogo giusto non si trovava. Poi è arrivata quest’isola, nella laguna nord, a venti minuti in barca dai Giardini. «Quando l’abbiamo vista, ho capito che sarebbe stata lei». Qui dal 7 maggio scorso le antiche polveriere fatte costruire da Napoleone nel 1810 sul sito di un ex monastero sono oggi spazi museali. L’apertura al pubblico avverrà gradualmente perché uno dei principali focus sarà la formazione di artisti e curatori. San Giacomo sarà visitabile infatti durante le inaugurazioni delle mostre, in concomitanza con le Biennali di Venezia, e in occasione di visite guidate su prenotazione. Il programma inaugurale comprende Fanfare/Lament, personale di Matt Copson curata da Hans Ulrich Obrist, la mostra collettiva Don’t have hope, be hope! con opere dalla Collezione, e sei installazioni permanenti disseminate nel giardino dell’isola, frutto di commissioni site-specific e che rimarranno sull’isola. «Questo è il luogo dei sogni, di un sogno diventato realtà».

C’è una frase che Sandretto Re Rebaudengo ripete spesso, e che funziona come una piccola dichiarazione di intenti: «Se quando esco da una mostra ho un pensiero, o rifletto su qualcosa, vuol dire che l’arte ha assolto il suo compito». Nonostante questo, però, non si aspetta soluzioni dall’arte: «gli artisti non ci danno risposte, ci mettono davanti ai problemi e siamo noi quelli che devono provare a rispondere». È anche per questo che formazione ed educazione restano al centro del lavoro della Fondazione. «Abbiamo bisogno di educare all’arte contemporanea: è uno strumento meraviglioso per far crescere le nuove generazioni con una mente più aperta, democratica, capace di dialogare sulle criticità del mondo». E guardando al futuro, Sandretto Re Rebaudengo scommette sul dialogo tra fondazioni e accademie: «Lì nascono i giovani artisti e i giovani curatori. Loro sono il futuro».

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