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Cosa aspettarsi dalla conferenza di pace per la Siria

E soprattutto cosa non aspettarsi. Oggi inizia il vertice internazionale per la Siria a Montreux. Molto voluto da Obama, un po' meno dai ribelli.

«È difficile immaginare una conferenza di pace convocata in circostanze meno propizie». Basta questa semplice frase, tratta da un articolo del New York Times, per rendersi conto che sulla conferenza internazionale per la pace in Siria, che si apre oggi a Montreux, in Svizzera, non c’è da farsi troppe illusioni. Già il solo fatto che le autorità svizzere abbiano deciso di spostare la sede della prima fase della conferenza da Ginevra a Montreux per non disturbare una fiera del lusso che si svolge proprio in questi giorni a Ginevra è piuttosto indicativo del clima generale. Salvo colpi di scena, dunque, non aspettatevi risultati eccezionali.

Eppure, con tutte le cautele del caso, la conferenza per la Siria rappresenta di per sé un fatto non trascurabile. Nel bene e, sostengono gli scettici, anche nel male. Nel bene perché, a due anni e mezzo dall’inizio di una guerra civile che oramai sta scuotendo l’intero Medio Oriente, è la prima volta che regime e opposizione (o meglio: una parte dell’opposizione) siedono allo stesso tavolo. Nel male – o forse nel bene, ma qui la cosa si fa complicata – perché le condizioni stesse in cui pare destinata a svolgersi questa conferenza sono di per sé indicatori di come gli equilibri siano cambiati negli ultimi mesi.

In pratica, c’è un fronte filo-Assad relativamente compatto, composto da Russia, Iran (che però non partecipa alla conferenza, su richiesta esplicita dei ribelli), e dalla Cina. Mentre il fronte filo-ribelli s’è ormai sfaldato. Oltre alle divisioni interne all’opposizione siriana, che erano evidenti fin dall’inizio, pare ormai evidenti che le nazioni che un tempo sostenevano piuttosto apertamente l’opposizione stia di fatto scaricando i ribelli, o se non altro ricalibrando le loro posizioni. Gli Stati Uniti, che di questa conferenza sono i fautori principali, paiono interessati più che altro a chiudere il dossier Siria il più presto possibile, e hanno fatto durissime pressioni sulla Coalizione Nazionale Siriana delle forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, cioè il principale organo dell’opposizione siriana riconosciuto a livello internazionale, affinché accettasse di partecipare alla conferenza, sebbene i suoi leader non ne volessero sapere.

Il Qatar, un tempo il paese più attivo contro Assad, ha dovuto darsi una regolata sotto la pressione dell’Arabia Saudita, che ha preso nelle sue mani il dossier del sostegno ai ribelli. Dal canto suo l’Arabia Saudita resta nettamente schierata dalla parte dell’opposizione; ma in questo momento una buona parte delle sue energie sono concentrate sul Libano, che come dimostrano gli attentati recenti, incluso quello di ieri, ormai è diventato un altro terreno di scontro tra sauditi e iraniani. Infine la Turchia, il terzo paese che maggiormente sosteneva i ribelli, per il momento pare ancora nettamente schierato dalla parte dei ribelli, ma le cose potrebbero cambiare a breve. Infatti il presidente Abdallah Gul, considerato più moderato in politica estera rispetto al primo ministro Recep Tayyip Erdogan, ha dichiarato che la Turchia dovrà ricalibrare la sua politica siriana, alla luce della realtà dei fatti. In questa fase Gul è una figura-chiave del governo del partito islamico Akp, dove Erdogan è messo in difficoltà da una serie di scandali di corruzione, e alcuni ritengono che potrebbe diventare premier con le elezioni di giugno.

In questo preciso momento, Assad gode di un sostegno internazionale più solido di quanto non possano dire i suoi nemici.

Tutto questo per dire che, in questo preciso momento, Assad gode di un sostegno internazionale più solido di quanto non possano dire i suoi nemici. Il che ci porta a una delle principali criticità di questa conferenza: si svolge in una fase in cui è Assad a tenere il coltello dalla parte del manico, in altre parole le condizioni sono sbilanciate a favore del regime, o così almeno ritiene l’opposizione. Questo sbilanciamento, o percepito tale, è al contempo la causa e la conseguenza del raffreddamento dei rapporti tra Washington e l’opposizione siriana. Più la situazione pareva favorevole ad Assad, meno la Coalizione Nazionale Siriana diventava disposta a partecipare alla conferenza. Ma mentre aumentava il vantaggio del regime, più gli americani diventavano inclini a cercare una soluzione che contemplasse Assad al potere, il che li spingeva a fare ulteriori pressioni sui ribelli affinché accettassero un negoziato che non volevano.

Questa, sia ben chiaro, è solo una parte dell’equazione. Se la linea degli Usa e dell’Europa sta diventando sempre più incline a scendere a patti con Assad, ovviamente, è anche perché i paesi occidentali, forse con l’unica eccezione della Francia, si sono convinti che una linea dura, interventista non è praticabile. E perché l’alternativa, sia essa il caos o la vittoria degli islamisti, fa paura.

Il che ci porta a due altri grandi punto critici di questa conferenza. Da un lato, l’avanzata di gruppi radicali ispirati ad al-Qaeda, come al-Nusra e l’Isis, o “Stato islamico in Iraq e nel Levante,” che si sta facendo sentire anche in Libano e Iraq, fatto che complica le cose e contribuisce a una certa percezione secondo cui Assad sarebbe il minore dei mali. Dall’altro lato c’è la questione delle divisioni interne ai ribelli (qaedisti ed Esercito siriano libero, se le stanno dando di santa ragione) che rimanda al problema di rappresentatività di un organo come la Coalizione Nazionale Siriana delle forze dell’Opposizione e della Rivoluzione. Che non è affatto riconosciuto da Nusra e Isis, mentre l’Esercito siriano libero, cioè la principale forza militare anti-Assad oltre i qaedisti, gode di una rappresentanza relativamente esigua all’interno della Coalizione Nazionale, sproporzionata, in negativo, rispetto al suo peso sul campo.

In altre parole, ammesso e non concesso che il regime e la Coalizione Nazionale dovessero riuscire a trovare un accordo – cosa di cui già molti dubitano – da lì a fare rispettare questo accordo sul campo, il passo sarebbe molto lungo.

 

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e La guida al Medio Oriente del 2014

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