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Sulle tracce di Pickwick

Einaudi ha pubblicato la nuova traduzione del capolavoro di Dickens: un viaggio nella sua genesi raccontato da chi l'ha tradotto.

«In questo punto il 5 settembre del 1782 non è successo nulla». Ho guardato la placca, nel centro di Londra e, prima di postarla su Instagram per un pugno di like, mi sono domandato se alla fine non era proprio questo che ero venuto a cercare: la constatazione che il passato è inconsistenza, che i fantasmi non si possono afferrare, che bisogna tornare alla lettera. Dei luoghi non ci si può fidare, delle traduzioni sì. Mi ero trovato al centro di un vuoto? Bisognava tornare un po’ indietro, diciamo di duecentottantottomilaeduecentottantasei parole. Passeggiando per lo Strand, ripensavo a quando Einaudi mi aveva offerto di tradurre il Circolo Pickwick. La prima reazione era stata di panico. Per diletto o per studio, in passato, avevo affrontato pagine di Faulkner o Melville, e sapevo bene che cosa voleva dire salire sul ring con un peso massimo e scenderne con i denti rotti e gli occhi pesti. Ora: Charles Dickens, barbetta sorniona, macinatore di odissee, formidabile precursore di ogni storia. Come dire Omero, but with a twist (scusate il gioco di parole). Da quale angolo di superbia autolesionista potevo considerarmi in grado di prestare il bagaglio lessicale e grammaticale a un mostro del genere? Perché io, sozzo pidocchietto dalle ginocchia sbucciate, avrei osato rincorrere la carrozza maestosa di questo Signore della Trama e dello Stile, col rischio di precipitare a faccia in giù nella mota dell’inettitudine?

Defilato, non rispondevo a telefonate o mail. M’ero rifugiato nell’East End desolato dell’indecisione. Poi, lentamente, mentre scorrevo con lo sguardo una copia del romanzo che avevo in casa, ecco che al terrore era subentrata un’antica sensazione di piacere. E un’immagine. Quella di un ragazzo con gli occhialetti che doveva percorrere una tratta in treno, preso dalla lettura di un romanzo gioioso come pochi. La giovinezza persa dietro alle lettere non va riscattata, ma persa di nuovo, per riscattarla. Tanto valeva raccogliere tutte quelle parole come Pollicino e vedere se alla fine avrei trovato il me stesso ragazzo. O Pickwick, Dickens in persona. E così lo sventurato aveva risposto di sì. Duecentottantottomilaeduecentottantasei parole dopo, quando mi mancava un solo capitolo per chiudere il lavoro, eccomi a Londra per altri motivi, a gironzolare per luoghi dickensiani, meditando sul banchetto narrativo che avevo appena digerito. Scendevo verso il Tamigi lungo Villiers Street. Poco prima della fermata di Embankment, si apre sulla destra un’arcata buia, dove si sussegue una serie di botteghe poco interessanti che culmina in un pub. Un gruppo di impiegati sbevazzava qualche pinta. Qui sotto si trovava la fabbrica di lucido da scarpe dove per un periodo dell’infanzia – incarnandosi nei suoi personaggi futuri – Dickens lavorò da bambino, perché il padre era finito in prigione per debiti.

Quello dei soldi fu uno degli spettri che più lo tormentò nel corso della vita. Perseguitato dal funesto esempio paterno, lavorò sempre in modo massacrante, in primis per ottemperare agli impegni presi con la pubblicazione a puntate dei romanzi (opere delle quali, spesso, non aveva nemmeno un’idea definitiva: a dimostrazione che la deadline è il più grande carburante creativo che esista) e poi per mantenere la numerosissima prole e un tenore di vita non sperperatore, ma certo godereccio. Ho fatto un paio di svolte e sono arrivato in Buckingham Street, dove Dickens visse da giovane. La casa non c’è più: come nei fumetti, pareva di vedere l’aureola irraggiata dalla scomparsa, l’assenza irragionevole dei quattro muri dove ha scorrazzato il bambino-narratore-di-bambini più prolifico della storia. Restava una bicicletta legata a un palo, senza le ruote, rubate da qualcuno, assenza nell’assenza. Dov’era il mio Pickwick, allora? Dov’è oggi?

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Nonostante le tante edizioni, Pickwick se ne sta sullo scaffale tra i classici come l’impiegato che sonnecchia in metropolitana appoggiato alla massa. Non è certo un libro da recuperare in età matura: quasi relegato all’infanzia, non angustia i sonni di chi non l’ha mai aperto, come Delitto e castigo o Madame Bovary. È un gingillo, una visione incantevole, un ricordo d’infanzia. A dirla tutta, il Circolo Pickwick non è nemmeno un’idea di Dickens. Il libro nacque da un illustratore che propose a un editore di raccontare una serie di avventure a sfondo sportivo. C’era un’idea: bisognava trovare uno scrittore. Tutti rifiutarono, tranne un ragazzo di ventitré anni che aveva scritto solo una serie di bozzetti politici. Pur titubante per varie ragioni – non conosceva bene i luoghi, non era uno sportivo, gli amici lo sconsigliavano essendo una pubblicazione indecorosa che ne avrebbe stroncato le grandi speranze (anni dopo si tolse un sassolone dalla scarpa: «Se avessero o meno ragione, oggi è sotto gli occhi di tutti») – il ragazzo accettò. Becera scrittura di commissione, quindi, ma niente puzza sotto il naso. E così il libro, che raccontava le esilaranti avventure a zonzo per la Gran Bretagna di quattro gentiluomini affiliati a un improbabile circolo di filantropi curiosi, venne venduto a fascicoli, senza nemmeno un piano completo dell’opera, e iniziò subito a vendere. Macché vendere. Di mese in mese raggiunse il successo che conosciamo e ad avviare la carriera di Dickens, facendogli confessare: «Dovessi vivere cent’anni e scrivere tre romanzi all’anno, non riuscirei a essere orgoglioso di nessuno di questi tanto quanto di Pickwick».

Mentre mi allontanavo dal Tamigi, pensavo che di base su Pickwick c’è il solito bla bla bla: il libro – comico, elegiaco, avvincente – è considerato un’opera di preparazione ai grandi capolavori, un romanzo di transizione da quello borghese a quello sociale, un’avventura rocambolesca con echi falstaffiani (si mangia e si beve che è un piacere), un’opera corale sul cameratismo maschile, un libro farsesco costruito su personaggi irresistibili: il poetastro Snodgrass, l’inetto Winkle, il rubacuori Tupman, e il benevolo pasticcione Pickwick. Ma tutto questo ricorda un po’ il triste tacchino di plastica sul tavolo imbandito che si trova in Daughty Street, dove invece una vecchia casa di Dickens c’è ancora ed è diventata un museo. Perché in realtà è qualcosa di più. Per due motivi: uno letterario e uno, be’, direi fisiologico.

In primis va ricordato che il Circolo Pickwick segna l’esordio del più formidabile narratore mai apparso su questo pianeta. Si trattò quindi di una doppia rivelazione, per i lettori inglesi e per se stesso. Dopo alcuni brevi sketches, Dickens scopriva – con sgomento elettrizzato, immaginiamo – di essere nato per raccontare. Con il Circolo Pickwick ci abbeveriamo al primo purissimo zampillo di una sorgente che si sarebbe esaurita solo con la morte. Fin qui, il corpo del testo. Poi, il corpo.  Non vorrei apparire triviale, ma questo libro fornì a Dickens l’agio necessario a sposarsi. Era un’epoca in cui non era facile alleviare gli impulsi, se non ricorrendo ai postriboli. E grazie a questo slancio felicissimo Dickens si coniuga e appaga la sete d’amore. (Tra parti e interruzione di gravidanza, costringe la povera coniuge a un ritmo forsennato, pari solo alla prolificità dei romanzi.) Quindi Pickwick segna l’esordio di Dickens come autore ma anche come padre, coniuge, uomo completo. È un libro che lo porta a se stesso. E così, gironzolando per Covent Garden, in mezzo alle torme di turisti, lì dove un personaggio del libro passa una notte all’addiaccio, pensavo che una delle cose meravigliose di quest’opera permeata di felicità – che avevo intuito mentre cominciavo a guadarla parola per parola – era che, partita come didascalia alle illustrazioni, fosse sfuggita di mano al creatore.

The 200th Anniversary Of The Birth Of Charles Dickens Is Celebrated Throughout The UK

Non solo Dickens incominciò a trascurare le avventure sportive, usurpando il ruolo di guida agli illustratori, ma ignorò perfino i personaggi principali: Pickwick è un romanzo dove, sì, piano piano si affacciano i temi che l’avrebbero reso popolare (miseria, derelitti, affanni), ma soprattutto in cui il ruolo del protagonista mano a mano viene soppiantato – in una lotta di classe tutta letteraria – dal cameriere di Pickwick, ossia Samuel Weller. Il vero protagonista del libro è lui, servo per nulla sciocco, domestico astutissimo ma fedele, vendicatore di torti e protettore del datore di lavoro, figura singolare che racconta la scaltrezza delle classi subalterne davanti alla dabbenaggine un po’ tronfia dei loro padroni. Il cuore del libro è esterno al corpo del libro stesso. È mobile, moderno (non a caso, Dickens è figura di riferimento per Pynchon).

Di conseguenza ogni volta che lo leggiamo assistiamo a una vera epifania in corso d’opera, come se stessimo appollaiati – e chi più di me, lì a sgobbare sul giro di frase – sulle spalle di un gigante e assistessimo al giovane Charles che tutto a un tratto sente di avere trovato qualcosa. E quel qualcosa è il talento, le strade di Londra, l’architettura di una scena comica e di una drammatica, il tratteggio di un sentimento, i primi personaggi tra gli innumerevoli che ne avrebbero affollato lo studiolo (diventando funzioni, idee, proverbi: non occorre aver letto Oliver Twist per sapere chi è)… E tutto questo insieme al pubblico dei lettori. Per questo Pickwick – che è anche un Decameron, in cui tutti quanti si raccontano storie, romanzi in fuga, mille e una notte per allontanare la fine del libro, e nel quale sono conficcate schegge di scrittori coevi che stentiamo ad accostare a Dickens, come Dostoevskij (il racconto dell’attore) o Edgar Allan Poe (il manoscritto di un pazzo) o ancora Kafka (proprio da Casa desolata, prese ispirazione l’autore del Processo) – è un libro freschissimo.

Ma cos’era stato tradurlo, ora che ero quasi arrivato alla fine? Avere mille pagine per casa tanto a lungo è come prendere un cane, ospitare uno zio per mesi, coltivare una pianta. Il libro ti accompagna, si muove dentro e intorno a te, cominci a sentire i personaggi come fratelli. Sorridi all’ennesima gaffe di un pickwickiano con lo sguardo indulgente che riservi all’aneddoto trito dell’amico; ridacchi per le scivolate sul ghiaccio ogniqualvolta ripassi per quella scena; e poi, tutto a un tratto, pensi che quest’uomo – dal fondo del pozzo del tempo del 1837 – è riuscito a smuoverti ancora una volta: ti ha fatto ridere. Dal punto di vista stilistico, Pickwick è una giga linguistica simile a quelle che vengono danzate nel libro, nella quale Dickens usa le virgole come perni, intorno a cui muovere, filare, attorcigliare, far piroettare il giro di frase, che poi a volte in un momento di pausa e di estasi si distende in visioni immacolate di campi o di città, nei quali il pullulare del mondo si ferma come in una veduta settecentesca e tutto acquista splendore e ragione, prima di riprendere la danza della vita.

Eppure a Londra giravo a vuoto. Certo, mi piaceva perdermi nel dedalo dei luoghi. Risalivo, come con le parole. Riscendevo, come nei paragrafi. Dickens era elusivo, sfuggente. Si era parcellizzato per Londra: landmark a ogni dove, ma nessuna traccia. Sono sfilato davanti alla sede del suo giornale e alla chiesa dove si sposarono i suoi genitori. Poco più in là, in un angolo nascosto ci sono i resti di alcuni bagni romani dove Dickens andava a farsi un tuffo. La luce era rotta, il vicolo era deserto: più facile trovare qualcuno a offrirmi del crack, che uno spettro tanto distante. Scrooge, la nuova droga che fa strippare i giovani tirchi.

Mi sono diretto a nord. Il cielo era coperto. Passeggiavo per Lincoln’s Inn. Al centro del Circolo Pickwick c’è una causa legale, uno degli episodi più esilaranti. Qui girano i duplicati dei tanti studenti scalcagnati che occupano le sue pagine. Ma Dickens in verità ne ha per tutti. Non c’è una categoria che si salvi: medici, avvocati, giudici, letterati, politici, giornalisti. Ogni corporazione è ridicolizzata. I pilastri della società sono divorati dai tarli e non si vergognano a ostentarli. E proprio lì vicino Dickens al lavoro per uno studio legale si divertiva a fare scherzi a chi transitava sotto. La finestra è lì: forse il suo fantasma lancia ancora qualche nocciolo di ciliegia ai passanti. Ma è dietro Fleet Street che c’è forse uno dei suoi luoghi più belli. Attraversi un passaggio angusto e arrivi in un cortile. Qui c’era la sede di una rivista, dove a tarda sera, trepidante come tutti noi, Charles Dickens entrò a passo lento e lasciò cadere nella buca uno dei primi racconti. Plic. La prima goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso. In quel momento ho sentito i passi: era un tizio con lo zaino che tornava a casa e ha guastato tutto. Nemmeno vendeva il crack.

Famous Shop

Meglio berci sopra. Mi sono diretto al pub che bazzicava Dickens: un buco tetro e mezzo vuoto. Mentre rimuginavo sulla traduzione con una pinta, ho notato un vecchio con gli occhialini, seduto davanti a un giornale, che mi fissava. Ogni tanto distoglievo lo sguardo e quando li rialzavo ecco che lo ritrovavo a fissarmi. M’è venuto da ridere, poi ho provato disagio. Era insistente, torvo, comico. Che fosse davvero lo spettro di Pickwick a squadrarmi? L’avevo trovato? «Credi di avermi reso giustizia?» Il padrone s’è sentito in dovere di rassicurarmi. Era un innocuo pazzo che bazzicava il locale. Una volta fuori, sono passato dal ristorante dove Dickens veniva a mangiare. Non mi hanno voluto fare accedere alla saletta che l’aveva ospitato. «Nemmeno una sbirciatina? Sto traducendo un capolavoro!» Il maître mi ha fissato. Lui inamovibile, io amovibile. Ma in fondo la tentazione era quella di entrare in ogni luogo pubblico e chiedere: «Mi scusi, è qui la sede del Pickwick?».

Il circolo è un’accolita di poeti velleitari, sportivi millantatori, tronfi studiosi incapaci di distinguere un reperto antico da una pietra qualsiasi, talmente fiduciosi nel prossimo e incuriositi dall’umanità da lasciarsi abbindolare da ogni truffatore di passaggio. I pickwickiani hanno qualcosa dell’idiozia di Bouvard e Pécuchet, ma lo sguardo di Dickens, simile a quello di Cervantes per il proprio eroe, è più tenero. Eroi, antieroi, pagliacci orgogliosi. Tutti quanti, d’altro canto, siamo lì. Pickwick era una trasmissione televisiva curata da Alessandro Baricco. Pickwick è una casa editrice italiana. A Pickwick fanno riferimento innumerevoli account. È diventato sinonimo di letteratura, ma anche di un’umanità spaesata, risibile. Gli impiegati davanti al pub, il vecchio che mi fissava, gli studenti svogliati, il panzone rubizzo che in un altro pub stava approcciando una ragazza con invenzioni improbabili: “It was not my blood uncle, but when I was still a child…” Il ragazzino con gli occhialini che leggeva in treno. Il traduttore pavido. Io, io, io. Orgogliosi, creduloni, impettiti: il Circolo Pickwick siamo noi. E allora, rincasando, mi sono imbattuto nella targa. «In questo punto il 5 settembre del 1782 non è successo nulla». Un simil-Banksy per citrulli pickwickiani come me. Già. Qui non c’è nulla e ci siamo tutti.

Di ritorno a Milano, sono andato in biblioteca e ho tradotto l’ultimo capitolo, che mi ero lasciato da parte, con quella visione tersa, toccante, perfetta: «Lasciamo allora il nostro vecchio amico in uno di quei momenti di felicità pura, che, a guardar bene, arrivano sempre prima o poi a rallegrare la nostra fuggevole esistenza su questo pianeta. Gravano ombre cupe sulla Terra, ma proprio per contrasto le luci diventano più intense. Alcuni uomini, come pipistrelli o gufi, vedono meglio al buio che alla luce. Noi, che non godiamo di simili capacità visive, preferiamo lanciare l’ultimo sguardo di commiato ai visionari compagni di tante ore solitarie, nel momento in cui la transitoria luce del sole risplende ancora con forza su di loro». La consegna era prevista a fine anno. Volevo spedire il malloppo il 24 dicembre.

In quel momento ho pensato che avevo sempre visto quello del traduttore come un mestiere artigianale, uno sgobbo un po’ filologico un po’ estroso, ma sempre umile, intorno alle parole altrui. È una pratica di devozione che a volte è frustrante (essere l’ombra, il doppio, l’amante nascosto tra l’autore e il lettore, felicemente coniugati), e che in molti casi – tra la paura dell’errore, l’ansia della consegna, l’esiguità del compenso – diventa nevrosi. Eppure di tanto in tanto accade ancora di ricordarsi che attraversare le parole di qualcuno significa percepirne il respiro, il passo, lo sguardo. Le parole non appartengono a se stesse, ma a chi le usa. Certo, che non mi sia capitato con certi libri dozzinali è comprensibile, ma lì per la prima volta ho capito che la lingua scritta parla, che c’è un fiato misterioso aleggiante tra i grafemi e ho ricordato che in un certo pomeriggio, mentre traducevo una certa scena e un personaggio posava uno sguardo su una coltre di neve, ecco lì a un tratto avevo alzato la testa dal computer e percepito una presenza tenue, lontanissima, quasi inattingibile.

La voce di Charles Dickens era un filo teso attraverso il tempo e lo spazio che avevo avuto il privilegio di reggere a un capo per un po’, prima di sentirlo svanire. Mi sono guardato intorno. La biblioteca era vuota. Girare per Londra non era servito. Il varco era qui. Duecentottantottomilaeduecentottantasei parole. «In questo punto il 24 dicembre del 2015 il traduttore ha schiacciato invio». È successo qualcosa? Non è successo nulla? Forse ricordo male, ma mi piace pensare che un attimo dopo abbia cominciato a nevicare.

 

Foto Getty
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