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Cinquanta sfumature di Spinaceto

Una giornata alla Rome BDSM Conference 2015, il Bilderberg del sesso non penetrativo, tenutosi a Spinaceto. Dove lo scrittore e inviato è un Vanilla (profano) e si districa tra correnti minoritarie o maggioritarie, falchi e colombe, dalemiani e salviniani del bondage, del fetish e di altre cose come "cock torturation".

«Beh ma Spinaceto pensavo peggio, non è per niente male» dice Nanni Moretti scappando con la Vespa da questa edilizia suburbana romana anni Sessanta; eppure qui, a Spinaceto – «ma di dove sei, di Spinaceto?», sempre in Caro Diario, si tiene questa primaria “Rome BDSM Conference 2015”, cioè una specie di Bilderberg del sesso non penetrativo, dove l’acronimo complicato raggruppa bondage, disciplina, sadismo e masochismo. Si arriva subito (cioè, subito mica tanto, si percorre tutta la Cristoforo Colombo di sabato, col traffico, si passa la Nuvola di Fuksas che sembra sempre più un tonno o squalone di Damien Hirst nel suo plexiglass, si fa l’inizio della via del Mare, e insomma il percorso ormai celebre-Isis, al contrario). Poi finalmente Spinaceto, in un hotel Mercure di cemento armato, con pullmini di giapponesi. E un Fiat Ducato fuori parcheggiato, di fornitori di «Ultimate bondage». Si scende di sotto, nell’universo moquettato e ottonato da quattro stelle,  ed ecco il banco accrediti di questa BDSM conference. Si compila un modulo (nome, cognome, sesso – Maschio-Femmina-Trans), si indossa un braccialetto e si entra. Oggi (sabato) è il secondo giorno di questa fondamentale conferenza internazionale e si è arrivati un po’ tardi, ci si affretta quindi  in questo corridoione dove sono esposte, come da Eataly o all’Unieuro, articoli in promozione, anche manufatti molto fantasiosi: c’è uno stand “Bdsm Utopia” che vende dildo e plug di acciaio inox e un – come definirlo  – copri pene, in duplice versione, pieno o in filo di ferro,  tipo gabbietta del canarino Titti o portafrutta d’epoca Alessi, con pratico lucchetto (e se si perde la chiave?).

Un’altra dice: «Dai, mettigli quello più grosso». «Dai, fagli più male!». E a quel punto si capisce che sul tavolino, a gambe bene aperte, e niente addosso, c’è un ragazzotto molto orgoglioso con tutte queste sciure intorno.

Lo stesso stand di questo signore inglese vende anche pratici gatti a nove code, con diverse impugnature di fogge tra le più fantasiose, e poi degli imbutoni di plastica nera con tubi collegati, che fanno un po’ paura. Però non c’è tempo adesso per il merchandising, perché ci sono tutti i workshop da seguire, tutti in contemporanea nelle varie sale “Adriano”, “Romolo”, “Remo”, e tanti altri imperatori. Entro nella prima, e un crocchio di signore molto in carne, e – ma solo alcune – vestite di pelle nera, fanno dei commenti bonari. «Devi prendere quello da 19», sta dicendo una; «spostalo un po’ più a destra», dice un’altra. «Meglio quello più sottile», una terza. L’insegnante ha dei guanti di lattice bianchi, è inglese, sembra che stia rimestando una pasta come per fare delle tagliatelle. Le discenti hanno tutte un accento del nord Italia,  e sembra di essere a una di quelle lezioni di pane a lievitazione naturale a cui va mia madre, con la pasta madre. Poi c’è una signorina molto giovane con vestitino a fiori e occhiali scuri, che prende nota su un blocchetto, con un fidanzato che le cinge le spalle.  Invece poi un’altra dice: «Dai, mettigli quello più grosso». «Dai, fagli più male!». E a quel punto si capisce che sul tavolino da infermeria, a gambe bene aperte, e niente addosso, c’è un ragazzotto molto orgoglioso con tutte queste sciure intorno. La signorina inglese gli sta inserendo un amo da pesca nello scroto, lui si appoggia a una signorona in latex che gli tiene la mano. La signorina gli conficca questo amo nelle palle e lui è molto tranquillo, anche abbastanza soddisfatto, e qui io dico: ma non ti fa male? E a quel punto tutti mi guardano naturalmente malissimo, come dire “è arrivato”, e una signorotta del Nord dice: «Eh, poi voi ci avete tutti questa fobia degli aghi, mamma mia! Gli aghi non fanno mica male, lo sanno tutti. Fanno molto più male le frustate». E a quel punto dice al ragazzo di mostrare la schiena e lui orgoglioso mostra dei segni ancora un po’ rossi della sera prima.

«Noi» comunque, imparo subito, siamo i «Vanilla», cioè tipo i normali, quelli del «sesso penetrativo», come mi spiega poi una mistress. Le mistress sono queste signorone che si aggirano, sono le femmine master, giustamente, hanno una tipologia abbastanza precisa: minigonne di pelle, culo molto basso, diciamo nessun timore del carboidrato né soggezione della bilancia. Capello possibilmente nero, un po’ unto. Così è la mistress che tiene la mano al ragazzo (belloccio, ventenne, lei ne avrà cinquanta) e gli dice: «Amò, la vuoi la tetta?» e lui dice che no, grazie, non vuole la tetta questa volta (cioè lei gli infila la tetta in bocca per distrarlo durante questi esercizi di “CBT” – cioè cock and ball torturation, si apprende).

«Qui non ci sono discriminazioni, non si guarda al grasso e al magro; io ho avuto uno slave di vent’anni di meno» mi dice invece un’altra mistress però invece longilinea, e guardando le sue colleghe più tondeggianti dunque scaccio un pensiero molto sessista, che queste con la scusa di aghi e fruste “ce marcino”.

Noi Vanilla siamo molto disprezzati, siamo considerati tipo ragionieri del catasto, qui. C’è un cartello con scritto «Fate attenzione ai Vanilla. Non dategli le 50 sfumature da mangiare».

Mentre faccio i miei pensieri sessisti, «vuoi provare?» mi dice una di queste mistress non magre, e io ringrazio e declino cortesemente. Per me, ami da pesca nelle palle, anche no, oggi. «Siete tutti paurosi», risponde lei. Insomma noi Vanilla siamo molto disprezzati, siamo considerati tipo ragionieri del catasto, qui. C’è un cartello con scritto «Fate attenzione ai Vanilla. Non dategli  le 50 sfumature da mangiare». Qui tutti vituperano molto non solo noi penetrativi ma anche il film, lo considerano roba da dilettanti, un’intrusione cialtrona in un mondo, il loro, che col sesso e con la coppia tradizionali ha poco a che fare.

Umiliato, esco dalla sala Remo, senza finire la dimostrazione (nel frattempo, all’amo del ragazzo è stato applicato un filo, col quale si può portarlo un po’ in giro); compilo il modulo obbligatorio di valutazione, rispondo a quesiti come “come hai trovato la lezione”, “vorresti partecipare ad altre dello stesso tipo”, come no, rifiuto una siringa con ago che viene gentilmente offerta in omaggio come gadget a tutti i partecipanti, e mi dirigo verso il prossimo workshop, sul feticismo del piede.

Qui, tiene banco una coppia di signori celebri nell’ambiente, Franca Kodi e Franco Vichi. Fondatori di una primaria rivista del settore, Il Feticista, sottotitolo «la rivista che parte dai piedi», dieci euro e purtroppo pubblicazioni sospese, a causa della crisi dell’editoria. Non prendeva i contributi pubblici, si vede. Come il Fatto Quotidiano. Vichi spiega che il suo trimestrale ha avuto un grande successo, partendo anche da un giornale primigenio, Calcantibus; e che però Il Feticista è un po’ un’altra cosa. La cifra stilistica della casa, mi spiega Vichi, è «il feticismo glamour». Calcantibus, spiega Vichi «era una roba un po’ più da masochisti», insomma solo per chi ama falsi calpestare, immagino. Il Feticista è per chi ama la donna innanzitutto esteticamente, perché il feticista è un esteta, «un collezionista». (Quindi un po’ la differenza tra l’Unità e il Riformista, forse, penso).

Comunque ci sono delle copie di questo Feticista in esposizione. Tutte con signorine discinte coi piedi in primo piano. Nomi fantasiosi, una “Asia D’Argento”; una Marisa Mantero «con una pianta larga e carnosa», e piedi sporchissimi, tutti atout, mi spiegano, nel settore. Franca Kodi, una signora bionda che sembra un po’ Marina di Savoia, fa una specie di appello: «Chi c’è di masochista in questa stanza?» e non risponde nessuno. «Feticisti?», allora alza la mano un ragazzo molto giovane e timido, e si passa a una discussione sui migliori piedi nella storia: benissimo Marylin Monroe, che però se li era fatti notoriamente rifare; bene anche Aida Yespica; malissimo Belèn, che qui tutti detestano, non si sa perché, dicono «per carità!»; «meglio i trans della Cristoforo Colombo!».

C’è una coppia di signori celebri nell’ambiente, fondatori di una primaria rivista del settore, Il Feticista, sottotitolo “la rivista che parte dai piedi”, dieci euro e purtroppo pubblicazioni sospese, a causa della crisi dell’editoria. Non prendeva i contributi pubblici, come il Fatto Quotidiano.

Vichi e Kodi sono anche un po’ complottisti, forse sono una falange grillina in seno al movimento BDSM, e a un certo punto parlano di «un chiaro complotto dei governi per abbattere la femminilità delle donne»; complotto a base di sneakers, che equiparano e omologano i sessi, e di «tailleur marroni e grigi» che hanno come obiettivo sterilizzare la sessualità femminile. Sorge anche un dibattito: una lady T («come Elisabetta Tudor») prende la parola. Qui tutti hanno un badge col nome al collo, e molti hanno uno pseudonimo. Lady T è del nord, di Laveno, fa l’insegnante, ha una sessantina d’anni, è tutta in pelle e latex, e dice orgogliosa di essere una mistress, di possedere duecento paia di scarpe e quaranta di stivali. È forse in quota Salvini, o NCD, dice «le mie scarpe io non le faccio lucidare neanche da…» e io penso: «dalla colf», ma si vede che sono proprio un Vanilla, e lei dice «dai miei schiavi».

La mistress in quota Salvini si accapiglia subito non con i feticisti grillini, bensì con un’altra mistress diciamo in quota PD. Si chiama lady Ice o qualcosa del genere, e sta facendo tutto un discorso molto femminista anche giusto sul fatto che non è che si può andare sempre in giro col tacco 15, il latex e il frustino, non è mica comodo; e tutti le danno addosso, tipo «venduta!», «lei rappresenta proprio quello che noi vogliamo abbattere! Le hanno inculcato queste fandonie, della donna che per lavorare deve sentirsi comoda! Così uccide la sua femminilità» le dicono i feticisti grillini, e insomma sostengono che la donna dovrebbe andare in giro sempre smandrappata e soprattutto coi piedi di fuori.

Franca Cody le dice anche «eh, io le conosco quelle come lei! Cosa crede, io ho un passato di sinistra, me le ricordo. Senza trucco, col capello sfibrato, mai il balsamo. Facevo teatro impegnato, io» (poi è diventata una star nel settore dei porno-fetish, altro che svolta della Bolognina). E lady T fa un gesto con la mano: «Ah, le donne di sinistra. Gli angeli del ciclostile. Buongiorno».

Lady Ice-Boldrini si incazza proprio, e giustamente, e dice che «non si può andare in giro conciate solo per compiacere i maschi», e io tifo per lei. Poi però mi accorgo che era la stessa mistress che nel precedente workshop urlava «mettigli l’amo da 19!».

Lady Ice-Pd si inalbera: «Vergognatevi, se questo è quello che voi considerate la donna!» E poi cita le donne pilote, e le donne militari, e quelli rincarano la dose. «Ma se sei un  militare sei un militare, non sei una donna». E Franco Vichi, feticista dell’uniforme, racconta degli anni d’oro in cui la Polizia di Roma Capitale, quando non si chiamava ancora così, aveva però vigilesse con divise molto sinuose, e lui si faceva fare molte infrazioni apposta. Lady Ice-Boldrini si incazza proprio, e giustamente, e dice che «non si può andare in giro conciate solo per compiacere i maschi», e io tifo per lei. Poi però mi accorgo che era la stessa mistress che nel precedente workshop urlava «mettigli l’amo da 19! Fagli più male! Uh, che bello, esce il sangue», e rimango un attimo perplesso. Forse è una corrente dalemiana del BDSM.

Poi finiscono i workshop, si è fatto tardi; si sono persi quello di “uretral play”, quello di pissing I (per principianti), il cockbondage, il “Facesitting e smothering” e la classe di sutura. Però tra poco c’è il party! Ogni sera infatti c’è una festa, avevo letto sull’invito, e io avevo fatto la prima figuraccia quando ho detto: ah, come funziona, c’è musica, si balla? La signorina all’ingresso mi dice: non si balla. Si gioca. Quindi salgono anche le aspettative. Però alle 22, ora di inizio del party, l’atmosfera è ancora un po’ spenta, non si respira molto erotismo, forse complice la location alberghiera “a Spinaceto”, le architetture: sembra un grande container moquettato, la new town dell’Aquila, in versione quattro stelle, con finti ficus. I partecipanti alla conferenza nel frattempo si sono cambiati di latex, hanno partecipato alla cena sociale (trenta euro), han preso fruste e attrezzini.

Nei vari saloni ci sono performance tematiche: in una grande sala dove un signore fa una cosa col sigaro a degli altri signori, però non si può fumare. C’è uno stanzone pieno di giapponesine, vestite da geishe o da studentesse, e quelle però si occupano solo di bondage, con dei gabbioni tipo torture Isis o quadro svedese, e le giapponesine mistress annodano certe giapponesine slave, come delle caciottine, con delle procedure di insaccaggio lunghissime, e poi le tengono sospese a mezz’aria, e lì, mentre planano,  l’insaccante dà delle pacche sulle mutandine all’insaccata, e questa fa degli “ah, ah” sottovoce; godendo forse tantissimo. Intanto rincontro lady T, la mistress in quota NCD, che dice guardando le scamorzine: «A me il bondage non mi dice proprio niente. Cioè, quando ce l’hai lì così legata, se almeno non la frusti, non capisco cosa si provi».

Allora passiamo a un salone molto Game of Thrones, con la ruota medievale, dove una signorina in latex rosso vien un po’ allungata e un signore in smoking le dà anche lui delle bottarelle sulla mutanda. C’è poi un angolo solletico, con una signorina inchiavardata su un trespolo mentre solleticatori esperti  le passano degli spazzolini elettrici tipo Braun sulle piante dei piedi. In un altro angolo ci sono due culone giovani incaprettate di spalle, nude, e uno scudisciatore che alterna frustini e gatto a nove code, con dei colpi in aria e altri proprio sulle carni. Lui ha gli occhiali, un grembiule di pelle, sembra il Piotta.

Lady T valuta professionalmente e dice, «eh, questo è bravissimo, guarda come rotea la frusta», e in effetti il Piotta fa tutto un crescendo, alternanza di colpetti leggeri e di frustate proprio sanguinolente (le culone sono entusiaste). Ci spostiamo, c’è una signora inglese anche in età, con le tette di fuori, che si fa dare delle piccole scariche elettriche da un uncino che fa dei “bzz”, “bzz”; come quegli attrezzi per friggere e sconfiggere le zanzare nelle trattorie d’estate. Un’altra gentildonna invece paonazza si sta facendo soffocare molto professionalmente con un sacchetto di nylon che si gonfia e si sgonfia e si appanna. Poi si sentono dei pum! Pum!, tipo pop corn, quando il soffocatore buca il sacchetto.

Però, poi, dopo, si fan tutti delle gran coccole. L’elettrificata prende carezzine sul musino dal suo elettrificatore; la soffocata dal suo soffocatore dei pat-pat, cianotica e felice. Tutte le varie frustate, dolcissime coi loro frustatori esausti. «È l’after care», dice lady T. «Cioè mica li lasci lì così, dopo». Cioè, tanti abbraccini e abbraccioni dopo i supplizi, e pare che siano momenti di affetto vero e di meravigliosa vicinanza. Cioè, praticamente, le coccole dopo il sesso, senza il sesso.

Lady T. naturalmente non è d’accordo, dice che loro godono tantissimo, molto di più di noi poveri Vanilla, che «vengon fuori le endorfine», che è una cosa «di testa», e però a un Vanilla medio riflessivo pare forse un esagerato esborso di tempo, oltre che di sforzi organizzativi, comprare fruste e collari, fare scelte di campo ponderate (essere slave, master o switch, cioè intercambiabile?). Già la vita è complicata. Però lady T dice che assolutamente «non c’è paragone», e mentre le si vorrebbero chiedere altre spiegazioni, lei punta un ragazzo sui vent’anni, tutto vestito da gattone tipo Garfield, con una calza a rete e il culo di fuori, e una coda di peluche, che gira per i corridoi miagolando (ma chi sarà, cosa farà nella vita, dove avrà comprato il costume da gattone). Lo chiama e gli ordina di fermarsi, «uè, ti, vieni qua». Lui obbedisce, si appoggia al muro, si mette in posizione, fa le fusa, lei gli dà un sacco di frustate, e poi per soprammercato lo sculaccia anche sul culino. Dopo non gli fa neanche le coccole. E però tutti e due, per un attimo, paiono effettivamente assai felici, qui a Spinaceto.
 

Nell’immagine in evidenza, un frame (più tette) di Caro diario. Le immagini del testo sono state scattate al DomCon di Los Angeles, nel 2013. David McNew/Getty Images

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