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Arte e terapia

Visitare una mostra particolare ospitata da un museo olandese come punto di partenza per una riflessione filosofica sull'utilità dell'arte, sul suo ruolo e sull'esperienza (soggettiva?) dell'opera artistica.

Leggere una stroncatura mi dà sempre un brivido del quale non sono particolarmente orgoglioso, ma che forse è sano. Giudicherete voi. Dunque: qualche tempo fa ho letto sul Guardian una recensione della “mostra” “Art is Therapy” al Rijksmuseum di Amsterdam, curata dal filosofo inglese Alan de Botton e dallo storico dell’arte John Armstrong – autori del (quasi) omonimo Art as Therapy, uscito per Phaidon l’anno scorso. Le virgolette non sono sprezzanti, semplicemente più che una mostra vera e propria l’intervento dei due consiste in una sorta di commento, a lato della collezione preesistente del prestigioso museo olandese. L’hanno fatto sotto forma di audio-guida e, soprattutto, tramite una serie di post-it giganti (idea della designer olandese Irma Boom, che si è occupata del display) appiccicati un po’ ovunque, dall’entrata fino al fiore all’occhiello del Rijks, la Ronda di notte di Rembrandt.

L’autore dell’articolo, Adrian Searle, non solo non apprezza l’invadenza dei suddetti post-it, ma critica senza mezzi termini la banalità generale dei commenti, il tono «petulante» dei curatori e un po’ tutto il concetto generale di auto-aiuto implicato dal titolo. Gli aggettivi usati nel pezzo sono pesantucci e, come chi raschia il fondo di RottenTomatoes per organizzare una serata film trash, il brividino dentro di me ha iniziato a farsi sentire. In linea di principio ero d’accordo con Searle, ma ero comunque un po’ combattuto: da un lato volevo che la mostra fosse davvero imbarazzante, che mi lasciasse senza alcun motivo di redimerla, dall’altro quando guardavo i cartoni animati da piccolo tifavo sempre per i cattivi, e volevo capire se questa volta i curatori erano Will E. Coyote oppure Beep Beep.

Sono andato al Rijks, che è il museo più famoso d’Olanda e contiene non solo quadri dei più noti pittori nazionali, ma anche svariati oggetti antichi provenienti da varie parti del mondo. Il contesto è quanto di più mainstream ci possa essere, quel tipo di museo dove tante volte vieni trascinato anche se non ne hai voglia, ma è così grande e storicamente rilevante che è facile che ci torni, per un motivo o per l’altro.

«Non esiste arte che sia grandiosa di per sé, ma solo arte che funziona per te. Non avere paura di chiedere all’arte di far succedere delle cose».

L’idea alla base di Art is Therapy è espressa in modo cristallino in uno dei primi post-it, prima ancora di superare i guardaroba. Dice: «Non esiste arte che sia grandiosa di per sé, ma solo arte che funziona per te. Non avere paura di chiedere all’arte di far succedere delle cose». Un altro post-it, sempre tra i primi, recita: «Il protagonista di questo tour non è l’arte, ma sei tu: le tue speranze, le tue delusioni, il tuo dolore e i tuoi desideri – sui quali l’arte può dire cose specifiche e, a volte, utili».

Sono dell’idea che, nella maggior parte dei casi, chiunque ti prometta di mettere te al centro di tutto ti sta a) prendendo per il culo, o b) cercando di vendere qualcosa. Se il biglietto l’hai già comprato (o, nel mio caso, hai versato l’obolo mensile per la Museum Card), trovarti di fronte l’annuncio dei curatori suona più come la prima.

Dopo un’oretta e mezza a leggere fogli gialli disseminati tra vasi cinesi, dagherrotipi e dipinti di Jan Steen e soci, le considerazioni nella mia testa erano molte, e contrastanti. Innanzitutto, dovete sapere che ogni post-it contiene un testo esplicativo e una “malattia” relativa, che l’opera in questione – in combinazione con la spiegazione dei curatori – dovrebbe contribuire a guarire, o quantomeno ad accettare. Le malattie vanno dalla semplice tristezza al fatto di essere persone insistenti, dall’insicurezza al pregiudizio nei confronti delle cose belle. La didascalia della Ronda di notte spiega come essere in una folla sia qualcosa di positivo, una nozione controintuitiva per chi si trova in quella stanza normalmente sovraffollata, ma tutto sommato condivisibile. I macro-temi delle “malattie” sono relativamente pochi, a dire la verità: molte variazioni sulla solitudine, diverse declinazioni anche di “voglio sapere in che anno è stato fatto questo quadro”, secondo De Botton un male terribile e comune alla maggior parte dei visitatori che non sono lui.

In generale, sia il concetto di male che di cura sono così comprensivi da risultare inafferrabili, a volte al limite del ridicolo. Non ha tutti i torti Searle, infatti, quando cita la stanza dei dagherrotipi come un esempio della superficialità di De Botton: di fronte a delle vecchissime foto, il filosofo fa notare come «potrebbe venirti da piangere» perché le persone ritratte «sono tutte morte». Del resto, pilotare la reazione emotiva del visitatore del Rijks tramite esercizi retorici è un’operazione piuttosto condiscendente. Un esempio dell’approccio del curatore: intervistato dal New Yorker in occasione dell’uscita del libro citato in apertura, De Botton si aggirava per il Frick della Grande Mela contemplando i turisti e il loro rapporto con le opere esposte, facendo notare come queste «non fanno assolutamente niente» per la gente che li guarda – nozione desunta unicamente non da sorprendenti doti telepatiche, ma dall’osservazione casuale di alcuni sbadigliatori, probabilmente esausti per fattori indipendenti dal loro livello di empatia con i quadri.

Non sarebbe così facile fare ironia sul curatore di Art is Therapy se questi non fosse così concentrato sul discorso – a suo dire soggettivo – dell’utilità. Il ruolo dell’arte nella società contemporanea è diventato un tema sempre più caldo negli ultimi anni: di fronte a fondi tagliati brutalmente, paesi come l’Olanda hanno dovuto rinunciare a istituzioni validissime in nome di priorità economiche, mentre in Germania si è molto discusso il libro Der Kulturinfarkt, un invito a investire meno e “meglio” nell’infrastruttura culturale del paese. Ma il fondatore della School of Life di Londra (sì, si chiama così) non rientra assolutamente in questo filone problematico, bensì nella tradizione dei tanti intellettuali che si sono occupati del valore dell’opera d’arte – in senso lato – nel corso della storia.

De Botton sostiene che, più o meno dalla metà del XX secolo, i musei siano diventati le nuove chiese, e che bisogna quindi aspettarsi la stessa energia redentrice e ispiratrice dall’arte esposta nelle loro stanze. E, come un prete che faccia una sermone, il curatore compila didascalie esplicative su quale sia, in effetti, questo potenziale emancipatore. Personalmente mi fa un po’ strano che qualcuno debba sbracciarsi per spiegare opere figurative e ampiamente sdoganate per il proprio carattere “universale”, oppure oggetti di antiquariato come vasi e librerie che, (prima di diventare esempi di quanto sia sbagliato vergognarci di amarne i fronzoli) hanno sempre servito uno scopo molto pratico. L’arte che il filosofo commenta è, in gran parte, piuttosto diretta già di per sé – o perlomeno già contestualizzata altrove a livello storico, ambito raramente approfondito in questa mostra. E poi, se sta a noi decidere cosa ci dice un’opera, è davvero necessario prenderci per mano in questo modo?

Consideriamo allora lo scopo dell’intervento stesso. Per certi versi, sembrerebbe proprio che i curatori pretendano di cambiare l’attitudine degli spettatori, che potrebbero non essere così ottenebrati da un’ossessione storiografico-accademica come pensano loro. Anzi, per esperienza personale, le persone senza background artistico hanno spesso un modo di relazionarsi alle opere più diretto ed empatico rispetto a chi ne scrive regolarmente. Per tanti, il “cosa può fare l’arte per me” è quindi già un fattore intrinseco all’esperienza museale.

De Botton sostiene che, più o meno dalla metà del XX secolo, i musei siano diventati le nuove chiese, e che bisogna quindi aspettarsi la stessa energia redentrice e ispiratrice dall’arte esposta nelle loro stanze.

Se invece De Botton e Armstrong sono davvero interessati a cambiare il modo in cui i musei stessi vedono le proprie collezioni, adottando per esempio una divisione per temi piuttosto che per periodi storici, allora forse il discorso non è così stupido – o non lo sarebbe se escludessimo dal discorso tutte le istituzioni che presentano le proprie collezioni anche in mostre temporanee, che non sono certo cosa nuova. Insomma, per una mostra basata sul motto “a cosa serve”, non si capisce bene “a chi” serva.

D’altro canto, mentirei se non ammettessi di condividere alcune delle idee di De Botton. Quando scrivo di arte cerco sempre di trovare qualcosa di positivo, di mettermi in un’ottica che funzioni quantomeno per me, anche se non è necessariamente rispettosa del background dell’artista. Inoltre, essendo io uno che un po’ snobba l’arte classica e figurativa, personalmente vedo il suo punto di vista come un incoraggiamento a stabilirci un rapporto che vada oltre una frettolosa contestualizzazione. E in fin dei conti, il messaggio finale – o iniziale – della mostra è condivisibile e non del tutto banale: il filosofo dice di voler trasmettere alla gente l’amore per le stesse cose che gli artisti amano, non solo l’amore per gli artisti stessi. Se uno ha in mente questa missione demistificatrice (forse impossibile: come lo sai cosa amava un artista del 1600?), bisogna farlo nel luogo più autorevole possibile.

Da laureato all’accademia di belle arti, con tanti altri ho passato interminabili aperitivi in Brera o in appartamenti poco arredati a discutere su cosa l’arte sia, su cosa l’arte debba fare. Oggi sono dell’idea che discutere di questi temi sia un po’ come l’arte stessa. E se mi chiedete lo scopo vi rispondo con un’altra domanda: a cosa serve mettere il parmigiano sulla pasta al sugo? Appunto.

 

Nell’immagine in evidenza: due visitatori del Rijksmuseum di Amsterdam osservano un quadro di Rembrandt.

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