Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Sperimentazione, idee, editoria

Artista, editore, mentore. Impossibile definire AA Bronson con un solo appellativo. Ma anche due, tre o quattro attributi non sembrano aiutare un granché. Hai come la costante impressione che stai tralasciando qualcosa di fondamentale: ogni tentativo di “incasellarlo” sembra destinato in qualche modo a fallire. Una cosa è certa, AA Bronson è una di quelle persone con cui non smetteresti mai di parlare. Lunga barba bianca, sguardo magnetico, fronte dolcemente segnata dal tempo, ha l’aspetto del saggio e il fare del filosofo di stampo socratico: mai spocchioso e saccente, ma con l’umiltà di colui che sa di non sapere (nonostante ne sappia invece tantissimo).
Classe 1946, Michael Tims all’anagrafe, è l’unico sopravvissuto del collettivo nato a Toronto nel ’69, General Idea, formato da lui, Felix Partz e Jorge Zontal, e a cui il Musée d’Art moderne de la Ville de Paris dedica la prima retrospettiva in mostra fino al 30 di Aprile. Ma la figura di AA Bronson è anche un tutt’uno con il mondo del publishing indie: ha fondato il NY Art Book Fair che si svolge al PS1 dal 2006 e per anni ha avuto in mano la direzione dello storico Printed Matter.

Come ha avuto inizio General Idea?
General Idea è stato il prodotto di una felice coincidenza. Ci incontrammo finita la scuola grazie a un’amica in comune, Mimi, che per risparmiare un po’ sull’affitto ci invitò a vivere in casa sua a Toronto. Si trattava di un edificio particolare, ubicato in una via che un tempo era una delle arterie principali dello shopping in città, ma poi tutti avevano chiuso bottega e si erano spostati altrove. Da spazio commerciale la struttura era stata quindi riconvertita in residenziale, mantenendo però le sembianze del negozio. Quando ci trasferimmo in quella casa eravamo tutti disoccupati, avevamo tempo da perdere, e iniziammo così ogni notte ad andare in giro a raccogliere oggetti dalla spazzatura, tra gli scarti dei vicini o tra le cose che la gente abbandonava per strada. Poi, con il materiale raccolto, ci divertivamo a creare delle vere e proprie finte-vetrine nella nostra casa-negozio. Ad esempio un giorno trovammo tantissime scatole di romanzi rosa sulle infermiere, e con quelli aprimmo una finta-libreria. Ovviamente non era realmente aperta al pubblico: avevamo solo allestito le vetrine a tema e appeso un cartello sulla porta con su scritto “torno tra 5 minuti”. Vivevamo accanto a un residence per infermiere, quindi era divertentissimo osservarle di nascosto mentre si soffermavano a guardare tutti questi libri romantici in cui loro erano le sole e uniche protagoniste. Per un anno non facemmo altro che dedicarci a questo tipo di progetti e a un certo punto era girata talmente tanto la voce che la gente iniziò a invitarci a esibirci o a lavorare su vari progetti. Il primo di questi che ebbe luogo in una galleria fu intitolato General Idea, e divenne il nome del gruppo. Era il ’69 e fino al ’94 abbiamo vissuto e lavorato insieme, 25 anni in totale.

Come mai per così tanto tempo?
Nel ’71, dopo due anni di convivenza, mettemmo in atto una performance chiamata “The 1971 Miss General Idea Pageant”. Allora prendemmo l’impegno di vivere insieme fino al 1984, data in cui pensavamo avrebbe avuto luogo la nostra successiva importante performance.

Perché proprio l’anno 1984?
Per via del libro di George Orwell, 1984, che simboleggiava il futuro. Nel ’69-’70 sembrava una data così distante, come se non potesse mai arrivare. Lontana nel tempo. Ma prima che ce ne potessimo rendere conto, era già il 1984 ed era ormai troppo tardi: avevamo vissuto insieme per così tanto tempo che non sapevamo cos’altro fare. E così abbiamo semplicemente continuato.

Perché il nome AA Bronson?
Cambiare il proprio nome era una cosa che tutti sembravano fare a quell’epoca. Era come una sorta di mania. Alcune persone a volte usavano anche più di uno pseudonimo per magari poter svolgere lavori diversi. Nel mio caso, il mio nome è nato quando ho scritto un libro di pornografia con un amico. L’abbiamo venduto a un editore nel ’69, e quando è stato pubblicato, il nome sulla copertina era AA Bronson, e da allora tutti i miei amici hanno iniziato a chiamarmi così per scherzo. Il libro fu poi bandito in Canada… e quindi ho pensato che fosse anche un nome di grande successo! (ride). Ero un ragazzo molto timido e AA Bronson mi dava l’idea che fosse un nome molto più forte e in grado di girare il mondo molto più del mio di battesimo, così ho iniziato a presentarmi in questo modo.

General Idea è molto famosa per aver creato File Magazine, un format di rivista indipendente di successo. Come ha influenzato secondo lei i magazine attuali?
Anche al tempo, e stiamo parlando degli anni ’70, iniziarono a uscire molte riviste, come ad esempio Wet in California, che si auto-proclamavano ispirate a File. Ma il fenomeno più interessante a mio avviso fu sicuramente l’uscita di tutti questi magazine punk nel 1977: tutte queste persone erano in contatto con noi (avevamo anche infatti dedicato un’edizione di File al punk) e noi avevamo dato prova che potevi creare un magazine volto all’interesse specifico di una nicchia, ma allo stesso tempo distribuirlo in
grande scala. Un esempio odierno di un magazine ispirato a File è Purple.

Cosa pensa stia succedendo oggi al mondo dell’editoria?
Molto sta succedendo nel web, ma allo stesso tempo anche la carta stampata sta prendendo nuove direzioni. Basti pensare
all’esplosione delle fanzine ad esempio, oppure a tutti questi piccoli editori che stanno apparendo ultimamente. Io ho organizzato la Ny Art Book Fair per cinque anni e ho visto una crescita continua di nuovi editori.

Sì, stanno crescendo sempre più rapidamente…
In maniera così veloce! Molti stampano on-demand oppure in piccole quantità. Ed è difficile predire cosa succederà nel mondo del publishing perché da un lato hai i colossi dell’editoria che stanno, diciamo, collassando, dall’altro hai tutti questi piccoli editori che crescono così velocemente. Ovviamente tutto questo si svilupperà in qualcosa che ancora non mi è chiaro.

Ho letto che vuole lasciare Printed Matter e la NY Art Book Fair, è vero?
Ho lasciato due settimane fa [Ci siamo incontrati il 2 di Dicembre 2010].

È una cosa permanente?
Ho fondato la fiera e l’ho seguita per cinque anni, adesso ho voglia di concentrarmi sul mio lavoro personale.

Da General Idea a oggi lei sembra aver sempre sostenuto in campo artistico un concetto di individualismo cooperativo. Sembra prediligere anche molto la compagnia di giovani artisti.
Adoro le collaborazioni, ma mi piace anche molto fare da mentore, che comunque penso sia un’altra faccia della stessa cosa. Sono spesso circondato da giovani artisti, che o lavorano con me, oppure sono miei amici. L’ultima mostra che ho fatto a NYC s’intitolava “AA Bronson: the school for young shamans”; vi era un’intera stanza dedicata alla collaborazione di gruppo, ma la maggior parte del lavoro di cui era costituita era a carattere individuale, svolto quindi singolarmente da ogni artista. Da allora sto cercando di creare un nuovo workshop omonimo alla mostra. Dovevamo farlo al Banff (Centre of the Arts, NdA), sulle Canadian Rockies. Si trattava di una residenza estiva di 7 settimane, ma poi è saltato tutto a causa di un disaccordo con il centro, perché si sono dimostrati troppo istituzionalizzati. Una donna voleva partecipare al corso e nella sua domanda d’iscrizione si era presentata come strega, allegando anche delle sue foto nude. L’amministrazione del Banff non era molto contenta all’idea di avere una strega nuda nel residence (ride), quindi abbiamo un po’ litigato sulla questione, e non se n’è fatto più nulla. Quest’estate vorrei riprovare a farlo di nuovo in Canada, sulle montagne al nord del Manitoba.

Pensa che la collaborazione per un’artista sia una scelta, oppure la “giusta via” da percorrere?
Penso che sia una scelta, che può anche cambiare di anno in anno, a seconda delle proprie esigenze personali. Ma penso anche che il mondo dell’arte, alla fine, sia una sola comunità. È solo il mercato che in realtà mette così tanta enfasi sul genio solitario, perché chiaramente è molto più semplice vendere la persona piuttosto che il gruppo. La natura del commercio di conseguenza crea molta competizione, ma penso che di natura invece gli artisti tendono ad andare d’accordo, non sono generalmente predisposti a rivaleggiare.

Ed è per questo che è così attratto dalle comunità?
Sì, penso proprio di essere una persona propensa verso questa dimensione. Anche la NY Art Book Fair ha dato vita a una comunità, in un certo senso: a un certo punto era chiaro che c’erano tantissime persone là fuori che si interessavano delle stesse cose ma che non si erano mai incontrate, e a un certo punto si sono riunite tutte. Io mi sono occupato un po’ di quello e un po’ del seminario. Perché tra arte e seminari c’è sempre stato un rapporto che negli ultimi 50 anni è diventato a dir poco pessimo. Mi piacerebbe molto riuscire a riaprire la porta in modo tale che anche l’arte contemporanea possa farvi ingresso.

Per seminario si riferisce alla sua esperienza alla “Union Theological Seminary” della Columbia University, giusto?
Sì, studio là da tre anni, ma finora solo part-time perché avevo un tempo a disposizione limitato per via dei miei impegni con Printed Matter e l’Art Book Fair. Ma adesso mi ci dedicherò di più. Per prendere un Master of Divinity ci vogliono tre anni e sono solo al primo.

In cosa consiste il Master of Divinity?
Dunque, si tratta di una scuola inusuale, generalmente volta alle persone che hanno intenzione di “diventare prete”. Union però è una scuola di una sinistra intellettuale molto femminista: ci sono più donne che uomini nei corsi, mentre generalmente nella maggior parte dei seminari la maggioranza è di sesso maschile, oppure in quelli cattolici l’accesso è riservato esclusivamente a uomini. Molte persone alla fine del corso finiscono per lavorare in organizzazioni per i diritti umani, per delle agenzie noprofit, e alcuni intraprendono la carriera ecclesiastica. Io non ho idea del motivo per il quale sono là, ne sono stato semplicemente attratto e adesso sono anche molto coinvolto con la programmazione artistica della scuola… Anche se sono solo uno studente del primo anno sto organizzo già delle cose (ride).

In che cosa consiste la sua ultima performance artistica, la serie di “Invocations of the Queer Spirits” (invocazioni agli spiriti queer)? Mi sembra di aver capito che non avete nessun pubblico, è giusto?
È nata dal mio disgusto verso il mercato dell’arte newyorkese: volevo creare qualcosa in cui non ci fosse nulla in vendita.
Allo stesso tempo non volevo lasciare neanche un memento, o una documentazione dell’evento, niente. Quindi l’ho strutturata come una performance senza alcun pubblico. L’abbiamo fatta finora cinque volte, in cinque città diverse e con un gruppo di uomini gay diverso ogni volta. Si tratta di una sorta di seduta spiritica in cui invochiamo gli spiriti di tutte le comunità marginalizzate del posto in cui ci troviamo.

Lei è anche un healer. È sempre stato attratto dall’idea di aiutare le persone?
Sin da piccolo ero il tipo di persona cui tutti volevano raccontare i loro problemi. Quando ero molto giovane e vivevo in una comune c’era uno psichiatra che era molto interessato alla nostra realtà e ci offriva delle sedute di terapia gratuite.
Trovò che fossi naturalmente predisposto alla cosa e così diventai un po’ il suo apprendista. Iniziò a portarmi in giro con lui in molte comuni e cooperative, perché la sua specializzazione era appunto in queste «comunità intenzionali», come lui le chiamava. Quindi ho avuto una sorta di primo training in terapia di gruppo.

Lei ha dipinto due quadri nel medesimo modo, facendo in entrambi un gran uso del colore: uno raffigurante il suo attuale partner Mark con il suo nuovo nascituro, l’altro il suo partner di General Idea Felix Partz sul letto di morte. Vuol dire che la vita e la morte per lei sono allo stesso livello? Pensa di essere riuscito a esorcizzare la paura della più grande perdita che esiste nella vita di un uomo?
Non so come sia successo. La prima persona che ho visto morire è stata mio padre: avevo all’incirca 41 anni e mi ritrovai completamente a mio agio con il suo trapasso. Con questo intendo dire che per lui è stato possibile morire con me al suo fianco perché non cercavo di prevenire la sua morte, non cercavo di farlo sentire meglio, più che altro ero un testimone.
Durante tutta l’era di persone vittime dell’aids, mi sono ritrovato ad assistere molti di loro nel decorso della malattia sino al momento della fine; a loro piaceva essere in mia compagnia perché potevano finalmente parlare del fatto che stavano morendo senza che io andassi fuori di testa.
Generalmente queste persone non hanno nessuno con cui parlare di queste cose, tranne forse uno psichiatra, perché un amico molto probabilmente gli risponderà «non ti preoccupare, ti stanno curando, tutto andrà bene». Io, al contrario, sono sempre stato in grado di affrontare la morte.
Quando i miei due partner mi lasciarono, quella fu un’esperienza estremamente difficile, ma mi ha portato in un posto in cui la vita e la morte sono ormai allo stesso livello. E il Queer Spirit Project tratta anche un po’ anche questa tematica, quella di una comunità al di sopra dei vivi e dei morti.

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg