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E se provassimo a festeggiare San Valentino?

Mangiamo tacchino al Ringraziamento, accogliamo l’anno cinese del gallo, celebriamo mamma, papà e nonni, ma non riusciamo a non snobbare la festa degli innamorati.

di Arianna Giorgia Bonazzi

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Sulla trasversalissima chat “Famiglia”, ormai a fine settembre facciamo gli auguri ai nonni per la loro festa; l’indomani, siamo da H&M a comprare cravattini-pipistrello ai figli per fare trick or treat; a novembre, gli stessi amici che santificano l’Election Night ci invitano a mangiare tacchino e cranberry ringraziando i padri pellegrini, e pochi giorni fa, stavamo in piedi come gonzi ad accogliere l’anno cinese del gallo. Vale tutto, compreso scendere in piazza vestiti da Luke e Leila il 4 maggio, tutto, ma San Valentino no. Quella è la festa dei ragazzini brufolosi che si incontrano al centro commerciale, delle commesse che mandano le catene di sant’Antonio, delle estetiste conviventi coi calciatori scarsi in felpa Baci&Abbracci.

L’obiezione morale topica è che si tratta di una manovra americana per far comprare cioccolatini agli stupidi, nel giorno dell’anno in cui costano di più. La tradizione però è europea. Secondo history.com, l’antenata festa romana si chiamava Lupercalia, e si celebrava a metà febbraio in onore di Fauno, un dio dall’aspetto di satiro, protettore delle selve, della natura, della fertilità. Durante questa sagra, venivano estratti a sorte i nomi dei giovani che avrebbero formato delle coppie di danza, i quali, di solito, nella noia della provincia, finivano per sposarsi. La dionisiaca festività è stata soppressa da un papa del 400 per dedicare il 14 febbraio a due diversi martiri di nome Valentino. Gli anni, come capita, hanno confuso le cose, e nel milleseicento, in Europa, è iniziata la tradizione di scambiarsi le valentine (che non sono un’invenzione dei Peanuts). Gli americani sono arrivati per ultimi, e, nel milleottocento, hanno finalmente fatto fruttare al meglio il tutto, coniando un evento della stessa portata emotivo-monetaria del Natale, ma che noi popolo di romantici abbiamo deciso di non berci con la stessa docilità del babbo rosso della Coca-Cola.

Questa superiorità mascherata da resistenza culturale non ha sede soltanto, come molti pensano, nel fastidio verso l’imposizione a compiere un gesto in un giorno specifico, perché allora non faremmo nemmeno le vacanze a Ferragosto, i botti il primo gennaio o gli auguri dell’onomastico ai cugini del sud. Piuttosto, mi pare che, con l’avanzare dell’età, la vanità dell’amore romantico venga soppiantata con il molto più spacciabile amore familiare (rappresentato dal Natale), con la lecita esibizione dell’amore filiale (feste di mamma e papà) o con la fiera affermazione dell’amor panico per il mondo (ostentata rispettando un casino il Ramadàn, o interessandosi ad Hanukkah).

Da ragazzini, non eravamo così. Se proprio volevamo schifare qualcosa, era il Natale, di cui, in miseri pensierini, rifiutavamo costrizioni e formalità, dipingendo famiglie come covi di serpi simulanti cordialità per oscure questioni d’interesse. Oggi, invece, per chi ha già all’attivo la fondazione di una famiglia, il Natale rappresenta la cessata contestazione del consumismo da film Pixar + family-hotel in Trentino, perché il cinema e la neve sono esattamente le cose scontate che si desidera fare: in quanto si tratta di traguardi fattuali, mica di svolazzante amore. Da ragazzini, al contrario – che ascoltassimo il metal o lo ska, che vestissimo Energie o Barbour – a San Valentino volevamo avere in testa qualcuno a cui pensare; ci infilavamo col batticuore nei mitici negozi di articoli da regalo (il mio si chiamava Alchimilla e aveva la vetrina piena di quei topi di pezza anni Novanta chiamati Diddl), e qui giù a comprare seggiole a cuore per i Motorola, peluche o puzzle di Mordillo, mutande e cravatte di Lupo Alberto; poi, mentre camminavamo sotto i portici della via dello struscio, ecco arrivare con grande pathos il ricciolone ripetente con in mano il maialino della Trudi e una rosa rossa incartata; l’anno dopo, era il ciondolo con mezzo cuore frastagliato, la maglietta delle Parole di Cotone con la citazione di Nietzsche, gli angioletti della Fiorucci, e una volta, perfino un cuore cavo, che, riempito d’olio, bruciava una fiamma sul comò.

Si prova vergogna a celebrare il più illusorio dei sentimenti, destinato, per esperienza, a finire drammaticamente: snobismo e odio per il giorno di San Valentino si muovono su un doppio binarioQualche anno e qualche amore dopo, è subentrata la progressiva vergogna a celebrare il più illusorio dei sentimenti, destinato, per esperienza, a finire drammaticamente: da allora, snobismo e odio per il giorno di San Valentino si muovono su un doppio binario. Da un lato, quello dello scetticismo e della derisione per chi non ha sviluppato il nostro pudico contegno rispetto a una roba ridicola come l’amore, e continua a regalarsi cuscini a cuore 2.0; dall’altro, l’intima convinzione che l’altrui felicità sia: a) falsa, o b) frutto di falsa coscienza o c) un sentimento di fibra più grossolana del nostro, un’emozione proletaria rozzamente intagliata da anime bariste in tubi di Baci Perugina, mentre il nostro è di un elemento troppo volatile per materializzarsi in un regalo. La cosa interessante è che questo doppio binario disillusione/superiorità è trafficato non solo dagli snob che non si sposano e non battezzano, ma anche dai popolani cinici di Facebook che vivono come fossimo negli anni Ottanta, quelli che condividono i fantastici “Non spingete, c’è un vaffanculo per tutti” e l’ironico “Mh, non vedo l’ora di sapere cosa fai a San Valentino”.

baciperugina
Pubblicità dei Baci Perugina del 1982

E così, questa strana fauna amalgamata dal medesimo disincanto e da una presunta arguzia, scuote la testa davanti al video dell’ex-compagna di liceo che il 14/2 lascia “i pupi” ai nonni, cucina e fotografa un piatto speciale, e poi balla in discoteca addosso a un poco credibile marito fedele e palestrato. Ci sentiamo come il lettore accorto davanti a un banale stereotipo, e – segretamente tormentati dal sospetto che qualcuno sia veramente rimasto puro – sminuiamo accanitamente le facoltà mentali dei “felici”, e ci diciamo che è solo questione di tempo, e perfino i poveri di spirito smetteranno di udire nella neve le campane della slitta, e sperimenteranno sulla pelle quel che noi abbiamo capito leggendo Il disprezzo di Moravia o guardando The Affair. Questo ci fa sentire di avere almeno un po’ la situazione in pugno.

Poi, ci sono i momenti di languore in cui le impalcature intellettuali di difesa cadono assieme alle manie di controllo, e vorremmo scrivere una cosa stupida su Facebook, come “impegnato con”. Impegnato con! Vorremmo che lo sapessero tutti, fino all’antica biondina insipida dell’ultimo banco, che oggi fotografa giornalmente il contenuto del suo forno coi tag #family #love. Ma no, alla fine preferiamo scrivere uno status serioso sulla moria dei congiuntivi, o, a seconda dei gusti, postare una gif “Libera il vaffanculo che è in te”, perché troviamo patetico dimostrare pubblicamente affetto per qualcuno che non sia nostro figlio (chi ci crederebbe?). Peccato che questa vergogna non giunga opportuna a censurare tutto il resto: l’amore per i gatti, per la corsa, per il #food, per la #healthylife, e soprattutto per i marmocchi.

Workers Make And Renovate Neon Signs

E se, dico per assurdo, non ci fosse niente di male, nell’indugiare, proprio in questi giorni, in un gesto convenzionale tipo una cena tra adulti emotivamente coinvolti, con la leggerezza gioiosa con cui a carnevale si comprano le chiacchiere? E se ci fosse un modo divertente, ironico, anche adatto a noi, per rilassarci un po’ e festeggiare una pataccata come un sentimento, dato che non rifiutiamo i lavoretti della festa della mamma e del papà, solidificazione in carta e colla del capriccioso amore filiale? É colpa dell’indurimento del nostro spirito, che ci fa confondere riti con chimere, e vede complotti commerciali dappertutto, se anche il merchandising di San Valentino, in Italia, fa così schifo. I copy intelligenti non li mettono certo a lavorare sulle frasi delle cartoline o dei dolci da bancone: l’anno scorso, alla Coop, ho visto una torta per uomini-che-odiano-le-donne con la scritta di panna “Me la dai?”. Dopotutto, San Valentino non è una festa per latin lover e futuri uxoricidi che non leggono libri?

Negli Stati Uniti, invece, lo spirito dissacrante tipico degli opinion-leader su Twitter è entrato nelle valentine, riuscendo miracolosamente a lasciarle romantiche, e rinforzando l’idea molto americana che festeggiare in modo frivolo non sia né una prerogativa dei poveri di spirito, né una caduta di stile da rammolliti, ma una dimostrazione di risolutezza e sicurezza di sé. I biglietti di San Valentino, presenti tutto l’anno nei negozi di cartoline, sono un capolavoro dell’arte oratoria. “Fai molto meno schifo di tutte le persone che ho conosciuto”, recita un ironico messaggio, del tutto privo della violenza della torta Coop. “You are the sun, the moon, the stars… and all the others good shit”, è il pay off di un altro biglietto dalla grafica hipster e dal tono di un personaggio della HBO. E c’è perfino il genere politico-engagé. Tipo il faccione di Trump con tanti cuori attorno e la scritta: “I woudln’t deport you” (per chi dovesse avere una “dolce metà” senza passaporto statunitense). C’è infine il filone linguistico. “Their, they’re, there. I love you because you know the difference”. E il femminista: per te, mi farei anche la ceretta.

É l’evoluzione ironico-consapevole della t-shirt ricevuta a 16 anni: “Ci vuole il caos interiore per generare una stella danzante” (sì, è vero, adesso suona improponibile). La cartoline gay sono tra tutte le più ricche di vitalità. “Roses are red, pink, yellow and white. If you’ll be my prince, I’ll be your knight”. O anche solo: “I’m glad you are a lesbian”. E poi tante barbe che fanno cadere pantaloni, galli che rimandano a organi maschili, e perfino un Batman e Robin teneramente abbracciati.

Ieri, mentre aspettavo il panino in una hamburgeria americana di Milano, ho lanciato una bomba su un gruppo WhatsApp di quasi quarantenni: «Cosa fate per San Valentino?». Un maschio alfa ammette di preferire il giorno successivo, cioè un mercoledì di coppa, quando porterà la moglie al pub e la farà accomodare di spalle allo schermo. Per il resto: un massaggio per due, un La La Land, un all you can eat, ma la maggior parte, credendosi fuori dal coro, precisa che lo fa solo «per mollare i figli ai nonni» e «non averlo mai festeggiato». So benissimo che non è vero, perché sono cresciuta negli anni Novanta con loro, e quei pazzeschi negozi di fiori luminosi e cornici di gesso erano pieni di imbranati. Intanto, mi arriva il panino di fassona e sullo scontrino c’è un messaggio d’amore di mio marito (nel tono di quelli americani, e non certo del mio ardente fidanzatino pluribocciato e nietzscheano): oggi, gli iPad forniti ai tavolini per le ordinazioni invitano a dedicare il panino al partner. Un’idea di marketing all’americana, ovviamente. 62% La percentuale di americani adulti che festeggia San Valentino9 milioni di dollari spesi in vino frizzante

Secondo l’infografica di history.com, il 62% degli americani adulti festeggia San Valentino, quasi nove milioni di dollari vengono spesi in vino frizzante in questi giorni, e la caramelle sweethearts vendute nel mese antecedente alla festa dell’amore potrebbero coprire la distanza tra Roma e la città di Valentine, in Arizona, venti volte. Non ci credo, ma fa un po’ di allegria. Dunque, possiamo sederci al computer a aspettare che i nostri vecchi amici vittime del complotto dei buoni sentimenti condividano contenuti sdolcinati e penosi. Oppure pensare ai Paesi arabi dove ti arrestano se festeggi San Valentino perché l’amore è un concetto occidentale. O possiamo andare a comprare una bottiglia di vino.

Immersa in questi pensieri, controllo il profilo di Ester Viola, l’autrice de L’amore è eterno finché dura. Leggo: «Innamorarsi è bello, ma anche l’ultimo passeggero imbarcato che arriva alla tua fila vuota e prosegue non ce lo scordiamo». Rido, questa sensazione ormai ci colpisce con molta più frequenza delle farfalline nello stomaco. Ma forse, penso infilando lo scontrino-valentina nel portafoglio, ogni tanto possiamo smettere programmaticamente i panni dell’hater, e andare in cerca dell’incanto con le pinze, tra le grane della vita adulta. Immagino un biglietto con un aforisma della Viola ribaltato: «I primi minuti dell’antinfiammatorio che fa effetto sono belli, ma anche innamorarsi non è male». Mi interrompo, mi chiama mio marito: rivuole lo scontrino indietro per darlo alla commercialista e scaricare il pranzo di San Valentino.

Nelle immagini in evidenza e nel testo: insegne al neon nello studio dell’artista visuale britannico Chris Bracey. 16 maggio 2011, Londra (Matthew Lloyd/Getty Images)
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