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Lana Del Rey ha fatto una canzone per 007 ma non il film, il videogioco Molti sono ancora confusi da "First Light": la canzone più bondiana di Lana Del Rey, che sembra la intro di un film di 007 ma un film non ce l'ha.
Le persone che si sono accaparrate i biglietti per le prime proiezioni di Dune 3 li stanno rivendendo su eBay a migliaia di dollari Su eBay si trovano biglietti per gli spettacoli in IMAX venduti al 1500 per cento del prezzo originale.
Il libro fotografico con le ragazze che imbracciano armi che compare in The Drama esiste davvero (più o meno) Si intitola Chicks with Guns, lo ha fatto la fotografa Lindsay McCrum ed è uscito nel 2011. Ed è molto, molto simile a quello che si vede nel film.
La prima canzone dei Massive Attack dopo quasi dieci anni è un pezzo contro la guerra fatto assieme a Tom Waits Si chiama Boots on the ground e parla di disordini che stanno avvenendo negli Usa, mescolando liriche belliche a immagini grottesche.
In Germania hanno lanciato un motore di ricerca che serve a scoprire se i propri parenti erano dei nazisti Lo ha realizzato il Die Zeit in collaborazione con l'Archivio federale nazionale: contiene 10,2 di tessere di iscritti al Partito nazionalsocialista.
Sembra che Zohran Mamdani e Rama Duwaji non parteciperanno al Met Gala di Anna Wintour pagato da Jeff Bezos Secondo le prime indiscrezioni, Mamdani e consorte avrebbero rifiutato l'invito all'evento perché finanziato dal miliardario.
Il governo di Pedro Sánchez rischia di cadere per colpa di Guernica di Picasso Tutto inizia con la richiesta del governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi di portare l'opera a Bilbao. Richiesta negata dall'esecutivo Sánchez.
Cosa sappiamo del nuovo film di Sean Baker, a parte che si intitolerà Ti amo! e che sarà molto, molto italiano Il titolo scelto dal regista è di Anora per il nuovo film è Ti amo!, con il punto esclamativo. Secondo le indiscrezioni, potrebbe venire a girarlo in Italia.

Perché i siti giapponesi sono così strani?

22 Novembre 2013

Com’è noto, il Giappone da decenni è uno dei Paesi più all’avanguardia del mondo (tuttora è nella top ten degli Stati col più alto indice di sviluppo umano) – e l’ambito cultural-tecnologico non fa eccezione alla regola. Tuttavia, nonostante le conquiste fatte anche in questo campo, una branca del design sembra rimasta ferma alla fine degli anni Novanta. Si tratta del web design.

Prendendo i più popolari siti web giapponesi (come Goo, Yomiuri e Rakuten), si notano infatti immediatamente alcune caratteristiche – come la presenza di testo denso e raggruppato, le immagini piccole e di bassa qualità e l’uso della tecnologia Flash nei banner – che da nel resto del mondo occidentale sono considerate del tutto superate.

Il sito Randomwire ha spiegato le possibili ragioni per cui queste differenze caratterizzano così marcatamente il web design giapponese, individuandone tre: la questione linguistica, quella culturale e quella tecnica.

La lingua. Un elemento base della lingua giapponese sono i logogrammi (simboli che rappresentando a cui corrispondono morfemi o parole), che rendono quello che noi considereremmo una colonna di testo densa e incomprensibile qualcosa di perfettamente leggibile. A rallentare l’acquisizione di standard “internazionali”, o meglio, tipici della cultura occidentale, ci sono poi molte altre barriere linguistiche, che rendono i template a cui siamo abituati inutilizzabili in Giappone.

La cultura. Un valore tipico della cultura nipponico, continua Randomwire, è una certa attenzione per la tradizione e gli usi tipici del Paese, da qui una certa visione “conservatrice” nell’abbracciare elementi e modelli “esterni”: se si adopera una regola, anche in ambito estetico, lasciare il vecchio per il nuovo non è visto in maniera positiva.

I banner pubblicitari non aiutano di certo: l’advertising giapponese è «visto come un modo per diffondere messaggi più rumorosamente possibile». Anche per questo, le pubblicità contengono molte parole e immagini in spazi ridotti e sono molto più dense di quelle alle quali siamo abituati. Un caos che, nota il blog, ricorda vagamente il tipico panorama di una qualunque strada di Tokyo o Osaka.

La tecnica. Il Giappone, come già detto, è molto avanzato tecnologicamente e infatti ha vissuto uno sviluppo del settore mobile che ha preceduto (e non di poco) quello occidentale post-iPhone. All’epoca (nei primi anni 2000) i siti dovevano essere disegnati inserendo tutto il contenuto desiderato negli angusti schermi dei cellulari.

A caratterizzare l’estetica del web del Sol Levante ci sono anche i font, o meglio: la loro mancanza. Per il cinese, il giapponese e altri idiomi composti da migliaia di caratteri, infatti, i font disponibili sono molto pochi. Crearne uno, infatti, sarebbe un procedimento costosissimo in tempo di denaro e tempo. Per questo motivo i designer sono spesso costretti a ricorrere a elementi espressivi non testuali, come immagini o animazioni – tutte cose che rendono la rete giapponese così unica.

Nell’immagine: il sito Rakuten.co.jp

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