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Google ha emesso un’obbligazione che gli investitori potranno incassare tra 100 anni, se saranno ancora vivi A quanto pare, era l'unica maniera di trovare tutti i soldi che l'azienda vuole investire nello sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il Partito Liberale Democratico di Sanae Takaichi ha preso così tanti voti che non ha abbastanza deputati per occupare tutti i seggi vinti, quindi ne ha dovuti “regalare” un po’ agli altri partiti La vittoria è stata così larga che a un certo punto si sono accorti che non avevano più deputati da mandare alla Camera.
Alla Tate Modern di Londra sta per aprire la più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin Concepita in stretta collaborazione con l’artista, A Second Life ripercorre 40 di carriera e riunisce più di 90 opere, alcune mai esposte prima.
C’è una nuova piattaforma streaming su cui vedere centinaia di classici, legalmente, gratuitamente e senza pubblicità Si chiama WikiFlix e riunisce più di 4000 lungometraggi, cartoni animati e cortometraggi, sia famosissimi che sconosciuti.
Trump ha fatto rimuovere la bandiera Lgbtq+ dal monumento di Stonewall, il luogo in cui è nato il movimento Lgtbtq+ Il governo ha poi spiegato che le uniche bandiere consentite nei pubblici monumenti sono quelle che «esprimono la posizione ufficiale» del governo.
La pergamena lunga 36 metri sulla quale Jack Kerouac scrisse la prima stesura di Sulla strada andrà all’asta La basa d'asta è fissata a due milioni e mezzo di dollari, per un oggetto diventato quasi leggendario tra gli appassionati di letteratura americana.
Per addestrare la sua intelligenza artificiale, l’azienda Anthropic avrebbe comprato, scansionato e poi distrutto due milioni di libri usati L'azienda avrebbe approfittato di un cavillo legale e sostiene di avere tutto il diritto di usare in questa maniera libri che ha regolarmente acquistato.
Maison Margiela ha reso disponibile il suo intero archivio, per tutti, gratuitamente, su Dropbox L'iniziativa fa parte del progetto MaisonMargiela/folders, che porterà il brand in Cina con 4 mostre, e una sfilata programmata ad aprile.

Perché i siti giapponesi sono così strani?

22 Novembre 2013

Com’è noto, il Giappone da decenni è uno dei Paesi più all’avanguardia del mondo (tuttora è nella top ten degli Stati col più alto indice di sviluppo umano) – e l’ambito cultural-tecnologico non fa eccezione alla regola. Tuttavia, nonostante le conquiste fatte anche in questo campo, una branca del design sembra rimasta ferma alla fine degli anni Novanta. Si tratta del web design.

Prendendo i più popolari siti web giapponesi (come Goo, Yomiuri e Rakuten), si notano infatti immediatamente alcune caratteristiche – come la presenza di testo denso e raggruppato, le immagini piccole e di bassa qualità e l’uso della tecnologia Flash nei banner – che da nel resto del mondo occidentale sono considerate del tutto superate.

Il sito Randomwire ha spiegato le possibili ragioni per cui queste differenze caratterizzano così marcatamente il web design giapponese, individuandone tre: la questione linguistica, quella culturale e quella tecnica.

La lingua. Un elemento base della lingua giapponese sono i logogrammi (simboli che rappresentando a cui corrispondono morfemi o parole), che rendono quello che noi considereremmo una colonna di testo densa e incomprensibile qualcosa di perfettamente leggibile. A rallentare l’acquisizione di standard “internazionali”, o meglio, tipici della cultura occidentale, ci sono poi molte altre barriere linguistiche, che rendono i template a cui siamo abituati inutilizzabili in Giappone.

La cultura. Un valore tipico della cultura nipponico, continua Randomwire, è una certa attenzione per la tradizione e gli usi tipici del Paese, da qui una certa visione “conservatrice” nell’abbracciare elementi e modelli “esterni”: se si adopera una regola, anche in ambito estetico, lasciare il vecchio per il nuovo non è visto in maniera positiva.

I banner pubblicitari non aiutano di certo: l’advertising giapponese è «visto come un modo per diffondere messaggi più rumorosamente possibile». Anche per questo, le pubblicità contengono molte parole e immagini in spazi ridotti e sono molto più dense di quelle alle quali siamo abituati. Un caos che, nota il blog, ricorda vagamente il tipico panorama di una qualunque strada di Tokyo o Osaka.

La tecnica. Il Giappone, come già detto, è molto avanzato tecnologicamente e infatti ha vissuto uno sviluppo del settore mobile che ha preceduto (e non di poco) quello occidentale post-iPhone. All’epoca (nei primi anni 2000) i siti dovevano essere disegnati inserendo tutto il contenuto desiderato negli angusti schermi dei cellulari.

A caratterizzare l’estetica del web del Sol Levante ci sono anche i font, o meglio: la loro mancanza. Per il cinese, il giapponese e altri idiomi composti da migliaia di caratteri, infatti, i font disponibili sono molto pochi. Crearne uno, infatti, sarebbe un procedimento costosissimo in tempo di denaro e tempo. Per questo motivo i designer sono spesso costretti a ricorrere a elementi espressivi non testuali, come immagini o animazioni – tutte cose che rendono la rete giapponese così unica.

Nell’immagine: il sito Rakuten.co.jp

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