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18:34 mercoledì 13 maggio 2026
Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.
Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
L’Unione europea ha finalmente approvato delle sanzioni contro i coloni israeliani Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio. Sono state approvate grazie alla rimozione del veto fin qui imposto dall'Ungheria.
È uscito il primo trailer di Tony, “l’antibiopic” che racconta un anno della vita di Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain Il film, prodotto da A24, è ambientato nell'estate del 1975 a Provincetown (Massachusetts), in un momento che si rivelò formativo per il futuro chef.
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.
Ci sono Alice Rohrwacher e Josh O’Connor che presentano La chimera in una biblioteca di Stromboli E ha rivelato che all'inizio il film lei avrebbe voluto girarlo proprio a Stromboli, ma fu costretta a ripensarci per questioni di tempi e di logistica.

L’attivismo corporate di Lush

17 Marzo 2016

Lush è una società che produce e vende «cosmetici freschi fatti a mano» in 50 Paesi. Gestisce 940 negozi monomarca, di cui un centinaio nel solo Regno Unito, dove è basata, per un fatturato di 727 milioni di euro lo scorso anno. È anche una società molto nota per il suo attivismo politico.

Per fare qualche esempio: nel 2011 ha lanciato una campagna pro-immigrati, esponendo nei suoi negozi britannici (a quel tempo erano ancora 95) un cartello con scritto «No one is illegal«; nel 2012 ha organizzato una dimostrazione contro gli esperimenti sugli animali; in passato ha devoluto una parte dei suoi ricavi all’associazione Plane Stupid, che combatte l’inquinamento da trasporto aereo e nel 2015 ha organizzato una protesta che ha bloccato Heathrow per sensibilizzare sul tema dei cambiamenti climatici.

Negli Stati Uniti, inoltre, finanzia associazioni come No New Animal Lab, contro i test sugli animali, e Peaceful Uprising, un progetto ambientalista di disobbedienza civile. Ha partecipato a una campagna contro i droni, pubblicamente sostenuto i suoi dipendenti che si sono uniti alle proteste di Black Lives Matter. Inoltre ha una tax policy in cui si impegna a non ricorrere ai cosiddetti paradisi fiscali nella gestione delle finanze della società.

Come ha fatto Lush a diventare una delle aziende più di sinistra di sempre? Quartz ha provato a ripercorre la storia (politica e non) del marchio, intervistando il cofondatore Mark Constantine.

All’inizio degli anni Novanta Constantine, che è sempre stato un ecologista (gira solo in bici) e dice di essersi interessato di cosmetici fin da quando aveva 12 anni, diventò un fornitore del Body Shop, la società, oggi concorrente di Lush, che fu tra le prime a popolarizzare l’idea di “cosmesi etica”, opponendosi ai test sugli animali e promuovendo varie campagne.

Nel 1995 Constantine ha fondato Lush insieme alla moglie Mo. Da allora i coniugi hanno applicato la lezione imparata durante la loro collaborazione col Body Shop, spingendo l’asticella più in alto: «The Body Shop sostiene campagne con cui è difficile non trovarsi d’accordo, per esempio quella contro il traffico di persone per sfruttamento sessuale. Lush invece non è interessata alle “conversazioni facili”» scrive Quartz. Infatti ha sostenuto anche cause potenzialmente divisive, come Black Lives Matter o la chiusura di Guantanamo.

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