Aborto e storytelling
21/05/2012 Articoli

Aborto e storytelling

Libri, film e tv: avete notato che le brave ragazze non vanno in clinica, ma cadono dalle scale?

di Violetta Bellocchio Stampa

Quello che pubblichiamo a seguire è un articolo di Violetta Bellocchio che, passando in rassegna libri, film e serie TV, riflette su una contraddizione lampante: e cioè che viviamo in una società in cui l’aborto – inteso come interruzione volontaria della gravidanza, effettuato senza rischi medici in ospedale – è parte della quotidianità, e tuttavia questo fenomeno non è rappresentato nella narrativa contemporanea, salvo rarissime eccezioni. In redazione c’è stato un dibattito sulla conclusione, da parte dell’autrice, che questo fenomeno non sia “una questione spinosa”: alcuni di noi temono, in particolare, che tale conclusione possa far passare l’errato messaggio che si tratti di un’operazione come un’altra oltre che offendere le numerose donne che hanno vissuto questa scelta in modo doloroso. Tuttavia abbiamo deciso di pubblicare l’articolo senza modifiche, non solo in rispetto della libertà di espressione dell’autrice, ma perché riteniamo che offra una riflessione importante su un fatto che è sotto gli occhi di tutti: piaccia o non piaccia, l’interruzione di gravidanza fa parte della quotidianità contemporanea. Meglio parlarne.


Estate 2010, avevo trentadue anni, ero in vacanza. E’ stata l’ultima volta che credevo di essere rimasta incinta.

Stavo tenendo un diario. (Non dite nulla.) So cosa mi è successo, nelle due settimane tra il primo dubbio e il pomeriggio del test di gravidanza, quando ho celebrato la risposta negativa dicendo a voce alta «Dio ti ringrazio», e poi chiedendomi se ero riuscita a diventare sterile tramite nicotina, come mia madre mi predice con implacabile amore.

E a giudicare da come sto ora, potrei ricordare l’esperienza come un piccolo momento alla Oh Beh, Tanta Paura Per Nulla; un incidente che – sulla carta – mi avrebbe reso umile e responsabile, e avrebbe fatto di me una protagonista migliore. Più umana. Ma siccome ho davanti le prove di come stavo davvero, io so che nemmeno per un secondo avevo preso in considerazione di tenere il bambino, per un incrocio tra scarso istinto genitoriale, nessun desiderio di ridisegnare la mia vita intorno a una gravidanza non desiderata e rifiuto personale ma integrale del mito della Madre Single Che Fischietta Mentre Lavora. Crescere quel figlio era fuori questione.

Lo stesso. Abortire a trentadue anni era la testimonianza di quanto avessi fallito. Non era successo a nessuna mia amica, a nessuno in famiglia. Io ero sola, e maledetta.

Avevo completamente rimosso gli aborti reali di tre donne italiane che conoscevo, che avevano detto «no, grazie» per motivi diversi, e che erano andate avanti senza sentirsi macchiate per sempre. Pochi mesi dopo, avrei incontrato la quarta.

Se siete stati bambini negli anni Ottanta, o Novanta, forse L’Aborto per voi è quello che capita a Penny Johnson, un personaggio secondario del film Dirty Dancing. In breve: resta incinta di un cretino, si affida a un ciarlatano per interrompere la gravidanza, si salva dalla morte per infezione (o emorragia?) solo grazie al padre della protagonista, medico, ebreo. Un fatto che non serve a raccontare la storia di Penny, ma a definire la crescita emotiva della protagonista – non incinta. (Anche se: la sceneggiatrice Eleanor Bergstein disse di averci messo apposta un aborto clandestino perché temeva che venisse revocato il diritto alla scelta in territorio americano, anno 1985. Più le cose cambiano, vero.)

Se siete cresciuti al Nord, come è successo a me, avete imparato a considerare rumore di fondo i manifestini attaccati nel corridoio del liceo e poi dell’università dal capitolo locale di Comunione e Liberazione, poi Movimento per la Vita, o comunque si chiamasse da voi, e magari ricordate con il sorriso la loro mascotte immortale, il piccolo feto di profilo con un cavernoso occhio nero che vi implorava di non lanciarlo nella Macchina Per Gli Aborti. (E se non avevate l’uso di chiamarlo Ciclope, lo chiamavate «il gamberetto».) La propaganda fa il suo sporco lavoro, ma tocca poche di noi: quello non è un bambino, e se un giorno l’ecografia me lo mostrasse così, mio figlio, penserei di essere stata sfiorata da Satana in una giornata di scarsa vena. E avrei ragione.

Dove non arrivano i buttafuori di Cristo, però, arriva l’assenza di rappresentazione.

L’aborto non fa mai parte di una storia raccontata. E’ sempre la scena mancante, il sub-plot che resta sul pavimento della sala di montaggio. “Dirty Dancing” a parte, ho passato giorni, prima di scrivere questo pezzo, a cercare di ricordarmi quanti aborti sicuri e legali potevo aver incontrato in una trama di qualunque natura. Totale: tre. (Unodue, e tre.) Leggo i libri sbagliati, guardo brutta televisione, la peggiore. Può darsi.

No.

Nello storytelling contemporaneo, l’aborto è un privilegio concesso soltanto alle donne povere e stupide. E’ il segno evidente del loro non essere state benedette da Dio, non perché siano “ragazze facili” (vergognatevi) o perché si siano smarrite moralmente, ma perché un rapporto non protetto e l’intervento che vi pone rimedio sono l’ennesimo indice del degrado in cui si agitano (inutilmente) i personaggi. Mamme alcolizzate che lavorano negli strip club, ragazzine scopate dai patrigni, vicini che spaccano bottiglie, bambini lobotomizzati dalla TV spazzatura, gatti morti in corridoio. eccetera. Una povertà intellettuale e materiale che tocca tutto, non lascia pulito niente. Quindi sì, abortisci pure, tu. Mentre le donne intelligenti, con una famiglia che le sostiene, sono liberate dal peso di ogni decisione grazie a un livello superiore di deus ex machina. Fatevi un giro sull’enciclopedia TVTropes, e guardate quanti esempi ci sono alla voce Good Girls Avoid Abortion, e soprattutto Convenient Miscarriage, «aborto spontaneo che fa comodo alla trama». Le brave ragazze non vanno in clinica: le brave ragazze cadono dalle scale. E le donne intelligenti, loro tengono i bambini non voluti perché «potrebbe essere un segno», oppure «forse è l’ultima occasione per me». D’altronde, lo sappiamo, farsi ingravidare da un estraneo di passaggio è il prologo necessario a un matrimonio d’amore. Sempre che non vogliamo considerare informazione camuffata da reality show l’operato di programmi come  16 Anni e IncintaTeen Mom, che mostrano ragazze adolescenti trasformarsi in pessime madri, assenti, viziate, inadeguate, sbattere tutto addosso alle loro mamme e nonne. Però, ehi!, il bambino c’è. Evviva.

Di solito diamo la colpa alla propaganda cattolica, in Italia, e alla propaganda ultra-cristiana di destra, in altri paesi; ai rally promossi dagli evangelici, alla Marcia per la Vita e ai picchetti davanti alle cliniche, ai tentacoli squamosi del piccolo Ciclope, e perdiamo tempo, a volte, a discutere su dove di preciso inizi La Vita, se dopo un minuto o un mese o durante il taglio del cordone ombelicale. Sono tutte cose reali e vanno prese sul serio, non sto dicendo di no. Ma nel frattempo è quasi impossibile trovare una storia che parli di aborto, davvero, dal punto di vista di un personaggio fittizio o di una che ci è passata ed è più che viva per raccontarlo. (Di un documentario che avrei voluto vedere, The A Word, sono disponibili online due brevi estratti: unodue). Tanto quanto è difficile trovare un resoconto diretto di chi ha militato in certi movimenti. La giornalista Andrea Grimes l’anno scorso ha raccontato il suo passato da piccola cheerleader pro-vita, totalmente posseduta da informazioni distorte e desiderio di affermarsi come modello di “ragazza cristiana intelligente”. (Traduzione: mentre si batteva il cinque per essere arrivata vergine alla fine del liceo non sapeva troppo bene come nascono i bambini.) A parte lei, il silenzio.

Per come ci viene mostrato, qui e ora, l’aborto è un buco nero. Lo si può portare in scena solo quando finisce nel sangue, nella morte fisica o emotiva di chi lo sceglie. E una convenzione linguistica ci porta a usare la parola “scelta” per difendere il diritto alla nostra vita, al mettere il nostro benessere materiale e spirituale davanti alla possibilità di un concepimento.

E allora continuiamo a dire che l’aborto è «una questione spinosa», «una scelta dolorosa e molto difficile»; consideriamo “una scelta” una cosa che, se viene fatta, è assolutamente normale. Un intervento chirurgico praticato in ospedale da medici professionisti, e a cui, quando hanno potuto dire la loro, le donne italiane, cattoliche o meno, hanno detto sì. Hanno detto grazie.

 

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Violetta Bellocchio

Scrittrice

Violetta Bellocchio cura la rubrica "Donne e Web" per Grazia e la rubrica "Decoder" per E - il mensile di Emergency. Collabora a D - la Repubblica delle donne, Link Magazine, Italic. Il suo primo romanzo è Sono io che me ne vado. Il prossimo libro uscirà per Mondadori nel 2013. twitter @violetta_b
   
  • Antonio

    Sì ma il concetto fondamentale non affrontato nell’articolo è che con l’aborto sopprimi una vita. Non è propaganda ad esempio dire che se tua madre avesse abortito tu non avresti scritto questo articolo, no? Uccidere un bambino non è come togliersi un neo o tagliarsi le unghie. Nessuno ti nega la libertà di abortire anche 10 volte nella tua vita, ma dovresti rispettare di più chi non la pensa come te.

  • PT

    Ho trovato il disclaimer della redazione immotivato, ma conferma la tesi centrale dell’articolo stesso. Se “le numerose donne che hanno vissuto questa scelta in modo doloroso” si sentiranno offese dall’articolo, potranno commentarlo da loro. E se rispettate “la libertà d’espressione dell’autrice”, perché prendere le distanze dalle sue parole aggiungendo un’introduzione?

  • http://lucianolucci.tumblr.com/ Luciano Lucci

    qual’è il significato allora della parola “libertà” ?

  • Alfio

    Ho trovato per l’ennesima volta il tuo talento piegarsi al desiderio di epater le sfigatt.
    Detto questo l’articolo è come sempre molto acuto.