Cultura | Dal numero

Come si fa ad avere vent’anni?

C’è un gruppo di giovani creator italiane che sta inventando nuove forme di ribellione, introspezione e accettazione di sé.

di Clara Mazzoleni

Tratto dall’ultimo numero di Rivista Studio questo pezzo costituisce un ulteriore approfondimento della storia di copertina dedicata a a Ghali e sin dal titolo incentrata sui nuovi giovani italiani, un argomento che proprio in queste settimane è diventato un tema centrale del dibattito pubblico.

In un video con il titolo tutto scritto in maiuscole,“SERVONO DAVVERO LE ETICHETTE Lgbtq+? DEMISESSUALITÀ E BISESSUALITÀ”, una ragazza con i capelli verde acqua parla della sua demisessualità. Si chiama Giulia e ha più o meno vent’anni. Davanti alla telecamera spiega di provare attrazione sessuale solo nei confronti delle “persone” (femmine o maschi non fa differenza), con cui riesce a instaurare un legame affettivo. Insieme a Deborah, che invece è bisessuale, è ospite di Muriel, youtuber di 22 anni, davanti allo schermo da quando ne aveva 15. A partire dall’esigenza di condividere riflessionisu temi Lgbtq+, Muriel ha iniziato a caricare sul suo canale una serie di video in cui, insieme alla sua ragazza (ora ex), al fidanzato transgender o alle amiche, spesso youtuber come lei, discute di come i vari orientamenti vengono percepiti e fraintesi, nella vita virtuale come in quella reale. Una distinzione, quella tra reale e virtuale, che nel caso degli youtuber perde completamente di senso.

In “Cose da NON chiedere a un gay/b”, Muriel parla con Cleo, youtuber lesbica specializzata nei tutorial di make-up: insieme cercano di elencare quali sono le domande più irritanti o i commenti più stupidi che capita loro di ricevere. Uno tra tanti: Cleo ha un aspetto estremamente femminile (capelli lunghi perfettamente in piega, rossetto e ciglia finte) e sono tantissimi i maschi che sotto ai suoi video commentano “che spreco!” e mettono in dubbio la sua omosessualità. Perché una ragazza bellissima e femminile non dovrebbe essere attratta da un’altra ragazza (magari altrettanto femminile)? Perché ci si aspetta che una donna gay debba essere per forza “mascolina” e respingente per lo sguardo maschile? Le ragazze cercano di rispondere insieme a queste domande.

Irene intervista persone che hanno scelto di condividere le loro prime volte più importanti, che non hanno niente a che fare con la perdita della verginità

Quello che Muriel cerca di fare nei suoi video – scardinare i pregiudizi raccontando esempi di vita vissuta e analizzando concetti complessi con parole semplici – è simile a quello che Irene Graziosi (autrice e content strategist per Sofia Viscardi, una delle più famose youtuber italiane) ha fatto in La prima volta, una serie ideata e condotta per Vice. Nei video della serie, Irene intervista persone che hanno scelto di condividere le loro prime volte più importanti, che non hanno niente a che fare con la perdita della verginità: le prime scene girate su un set porno (raccontate dalla pornoattrice Valentina Nappi), le prime relazioni di un ragazzo dopo che ha scoperto di essere sieropositivo, il primo appuntamento di una sex worker e altre ancora. Eva Collé, intervistata nella puntata in cui si parla di prostituzione, è anche la protagonista di Searching Eva, un documentario presentato alla Berlinale del 2019 diretto da Pia Hellenthal. «Ho dedicato la mia vita a mostrare al mondo che possiamo fingere di essere chiunque vogliamo», dice Eva nel documentario. «Puoi essere tu a decidere come e a chi raccontare la tua vita», dice Irene a proposito di La prima volta. Sullo stesso diritto, quello di essere liberamente sé stessa, Greta Menchi – altra youtuber venerata dalle ragazzine (la più seguita su Instagram: quasi 2 milioni di follower) – ha costruito tutta la sua carriera.

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Una delle caratteristiche principali di queste “creator” – adesso si chiamano così – è un talento precoce nell’arte dell’auto-invenzione e, conseguentemente, in quella dell’auto-narrazione. Tutte hanno raggiunto il loro pubblico attraverso YouTube, prima, e Instagram, poi, concretizzando ulteriormente la fama raggiunta con best-seller andati a ruba tra le ragazzine (Sofia Viscardi con Succede, un romanzo che continua a entusiasmare orde di pre-adolescenti e Greta Menchi con Il mio libro sbagliato, un memoir delirante e geniale che mescola parole, fotografie e disegni). Una caratteristica che accomuna soltanto Muriel e Greta Menchi è quella di aver saputo attingere a un immaginario estetico e musicale già diffuso tra i teenager americani e averlo ricalibrato per il pubblico italiano: capelli colorati (rosa, blu, viola, azzurri), look anni Novanta, unghie finte lunghissime, piccoli tatuaggi sulle mani. Entrambe vantano una perfetta padronanza della lingua inglese, entrambe stanno muovendo i primi passi nella carriera musicale. Il primo singolo di Muriel, “Ketchup” è stato distribuito il 31 gennaio (il video, tutto giocato sui toni del rosso, coinvolge, tra gli altri, una drag queen di 22 anni, Charity Kase), mentre Greta Menchi sta lavorando al suo primo album. Se nel suo interesse per le tematiche Lgbtq+ Muriel è molto vicina a una come Girli, cantante non troppo talentuosa con i capelli fucsia che sul suo profilo Instagram scrive spesso di temi legati alla body diversity e alla fluidità di genere, Greta Menchi è più simile alla versione sexy di Ariana Grande.

Decisamente più spontanea e meno interessata al politically correct, si comporta volentieri da star, indulgendo in selfie volutamente erotici, che hanno soppiantato le fotografie dai toni pastello degli esordi – tutte tramonti, spiagge, corse in motorino, lucine nella notte – scattate dal suo tatuatissimo amico Paolo Raeli, anche lui molto seguito sui social e autore di 100 Attimi di imperfetta felicità. Piccolo manuale illustrato per chi sogna di volare, un libro di fotografie per adolescenti, e di splendidi video-diari su YouTube (un esempio: “La notte non è fatta per dormire”). Proprio come una vera popstar, Menchi non ha paura di condividere i momenti duri della sua vita (ad esempio la morte del padre), le insicurezze, i dubbi e i breakdown (tanti), con un’impulsività incontrollata che la rende la più autentica (e fragile) delle colleghe. Sul suo canale YouTube si presenta così: «La telecamera è la mia scusa per comportarmi in modo completamente fuori luogo il 99% delle volte senza sembrare pazza perché parlo da sola».

Irrequieta, truccatissima e rifatta, Greta Menchi è la controparte di Sofia Viscardi, apollinea, misurata, bionda naturale e poco truccata. Insieme a un team di creativi riunito con l’aiuto della Show Reel (l’agenzia che segue o ha seguito gli youtuber più famosi, accompagnando il loro sviluppo artistico e aiutandoli a gestire i branded content), Viscardi ha da poco rilanciato il suo canale, Venti. Su YouTube viene presentato così: «Avere vent’anni è difficile. Non si è più adolescenti, ma nemmeno adulti. Si impara a votare, a guidare, a lasciare le persone e a innamorarsi di nuovo. (…) Come si fa ad avere vent’anni? Mistero. Ma possiamo andare a tentoni insieme».

Il canale, a cui corrisponde un account Instagram, Profilo di Venti (non è pensato solo per i ventenni: uno dei motti del progetto è «si hanno vent’anni dai 15 ai 35») propone diversi format tra cui “Te lo spiego facile”, nel quale un esperto spiega qualcosa di difficile in parole comprensibili per «dare la possibilità a chiunque di imparare qualcosa di nuovo, da raccontare a sua volta in qualsiasi contesto» (nella prima puntata Adrian Fartade, divulgatore scientifico, ha raccontato la vita di Opportunity, la sonda della Nasa che per 15 anni ha esplorato Marte) e “Sopra Le Righe”, interviste che nascono per «farci sentire meno soli tutte quelle volte in cui ci siamo sentiti troppo diversi, troppo eccentrici, troppo esuberanti, troppo ingombranti e per esplorare cosa vuol dire essere persone complicate, affascinanti e irrequiete, per ricordarci che uscire dalle righe ha una sua dolcezza».

Tra le tra le sue colleghe, Sofia Viscardi è quella che meglio ha saputo trasformare in un rassicurante “noi” quel “voi” a cui si riferiscono le youtuber quando parlano, un pubblico invisibile, numerosissimo e anonimo, che con lei acquista la possibilità di entrare a far parte del gioco, o almeno averne l’impressione. Nella prima puntata di “Sopra Le Righe”, Sofia ha intervistato Chadia Rodriguez, nuova star della trap italiana. Nata ad Almería da genitori marocchini, l’11 gennaio 2019 Chadia ha lanciato il suo primo disco, Avere ventanni. Con le sue canzoni, i suoi video e il suo modo di esporsi sui social (risponde direttamente alle sue fan e organizza con loro pomeriggi di shopping, dice), Chadia dimostra come sia possibile reagire ai giudizi degli altri invece di subirli e trasformare il disagio e la rabbia in preziose fonti di energia. Il primo commento ricevuto sotto al suo primo video, “Dale”, è stato «troia 2.0». Invece di sentirsi umiliata e offesa, Chadia ne ha tratto ispirazione per il secondo singolo di successo, “Bitch 2.0” (il titolo scritto con il font di Barbie).

Chadia Rodriguez dimostra che è possibile reagire ai giudizi degli altri invece di subirli e trasformare il disagio e la rabbia in preziose fonti di energia.

Tra i pezzi che compongono l’album, caratterizzati da un atteggiamento bellicoso e gradasso, brilla “Sarebbe comodo”, toccante momento di confessione, celebrazione di una forza interiore ferita eppure irriducibile, diventato virale non appena è comparso su YouTube. «Voglio essere l’esempio di cui avrei avuto bisogno quando avevo l’età delle mie fan», ripete Chadia in tutte le interviste. Un concetto che riassume perfettamente quello che le creator ventenni stanno cercando di fare: provare a essere quello che è mancato loro, quello che le ha spinte, anni fa, a chiudersi in camera e parlare davanti a una telecamera, cercando altrove (fuori dalle loro case, scuole e quartieri) interlocutori con cui condividere un racconto perfezionato e post-prodotto della loro personalità.

Abituate a considerarsi protagoniste assolute (venerate, odiate, interrogate, giudicate) non resta loro che capire come sfruttare al meglio questo potere. Poco importano i motivi economici che muovono i loro progetti, dai branded content ai soldi guadagnati attraverso chissà quali diavolerie parlando di Lgbtq+, body diversity e femminismo. Quello che conta è che, da qualche parte, una ragazza ha riconosciuto sé stessa. Si era sempre accusata di essere strana o imbranata perché, a differenza delle sue amiche, non è mai riuscita a farsi piacere il sesso occasionale o con ragazzi appena conosciuti. Ma adesso ha guardato quel video e ha capito. È soltanto demisessuale, come tantissime altre.

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