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Nel Regno Unito si sono accorti che 9 bestseller su 10 hanno una cosa in comune: una donna che viene uccisa da un uomo Per la precisione, l'84 per cento dei libri più acquistati racconta una storia che comprende una donna che viene uccisa da un uomo.
Peppa Pig ha rivelato a Pitchfork cosa pensa delle popstar e una popstar in particolare non l’ha presa bene È la stessa popstar che sette anni fa espresse una controversa opinione su Peppa Pig. Evidentemente, i maiali hanno la memoria lunga.
Qualcuno sta lasciando dei campioni di droga “omaggio” nelle cassette della posta di Berlino Se hai una casa a Berlino potresti trovarti recapitato un pacchetto contenente cocaina, ketamina, ecstasy, erba o hashish. Che tu lo voglia o meno.
Nel primo trailer The Shards c’è tutto quello che ci si aspetta da una serie di Ryan Murphy tratta da un romanzo di Bret Easton Ellis: giovani bellocci, sesso, droga e «una bella storia di formazione» La serie arriverà in Italia il 6 agosto, sarà disponibile su Disney+, avrà dieci episodi che usciranno uno alla settimana, il giovedì.
È stato creato un archivio online che raccoglie e fa ascoltare le radio digitali indipendenti di tutto il mondo Si chiama Community Radio Index, per il momento raccoglie 300 stazioni e ce ne sono anche un bel po' italiane.
Tende improvvisate, alberi finti, giungle mobili e tutte le altre stranezze contenute nel piano nazionale anticaldo in Olanda L'unica vera soluzione a lungo termine presente nel piano, però, resta investire negli spazi verdi, in parchi e giardini pubblici.
Gli scienziati hanno trovato un nuovo tipo di zucchero nello spazio profondo e questa scoperta potrebbe aiutarci a capire l’origine della vita sulla Terra Si chiama eritrulosio ed è lo stesso zucchero che si trova nei lamponi, nel mais e negli autoabbronzanti.
Dal primo trailer di Digger, una cosa si capisce chiaramente: anche Alejandro González Iñárritu non ne può più dei miliardari Nel film Tom Cruise interpreta anziano miliardario egocentrico e scurrile la cui compagnia petrolifera provoca "accidentalmente" un'eco-catastrofe. Più chiaro di così.

Leggerissimo Allen

Il film più osteggiato del regista è l'opposto della pesantezza che ha avvolto la sua figura.

03 Dicembre 2019

Rinnegato dagli attori, che in seguito al riaccendersi delle polemiche sui presunti abusi nei confronti della figlia Dylan hanno devoluto il loro cachet per auto-punirsi di aver lavorato col “mostro” Woody Allen (che delusione, caro Timothée Chalamet: il Gatsby che interpreti nel film non l’avrebbe mai fatto), ripudiato da Amazon, A Rainy Day in New York è finalmente arrivato nei cinema italiani. Quante complicazioni, quanta inutile fatica e pesantezza, per un film che è come un cucchiaio della migliore qualità di panna montata: impalpabile, dolce, da assaporare con un sorriso sognante.

Woody Allen ha 84 anni. Se invecchiando i grandi maestri del cinema tendono a voler fare il punto sull’esistenza umana con film ambiziosissimi, cupi e pensosi (ad esempio The Irishman di Martin Scorsese), lui non rinuncia alla leggerezza che l’ha trasformato in un mito, e anzi sembra muoversi in direzione opposta, al limite dell’inconsistenza. Il film racconta il fallimento del weekend a New York di una coppia di fidanzatini di buona famiglia (lui figlio di intellettuali dell’Upper East Side, lei di banchieri di Tucson), guastato da una serie di incontri in cui Elle Fanning, aspirante giornalista, si ritrova coinvolta dal momento in cui coglie l’occasione di intervistare un regista di culto.

Il set è sempre più rarefatto, così come i costumi degli attori, ridotti al minimo, invariati per tutto il film, come maschere di carnevale: il maglioncino di Elle Fanning (“l’ingenua”), la capigliatura poetica di Timothé Chalamet (“il flâneur”), il trench di Selena Gomez (“la ragazza di città”) e i prevedibilissimi look dei personaggi del cinema con cui la protagonista si ritrova ad avere a che fare (il regista Liev Schrieber, lo sceneggiatore Jude Law, l’attore Diego Luna) uno più caricaturale (e quindi spassoso) dell’altro. Anche la città è una caricatura di se stessa: rarefatta, stereotipata e fasulla in tutta la sua ostentata newyorkesità («Una cosa è certa di New York», dice a un certo punto il protagonista: «o sei qui o da nessuna altra parte»). Gli affreschi di Bemelman al bar del Carlyle, le solite scene al solito museo (stavolta è il Met), trovarsi per caso a salire sullo stesso taxi (ma quando mai?), suonare e cantare “Everything Happens to Me” di Sinatra al pianoforte a coda nel lussuoso salotto di un appartamento a Tribeca (il Timothé Chalamet di questa scena saprebbe far innamorare anche un sasso), l’appuntamento sotto il Delacorte Clock a Central Park.

In A Rainy Day in New York la luce gioca un ruolo fondamentale (com’era per l’ultimo, forse sottovalutato, Wonder Wheel). Anche la pioggia, elemento tanto amato dal regista (pensiamo al bacio di Match Point) ha un ruolo importante nella creazione di scenari che l’atmosfera rende ancora più falsi e teatrali invece che più autentici. In questo bagno di luce, pioggia e splendida superficialità, risaltano due momenti perfetti: il delirio spumeggiante di Elle Fanning quando, per una serie di coincidenze fortuite (e grazie al suo charme di celestiale svampita), finisce a cena con l’attore più bono del mondo, e il monologo della mamma di Chalamet (Cherry Jones), un discorso che a contrasto con tanta ineffabilità risulta sorprendentemente serio e toccante.

Ma la vera protagonista del film è Elle Fanning, la sua irresistibile comicità fa impallidire perfino Chalamet, sbiadito e confuso dall’inconsistenza connaturata al personaggio del dandy nostalgico e inconcludente che si trova a interpretare. Eppure alla fine è proprio lui, Gatsby Welles, a trionfare. Vivere in una metropoli, ci rivela, è una specie di vocazione, e in quanto tale ha qualcosa di stupidamente eroico. Lo ricorda nel delizioso, appagante finale, quando esclama, in una commovente dichiarazione d’amore per tutto ciò che New York rappresenta: «Ho bisogno del monossido per vivere».

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