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20:26 giovedì 11 giugno 2026
L’agenzia meteorologica giapponese è la prima al mondo a dire che il Super El Niño è ufficialmente arrivato E adesso ci si aspetta che altre agenzie, stabilito il primo precedente, facciano lo stesso. Anche perché gli indizi iniziano a essere tanti.
La FIFA aveva imposto il divieto di portarsi la propria bottiglietta d’acqua alle partite del Mondiale ma dopo le proteste dei tifosi e l’intervento di Mamdani è stata costretta a ripensarci Il sindaco di New York si è schierato con i tifosi dicendo che «nessuno dovrebbe rischiare la disidratazione perché i prezzi sono troppo alti».
La nuova impresa di Peter Thiel è una start up AI che aiuta i ricchi a querelare i giornalisti Si chiama Objection.ai e per una cifra che va da un minimo di 2 mila a un massimo di 15 mila dollari permette di smentire un articolo e denunciare un giornalista.
Ari Aster ha scritto un prequel di Hereditary ma non trova mai il momento giusto per girarlo La sceneggiatura è finita, si tratta "solo" di far partire la produzione. Ma a quanto pare, proprio non trova il tempo.
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Nonostante le aziende ci stiano investendo miliardi, non c’è ancora nessuna prova scientifica che l’AI sia più efficiente e conveniente del lavoro umano Nonostante investimenti che sfiorano già i mille miliardi di dollari, nessuna ricerca scientifica ha ancora dimostrato che le macchine costano meno degli uomini.
Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.
In Svezia la denatalità è così grave che si sta pensando di introdurre la fecondazione assistita “di Stato” Al momento il Servizio Sanitario Nazionale copre i costi per sei tentativi alle persone senza figli. L'attuale governo vuole coprire i costi di tutti i tentativi, per tutti.

Wet Hot American Summer, le vacanze cringe degli americani

Quando uscì, nel 2001, fu stroncato dalla critica, ma negli anni è stato rivalutato da fan che lo celebrano per quello che è: una commedia sguaiata e imbarazzante, un cult del summer camp movie.

13 Agosto 2024

C’è poco che rappresenta l’estate americana del secondo novecento, e in particolare l’estate ebraico-americana, come il summer camp. Il campo estivo come alternativa alla città appiccicosa di chi non ha la casa negli Hamptons o a Cape Cod, alternativa al torbido Bronx estivo di Summer of Sam di Spike Lee, o alla Brooklyn collosa di Do the right thing con il calore che sale dall’asfalto e ci si rigira nelle lenzuola bagnate e con i ventilatori e le piscine pubbliche come tentativo di ristoro. E così, i ragazzini della classe media, tutti spediti su, a nord, tra gli alberi e i laghi (c’è sempre un lago al campo estivo), nell’upstate della costa est, nel New England. Campi che sono campeggi, senza tende ma con capanne di legno, con i letti a castello in cui si incidono i nomi con un temperino, attività sportive, avventure amorose. Il counselor, l’adolescente che lavora al campo prima di andare al college o di tornare nella high school, figura chiave di questo luogo-esperienza, e poi tanti ragazzini mandati lì per fare in modo che i genitori possano continuare a stare in ufficio, o andare in vacanza in santa pace. Una tradizione americanissima, raccontata nella canzone comica (ed ebreissima) di Allan Sherman, “Hello Muddah, Hello Fadduh! (A Letter from Camp)” dove il bimbo scrive una lettera ai genitori raccontando disastrosi eventi al campeggio – ragazzi che vengono mangiati dagli orsi, un counselor che legge l’Ulisse di Joyce ai bambini di sei anni.

Se c’è la campus novel, c’è il summer camp movie. E il summer camp movie per eccellenza è Wet Hot American Summer, uscito nel 2001 ma ambientato nel 1981, in un’unica linklateriana giornata, il 18 agosto. L’ultimo giorno prima che si torni alla vita normale, dove cambieranno le regole e gli status. L’ultimo giorno di campo acquista un’aura speciale perché è il giorno in cui ci si ripromette di fare quello che non si è fatto finora, il momento delle rivincite, la data di scadenza dei sogni di tutta l’estate, e anche il momento del saluto prima di non vedersi, forse, mai più, perché ognuno torna nella sua cittadina, nel suo quartiere, nel Queens o a New Rochelle, o parte per l’università. Il tempo è diverso in estate, prima che si torni alla normalità, è una dimensione dove le ore passano diversamente, come in un pianeta di Interstellar – «sono cambiato, sono cresciuto parecchio da quando abbiamo parlato prima di cena», dice un personaggio a un certo punto.

Wet Hot American Summer non è l’unico summer camp movie, ce ne sono di vari generi – da Friday the 13th a Meatballs (con Bill Murray), diversi dai film coi boy scouts (tipo Moonrise Kingdom) o da quelli ambientati nei resort campagnoli, come Dirty Dancing. Wet Hot American Summer, con il suo poster illustrato che riprende i film corali comici degli anni ‘70-’80 come Animal House, è altamente parodico di tutti i teen movie pre-2000, non solo della campus life. E quindi vediamo le limonate arroganti in pubblico, le giacche in denim, le collanine, la bandana rossa nella tasca dietro dei jeans, gli occhiali a specchio, il softball, la rivalità contro l’altro campeggio dall’altra parte del lago, il rafting, l’alzabandiera e i rituali, la mensa, le gerarchie, copie di Rolling Stone e poster dei Journey, i maschi arrapati che spiano le donne che fanno il bagno, e tutte le tipologie classiche da mazzo dei tarocchi da liceo americano: il ragazzino che non si fa mai una doccia, il veterano del Vietnam che impazzisce, i nerd che giocano a Dungeons & Dragons, la separazione sfigati/vincenti, gli overachiever che organizzano lo spettacolo di fine campo. E poi – quello che la maggior parte ricorda della propria esperienza al campo – gli amori estivi, che possono durare meno di un quarto d’ora, intensissimi e tremendi, le cotte effimere, la friendzone, l’omosessualità nascosta, la tizia facile che si fa tutti e il tizio che si atteggia da stallone ma è segretamente vergine.

E poi appunto, l’ebraicità. Ci sono campi estivi che sono stati inaugurati a fine ottocento da organizzazioni sioniste, come il Surprise Lake Camp creato per ebrei bisognosi della Lower East Side, ma che poi hanno avuto un boom post-olocausto diventando parte dell’esperienza di crescita della vita ebraico-americana. In Wet Hot American Summer ci sono decine di battute ebraiche (il Times of Israel ci ha fatto pure una lista). Girato con un budget minuscolo – tanto che Paul Rudd dice che forse non è mai stato pagato per il film – Wet Hot American Summer è l’opera prima di David Wain, distribuito pochissimo, inizialmente è stato massacrato dai critici. Poi col tempo, più che un classico cult following, è stata una riscoperta per aver anticipato certi trucchetti comici, sguaiati e – anche se non sempre divertenti – originali, quel cringe che diventa per la cultura meme una soluzione cinica allo script da commedia anni ‘90. E, anche se a riguardarlo ha il feeling di una lunga sequenza di sketch di Saturday Night Live, messo vicino ad altri film comici del suo periodo, nel suo essere parodico fa quasi il giro, diventando canone non facendo battute necessariamente sagaci, ma mostrando quanto sono ridicole le persone in certe situazioni sociali, a certe età, di fronte all’amore o al sesso.

Negli anni recenti Wet Hot American Summer ha fatto nascere due serie, un prequel e un sequel, per Netflix, e anche un documentario making-of con interviste sul set. Anche perché è un contenuto di future star di Hollywood e dell’intrattenimento comico Usa televisivo e netflixiano. C’è l’esordio di Bradley Cooper – in Lacoste giallo pallido col colletto tirato su – c’è un giovane bad boy Paul Rudd, ci sono Amy Poehler ed Elizabeth Banks, Molly Shannon e Joe LoTruglio, Judah Friedlander e Janeane Garofalo, e la futura voce di Bob’s Burger e Archer,  H. Jon Benjamin, che fa la parte di una lattina di zuppa parlante. Se giornali e riviste l’avevano stroncato, nel mondo del cinema – hanno ammesso membri del cast – aver fatto Wet Hot American Summer è diventato un ottimo biglietto da visita. Paul Rudd dice che Adam McKay l’ha scelto per Anchorman dopo averlo visto lì. E lo stesso racconta Elizabeth Banks dopo aver ottenuto una parte in 40 anni vergine. E, curioso, proprio per il suo essere così caricaturale, passa anche il woke test di oggi.

Ognuno di noi ha un libro, una canzone, un film che associa all’estate. “Cose d’agosto” è una raccolta di articoli in cui le autrici e gli autori di Rivista Studio raccontano questo loro feticcio estivo, che sia intellettuale o smaccatamente pop.

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