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È stata creato un archivio online che raccoglie e fa ascoltare le radio digitali indipendenti di tutto il mondo Si chiama Community Radio Index, per il momento raccoglie 300 stazioni e ce ne sono anche un bel po' italiane.
Tende improvvisate, alberi finti, giungle mobili e tutte le altre stranezze contenute nel piano nazionale anticaldo in Olanda L'unica vera soluzione a lungo termine presente nel piano, però, resta investire negli spazi verdi, in parchi e giardini pubblici.
Gli scienziati hanno trovato un nuovo tipo di zucchero nello spazio profondo e questa scoperta potrebbe aiutarci a capire l’origine della vita sulla Terra Si chiama eritrulosio ed è lo stesso zucchero che si trova nei lamponi, nel mais e negli autoabbronzanti.
Dal primo trailer di Digger, una cosa si capisce chiaramente: anche Alejandro González Iñárritu non ne può più miliardari Nel film Tom Cruise interpreta anziano miliardario egocentrico e scurrile la cui compagnia petrolifera provoca "accidentalmente" un'eco-catastrofe. Più chiaro di così.
Le proteste contro i data center si stanno facendo sempre più diffuse, radicali e partecipate in tutto il mondo Le prime proteste si sono registrate negli Stati Uniti. Poi sono arrivati movimenti anche in Inghilterra e Olanda. E adesso si inizia a protestare anche in Italia.
Fa talmente caldo che a Firenze le cere anatomiche del Museo di Storia Naturale hanno rischiato di sciogliersi Un guasto all'impianto di aria condizionata ha messo a rischio quasi duemila modelli anatomici, alcuni dei quali hanno 250 anni.
A Bali i turisti consumano così tanta acqua che adesso il Paese deve affrontare una gravissima crisi idrica Un turista consuma indirettamente e direttamente tra i 2 mila e i 4 mila litri di acqua al giorno, un balinese se la deve cavare con 50.
Nonostante le innumerevoli critiche e stroncature, Michael è diventato il primo biopic nella storia del cinema a incassare un miliardo al botteghino mondiale 371,8 milioni di dollari negli Stati Uniti e in Canada, 629,8 milioni nel resto del mondo: mai nessun biopic ha incassato così tanto.

Perché l’usato è diventato di lusso

Né boutique vintage né mercatino delle pulci: come funzionano i nuovi re-seller del lusso, dove trovi quello che in negozio tira di più.

05 Novembre 2018

Con quasi sei milioni di utenti attivi in quarantotto Paesi diversi e circa tremiladuecento prodotti aggiunti ogni giorno sul sito, Vestiaire Collective è la piattaforma leader in Europa nell’acquisto e vendita di capi e accessori di lusso. Fondata nel 2009 da Sophie Hersan e Fanny Moizant, sin dal suo esordio ha puntato a “responsabilizzare” i suoi venditori, assistendoli nella scelta del prezzo più competitivo per i loro prodotti e offrendo una breve guida per fotografarli al meglio. Quindi, gli oggetti vengono pubblicati sul sito con uno sfondo bianco (per garantire una minima concordanza estetica) e una volta venduti, devono essere spediti dal venditore alla sede parigina di Vestiaire Collective. La piattaforma gestisce direttamente i costi della spedizione: si può perciò scegliere di andare in posta con il codice emesso da Vestiaire Collective oppure prenotare il ritiro a casa. Una volta giunti a destinazione, i prodotti vengono autenticati e, se superano i i controlli, spediti all’acquirente. La commissione per questi servizi varia a seconda del prezzo dell’oggetto che si vende: mediamente, si aggira intorno al 40%. È onerosa, ma permette comunque di racimolare un discreto guadagno se si vendono scarpe e borse di un certo valore.

Funziona in maniera leggermente diversaTheRealReal, che è poi uno dei principali concorrenti di Vestiaire Collective negli Stati Uniti, uno dei mercati più reattivi a questo fenomeno. Fondato nel 2011 da Julie Wainwright, oggi TheRealReal conta due negozi, uno a New York e uno a Los Angeles, e si basa sul modello del contovendita. I potenziali venditori spediscono i loro prodotti direttamente al magazzino della piattaforma, che si occupa di verificarne l’autenticità, fotografarli e venderli tramite i propri canali, sia fisici che virtuali. Come segnala Jo Ellison sul Financial Times, il prezzo varia a seconda della desiderabilità di un marchio (Gucci, Louis Vuitton e Chanel i più ricercati) e delle condizioni dell’oggetto, che vanno da “buone” a “incontaminato”. Chi vende può guadagnare fino all’85% del prezzo finale. Sebbene sia un mercato ancora difficile da inquadrare con precisione, Bain & Company stima che per il 2018 il “second-hand” di lusso raggiungerà i sei miliardi di dollari a livello globale. Funziona particolarmente bene in America, dicevamo, dove la compravendita dell’usato di lusso è destinata ad aumentare nel 2021 e raggiungere quota trentatré miliardi di dollari (nel 2016 si era fermata a diciotto). Lo segnala Marta Casadei su Il Sole 24 ore: nel 2017, negli USA, le vendite di capi e accessori usati si sono attestate sui venti miliardi di dollari, pari al 49% del mercato dell’usato, e secondo il Resale report 2018, una ricerca condotta da Fung Global Technology per il sito e-commerce ThredUp, sono cresciute del 35% a fronte dell’8% di quelle nel retail classico. Un altro dato interessante è quello che riguarda il 13% di coloro che stanno riscoprendo il valore dell’usato: si tratta infatti della fascia più ricca dei consumatori, a dimostrazione di come oggi comprare di seconda mano sia diventata a tutti gli effetti una tendenza.

Una dipendente controlla un abito nel centro logistico di Vestiaire Collective a Tourcoing, il 4 dicembre 2017 (Philippe Huguen/Afp/Getty Images)

Quando diciamo “second-hand”, meglio specificarlo, non si intende vintage: ad andare a ruba su Vestiaire Collective, TheRealReal, Tradesy e Grailed (sito dedicato allo streetwear maschile) sono le scarpe, le borse e gli accessori del momento, che non corrispondono in automatico a quelli che vengono considerati rilevanti per la storia della moda e, perciò, rivenduti a prezzi mediamente più alti di quelli qui discussi. Al contrario, potrebbero essere cose che tra vent’anni non indosseremo più: difficile prevederlo allo stato attuale delle cose. Questo cambiamento attitudinale nei confronti dell’usato è perciò significativo sotto molteplici punti di vista: intanto perché segnala la peculiarità dell’approccio di Millennial e Generazione Z (che sono meno legati a ciò che comprano rispetto al passato) nei confronti dello shopping di lusso, quindi perché apre la strada a nuovi modelli di business. Comprare di seconda mano, infatti, consente agli acquirenti di avere tra le mani l’oggetto desiderato a un prezzo vantaggioso e ai venditori di reinvestire i propri soldi con velocità: per acquistare nuovi capi, magari, o semplicemente per accumulare credito. Non è secondario il fatto di sentirsi “meno in colpa” rispetto ai nuovi acquisti (in fondo si tratta di “riciclo”), a conferma di come concetti quali il consumismo “responsabile” e la circolarità dell’economia facciano in qualche modo presa (con tutte le contraddizioni del caso) anche su questo tipo di consumatore.

In realtà, il boom dell’usato potrebbe essere l’ennesima riprova di come la battaglia del lusso si combatta sempre più su fasce di prodotti dai prezzi “moderati” (ovvero che non superino i tremila euro, si pensi alla strategia di Burberry per la Belt Bag) e non è un caso che gli stessi marchi del lusso, lo segnala Fashion United, stiano cominciando a interessarsi al settore. LVMH, ad esempio, ha acquisito una quota di minoranza in Stadium Goods, un negozio che rivende streetwear, mentre Richemont ha recentemente rilevato Watchfinder, marketplace online per gli orologi di lusso. Mantenere alta la popolarità di un rivenditore second-hand, però, non è un affare semplice: lo sanno bene da Vestiaire Collective, che punta ad allargarsi con nuovi investimenti. I problemi principali che queste piattaforme si trovano ad affrontare, d’altronde, sono principalmente due: la questione dei falsi (The RealReal, ad esempio, è incappato nell’immancabile post denuncia di Diet Prada) e quella dell’inventario. A questo proposito, ha scritto Lauren Sherman su Business of Fashion: «aziende come queste non solo devono trovare persone che vendano, ma che abbiano anche le giuste cose da vendere». Mica facile.

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